Nasce a Torino il 29 luglio 1900 in uno dei quartieri più poveri della città. Vive un’infanzia complessa; le già precarie condizioni economiche familiari si aggravano quando il padre, poco dopo la sua nascita, abbandona la famiglia. È costretta a trasferirsi di continuo in abitazioni periferiche con la madre e il fratello maggiore e a cambiare diverse scuole dell’infanzia per l’impossibilità di sostenere le rette. Contratta una rara malattia infettiva, perde i primi tre mesi delle scuole elementari.
La determinazione che caratterizza la sua intera vita politica e sindacale emerge sin da bambina; in breve si rimette al pari col resto della classe, liberandosi del posto tra le “povere infelici” assegnatole dalla maestra e, nell’estate tra prima e seconda elementare, inizia a lavorare nei pomeriggi come fattorina presso un fornaio, contribuendo in piccola parte al bilancio familiare.
La passione per la lettura spinge la giovane Noce a investire i pochi guadagni in libri e quotidiani che le faranno scoprire che oltre «la patria, la famiglia e Dio» insegnato dalla maestra e dalla madre, esiste un mondo fatto di «leghe, cooperative, sindacati, camera del lavoro, scioperi».
Terminate le elementari lavora in una stireria e, dai dodici anni, come sarta in un piccolo atelier. È in questo contesto lavorativo che, nel 1911, partecipa al suo primo sciopero unendosi alla battaglia delle sarte per le dieci ore lavorative giornaliere e per la riduzione a due mesi della “stagione morta”, il periodo durante il quale non si lavorava e non si otteneva salario. Insofferente verso i soprusi dei datori di lavoro, lascia l’atelier in seguito al divieto di leggere per strada e trova impiego nuovamente come stiratrice.
Persa la madre nel 1914, nel 1917 inizia a lavorare come tornitrice presso la Fiat Brevetti, su consiglio del fratello, operaio con simpatie socialiste e impegnato al fronte, ove perirà nel 1918. Al termine della Grande Guerra, si batte per la tutela delle lavoratrici che avevano sostituito sul posto di lavoro gli uomini impegnati nel conflitto, organizzando scioperi e riunioni, e rifiutandosi di firmare la lettera di licenziamento.
La battaglia condotta in prima persona da Noce porta ad un risultato storico; per la prima volta un’azienda italiana accetta di pagare un’indennità di licenziamento.
Tornata a lavorare presso l’atelier, ma decisa a battersi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, si iscrive al circolo rionale socialista e, nel 1919, è tra le fondatrici del circolo socialista giovanile torinese.
A Torino sono legati i primi anni della sua attività politica. Durante il Biennio rosso tiene i collegamenti fra le diverse organizzazioni e le fabbriche occupate, fa da spola tra i sindacati, le sezioni socialiste e le sedi dei quotidiani «Avanti!» e «Ordine Nuovo», occupandosi anche degli approvvigionamenti degli operai.
Durante il periodo dell’occupazione delle fabbriche è fortemente critica circa l’atteggiamento dell’intero arco socialista, riformista ed anche massimalista, sostenendo la necessità di fondare un vero e proprio partito rivoluzionario; dopo il Congresso di Livorno, aderisce al Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Tra le prime donne tesserate nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) si dichiara contraria alla formazione delle sezioni femminili, poichè convinta dell’inutilità di formare «un partito per le donne e un altro per gli uomini».
La sua protesta non rimarrà del tutto sorda, sebbene la dirigenza del partito si limiterà a sostituire le sezioni femminili con delle commissioni. Dal momento stesso del tesseramento la sua vita politica inizia ad intrecciarsi con la sfera personale; a firmare la sua tessera è un giovane studente di ingegneria che, come lei, ancora non ha compiuto 21 anni ma che è già membro della frazione comunista torinese: Luigi Longo. La relazione intrapresa col futuro Segretario generale e Presidente del Partito Comunista Italiano (PCI) non sarà semplice; potranno sposarsi solo al compimento dei venticinque anni, quando non è più necessario il benestare della famiglia di Longo, restìa ad accettare che il figlio avesse una relazione con una donna definita «brutta, povera e comunista».
La coppia avrà tre figli, Luigi Libero, nato nel 1923, Pier Giuseppe, nato nel 1925 e deceduto pochi mesi dopo, e Giuseppe nato a Parigi nel 1929. L’unione non è solo sentimentale; insieme condividono la difesa delle organizzazioni comuniste torinesi dalla violenza fascista, gli spostamenti a Roma e Milano sia per rappresentare le sezioni della FGCI che per continuare l’attività giornalistica clandestina, l’uno per «Avanguardia» l’altra per «Voce della gioventù», nonché l’esperienza del carcere prima di ricongiungersi a Torino alla fine del 1923.
Tenace nel non voler essere confinata al solo ruolo di madre e moglie, né di arrendersi dinanzi all’avanzata del fascismo, Noce si attiva nel 1924 per la formazione di una coalizione unitaria di tutti i partiti antifascisti e, una volta naufragato l’ambizioso obiettivo per le divisioni interne alla sinistra, è in prima linea nell’organizzazione clandestina del X Congresso della FGCI, tenutosi a Biella nel febbraio 1926. Nello stesso anno decide di partire in Unione Sovietica insieme al marito, incaricato di rappresentare l’Italia nell’Internazionale Giovanile Comunista a Mosca, e al figlio Luigi Libero.
Durante l’esperienza moscovita frequenta, tra 1927 e 1928, i corsi della Scuola Internazionale Lenin, prima di trasferirsi insieme a Longo a Parigi, dove il PCd’I ha stabilito il proprio Centro estero, quindi a Lugano, dove partecipa alla Conferenza d’Organizzazione di Basilea del 1928.
Di nuovo a Mosca, segue i lavori del VI Congresso dell’Internazionale, prima di trasferirsi ancora a Parigi. La svolta del Comintern, sancita dal Congresso di Colonia del 1931, imprime un mutamento di strategia dei quadri comunisti operanti in Italia ponendoli in una direzione maggiormente offensiva nei confronti del regime, nella convinzione dell’ormai prossima vittoria della linea staliniana in Unione Sovietica con l’avvento al potere del KPD in Germania e del rovesciamento della dittatura fascista in Italia con metodi rivoluzionari.
Noce rientra in Italia nel 1931, con il nome di Estella su sua precisa richiesta. L’obiettivo principale è preparare la giornata dell’8 marzo nelle fabbriche tessili di Biella e trasformarla in un’occasione di lotta per le operaie vittime dei licenziamenti, della riduzione dei salari e della continua repressione operata dal regime.
Nel 1932 organizza gli scioperi delle mondine tra Novara e Vercelli e partecipa alla ricostruzione della sezione clandestina del PCd’I in Emilia, sebbene in questa operazione il suo attivismo sia fonte di dura critica perché ritenuto eccessivo dai vertici del partito. Diviene membro del Comitato Centrale (CC) del PCd’I nel 1932 e nel 1933 rientra a Mosca come rappresentante della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) nell’Internazionale sindacale, per poi dirigere a Parigi la Confederazione stessa assieme a Giuseppe Di Vittorio.
Gli anni vissuti in Francia tra il 1934 e il 1935 si distinguono, oltre che per la lotta clandestina combattuta al fianco degli operai francesi in un’ottica internazionalista e dei lavoratori italiani avversi al regime, per un’intensa attività giornalistica.
Direttrice del giornale destinato agli italiani emigrati all’estero, «Il Grido del Popolo», e de «La Voce delle donne», mensile del Comitato italiano femminile di lotta contro fascismo e guerra, fonda assieme a Xenia Sereni «Noi donne», mensile che ha l’obiettivo di coinvolgere nella lotta contro il fascismo le masse femminili ancorate ad una rappresentazione stereotipata del ruolo della donna e scarsamente politicizzate.
Partecipa al VII Congresso del Comintern, tenutosi a Mosca tra il luglio e l’agosto 1935. Allo scoppio della Guerra civile in Spagna, accoglie con soddisfazione l’unità d’azione delle sinistre e, con il marito, si arruola come volontaria nelle Brigate Garibaldi, facendo da spola con la Francia per rifornire i volontari di armi e viveri, e redigendo il giornale antifascista «Volontario della libertà».
Rientrata in Francia dopo la vittoria dell’esercito franchista, in seguito alla firma del patto Molotov-Ribbentrop e alla conseguente serie di arresti di militanti antifascisti ad opera del governo francese, compreso anche Longo, si attiva nell’organizzazione del Soccorso rosso, per aiutare le famiglie dei militanti comunisti arrestati.
Decisa a riprendere l’attività di operaia, il 10 giugno 1940 viene arrestata e portata nel carcere di Rieucros, dove organizza una scuola interna. Il periodo di reclusione termina dopo la firma dell’armistizio tra Francia e Germania, quando i prigionieri italiani vengono liberati a patto che lascino il paese.
Trasferita a Marsiglia, si ricongiunge per breve tempo con il marito; Longo è destinato alla lotta clandestina in Italia, Noce a ricongiungersi coi figli, trasferiti sotto tutela a Mosca.
L’aggressione nazista dell’URSS però impedisce la partenza, spingendola a proseguire l’attività clandestina in Francia, con stampa illegale, sabotaggi ed attentati contro i militari e i gerarchi nazisti. Arrestata, viene deportata dapprima nel campo di concentramento femminile di Ravensbruck quindi ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni, ad Holleschein, rimanendovi prigioniera fino alla liberazione per mano dei partigiani polacchi.
La drammatica esperienza dei lager nazisti è raccontata nel romanzo autobiografico «…ma domani farà giorno», pubblicato nel 1952. Prima di rientrare in Italia viene arrestata in Francia per sospetto collaborazionismo con i tedeschi e rilasciata immediatamente per insussistenza del fatto.
Rientrata in Italia, si getta subito nell’attività politica del PCI. Avversa al concetto di “lavoro femminile”, inteso separatamente da quello generale e per sua natura discriminante, rifiuta di riorganizzare la Commissione femminile del partito e si impegna per aiutare i bambini milanesi che hanno perso la casa e che vivono la fame. Organizza, col sostegno economico dei comunisti emiliani, una prima distribuzione di abiti e viveri e, grazie anche al sostegno di militanti comunisti e della popolazione civile, un progetto di accoglienza per i minori in difficoltà. Nei primi due anni del dopoguerra, grazie a questa iniziativa, ben 35.000 bambini vengono ospitati in diverse città emiliano-romagnole e salvati dalla fame e dal freddo.
Eletta nel Comitato Centrale del PCI e poi della Direzione dal V Congresso svoltosi tra il 29 dicembre 1945 e il 6 gennaio 1946, gradisce poco la “troppo burocratica” attività politica svolta a Roma, prediligendo il lavoro fra le masse. Accetta, quindi, di riorganizzare la Federazione Impiegati Operai Tessili (FIOT), composta in prevalenza da lavoratrici. Il compito non è semplice: Noce deve scontrarsi con la componente maschile del sindacato, restìa ad essere guidata da una donna.
Ciononostante, dopo mesi di trattative, riesce ad ottenere un contratto collettivo di importanza storica. Oltre ad essere il primo siglato nel dopoguerra e divenuto, poi, modello per i seguenti, con tenacia riesce a conquistare «l’avvicinamento dei salari per uomini e donne», «il regolamento delle ore straordinarie e festive», «il diritto alle ferie», oltre a siglare nuovi princìpi fondamentali per la tutela delle lavoratrici in maternità come «il diritto al riposo prima e dopo il parto, pagato al 75% del salario globale, rispetto al 66% già stabilito per le altre categorie».
Il successo ottenuto le consente di essere confermata segretaria generale a larga maggioranza al primo Congresso della Federazione Italiana Operai Tessili (FIOT) del 1947. Rimane alla guida della FIOT sino al 1955; parallelamente, sempre nel 1947, è eletta al Comitato Direttivo Confederale e al Comitato Esecutivo della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL).
Residente a Bologna, viene eletta deputato all’Assemblea Costituente nel XVI Collegio di Parma per il PCI con 47.219 preferenze. È tra le cinque donne presenti nella Commissione dei 75. Deputato del gruppo parlamentare comunista, in totale disaccordo con la linea imposta dal segretario del PCI Togliatti, si distingue per il rifiuto di votare l’articolo 7.
L’opposizione all’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica non è motivata da questioni religiose ma da ragioni politiche. Ritiene un’assurdità la trasposizione nella nuova Costituzione democratica di un accordo stipulato col regime fascista. I Patti, inoltre, sanciscono l’indissolubilità del matrimonio, contro cui il partito s’era da sempre battuto. Il suo voto contrario è tra i pochissimi del PCI.
Eletta deputato nella I Legislatura (1948-1953) si distingue come componente della XI Commissione lavoro e previdenza sociale, battendosi soprattutto per la tutela dei diritti delle lavoratrici. È la prima firmataria del primo progetto di legge di “iniziativa parlamentare” presentato al Parlamento della Repubblica; il 14 giugno 1948 propone un disegno di legge destinato alla «tutela delle lavoratrici madri». Il decreto legge (DL) si basava sul principio che la tutela fisica dovesse cominciare dall’inizio della gravidanza ed estendersi sino a dopo il parto, proteggendo non solo la madre ma anche il figlio.
Il 26 agosto 1950 viene approvata dal Parlamento la legge n.860, «Per la tutela fisica delle lavoratrici madri». La normativa prevede il divieto per il datore di lavoro di licenziare la donna in gravidanza così come la necessità di concedere due periodi di riposo regolarmente retribuiti durante la giornata per provvedere all’allattamento, la predisposizione nel luogo di lavoro di appositi luoghi per l’allattamento e l’istituzione di asili nido destinati alla cura del bambino durante le ore lavorative. Eletta, sempre tra le fila del PCI, alle elezioni del 1953 per la II Legislatura, si distingue battendosi nuovamente per il riconoscimento e la tutela dei diritti delle donne, presentando un DL relativo alla «applicazione della parità dei diritti e della parità delle retribuzioni per un pari lavoro».
La sua carriera politica si interrompe negli anni Cinquanta quando viene allontanata dal partito a seguito della denuncia nei confronti del marito, reo d’aver ottenuto l’annullamento del matrimonio per mezzo di una firma contraffatta a San Marino. Il 28 novembre 1953 scopre da un trafiletto pubblicato sulle pagine de «Il Corriere della Sera» dell’annullamento e invia immediatamente una lettera di smentita al quotidiano di via Solferino. All’interno della lettera, inviata senza il permesso del partito, precisa quanto i comunisti, nonostante fossero favorevoli al divorzio, non concepissero la “pratica borghese” dell’annullamento possibile solo per chi avesse i mezzi economici per permetterselo.
Accertata la veridicità del fatto e venuta a conoscenza della sentenza di annullamento pronunciata il 26 ottobre 1953 «per l’invalidità del consenso da parte del Longo», nella quale peraltro si attribuiva proprio ai genitori dell’ex marito, che tanto s’erano opposti al loro legame, l’imposizione forzata del matrimonio, decide di battersi contro l’ennesimo sopruso subìto. Ricorre, quindi, alla Commissione centrale di controllo, sostenendo come l’azione intrapresa da Longo fosse contraria alla linea politica del PCI. Questa volta, però, Noce perde la battaglia e viene esclusa dalla direzione del partito.
Quello che viene da lei stessa definito come «il più grave trauma politico e personale» della sua vita, «doloroso più del carcere, più della deportazione», con il sopraggiungere di problemi fisici, comporterà un rapido allontanarsi dalla vita politica e dall’attività sindacale. Nel 1955 si dimette dalla FIOT e, dopo una breve esperienza nel Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL) dal 1959, si ritira progressivamente dalla vita pubblica. Poco prima delle elezioni per la III Legislatura, tenutesi il 25 maggio 1958, sarà lei stessa a comunicare al PCI la volontà di non essere inserita in lista.
Muore a Bologna il 22 gennaio 1980.
Nasce a Torino nel 1900. Di famiglia modesta, abbandona gli studi per iniziare, giovanissima, a lavorare. Ha undici anni quando partecipa al primo sciopero, manifestante al fianco delle colleghe sarte per rivendicare migliori condizioni salariali e di orario. Assunta dalla Fiat Brevetti nel 1917, nel 1920 è tra le fondatrici del Circolo giovanile socialista torinese.
Dopo la scissione di Livorno aderisce al Partito Comunista d’Italia impegnandosi nella Federazione giovanile e curando la pubblicazione di diverse riviste legate al partito. Nel 1936 è tra le fondatrici del mensile «Noi donne». Emigrata a Parigi per sfuggire al regime, nel 1926 sposa Luigi Longo che segue a Mosca e nella guerra civile spagnola dove, con il nome di battaglia Estrella, cura la pubblicazione «Il volontario della libertà», giornale degli italiani affiliati alle Brigate internazionali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale milita nella resistenza francese; arrestata, subisce l’internamento in Germania e in Cecoslovacchia.
Rientrata in Italia, è eletta all’Assemblea Costituente. Nei lavori della Commissione di cui fa parte, si distingue per l’impegno nella tutela delle garanzie economico-sociali per l’assistenza delle famiglie.
Eletta Deputata tra le fila del Partito Comunista Italiano nel 1948, è la proponente di quella che sarà la Legge n. 860, per la “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”. È prima firmataria della proposta di legge per la “Applicazione della parità dei diritti e della parità delle retribuzioni per un pari lavoro”.
La sua carriera politica s’interrompe nel 1953 come conseguenza dell’allontanamento dal Partito. Decisione assunta dal Comitato Centrale in seguito alla denuncia nei confronti di Luigi Longo che ha ottenuto l’annullamento del matrimonio grazie a una firma contraffatta a San Marino.
Muore a Bologna nel 1980.