Nasce a Torino il 6 gennaio 1895, da una famiglia benestante di religione ebraica. Il padre, Moise, lavora nella celebre sartoria ebraica Bellom, che annovera tra i clienti la famiglia reale e gran parte dell’aristocrazia cittadina, prima come commesso e, in seguito, in qualità di direttore del negozio. La madre, Consolina Segre, donna di famiglia benestante e anch’essa ebrea, rimane vedova nel 1903, all’età di 35 anni; da quel momento a lei sola spetta la cura dei figli. Oltre a Rita, la famiglia Montagnana è composta da Gemma (nata nel 1887), Lidia (1891), Clelia (1892), Mario (1897), Elena (1900), Massimo (1903).
Sebbene la prematura morte del padre non imponesse, date le agiatezze economiche della famiglia, un impiego per i figli, proprio per volontà del defunto genitore questi sin da giovanissimi erano stati incentivati ad imparare un lavoro manuale; il figlio Mario il mestiere di operaio, le figlie, compresa Rita, quello di sarta. Caratteristica comune dei giovani Montagnana è l’impegno politico in difesa della classe lavoratrice. Distanti dall’impegno politico saranno la sola Gemma; Elena non parteciperà attivamente alle lotte politiche del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) ma, sposando Paolo Robotti, vivrà assieme al marito l’esilio in URSS e in Francia. Mario, dapprima socialista, dal 1921 aderisce al PCd’I e, a partire dagli Trenta, entra nel Comitato Centrale (CC) del partito, legandovi la sua intera vicenda politica, come deputato all'Assemblea Costituente, deputato nella I e II Legislatura della Repubblica e senatore nella III Legislatura. Le tre sorelle Lidia, Clelia e Rita si iscrivono, invece, da giovanissime ai circoli socialisti del quartiere Borgo San Paolo. Se Lidia, col tempo si allontanerà dalla politica attiva, Clelia rimarrà fedele al Partito Socialista Italiano (PSI), non sposando mai la causa comunista e, dopo la Liberazione, verrà nominata membro della Commissione di epurazione per la scuola elementare dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) piemontese, dedicandosi, concluso il mandato, all’insegnamento.
Anche l’impegno politico di Montagnana inizia quando ancora è molto giovane.
A soli 14 anni è assunta come sarta presso l’atelier Sacerdote, e in quel contesto manifesta immediata insofferenza per le dure condizioni in cui sono costrette a lavorare le giovani impiegate. In prima linea durante gli scioperi delle sarte torinesi nel triennio 1909-11, sempre nel 1911, aderisce assieme ad altre compagne di lavoro allo sciopero indetto dai metallurgici per la riduzione dell’orario e il miglioramento delle condizioni lavorative.
Nello stesso anno si iscrive alla Camera del Lavoro. Già frequentatrice, assieme alle sorelle, del Circolo socialista «La difesa» di Borgo San Paolo, nel 1914 ne assume la segreteria; con tale mansione organizza numerose assemblee femminili in tutto il Piemonte e interviene nelle manifestazioni operaie durante la Grande Guerra. Durante il primo conflitto mondiale, come tante altre donne, è chiamata a coprire gli impieghi lasciati dagli uomini impegnati al fronte, venendo assunta dapprima dalla Banca Commerciale Italiana e, in seguito, dall’Alleanza Cooperativa torinese.
Nel frattempo, decide di impegnarsi direttamente non solo nelle attività sindacali ma anche in politica, prendendo la tessera del PSI nel 1915. Come membro del comitato femminile regionale socialista, svolge, durante il conflitto, un’intensa attività antibellicista, tenendo comizi nelle provincie del Torinese, Vercellese e Cuneese, e propagandando le teorie espresse da Lenin durante la Conferenza di Zimmerwald.
È in quegli anni che conosce Antonio Gramsci col quale intesserà un importante rapporto di amicizia e di stima; come Montagnana stessa ricorderà, in uno scritto a lui dedicato del 1945, proprio da questo incontro apprende come dovesse venire intesa la questione femminile secondo un modo che fosse «scientifico, realista, classista, basato sulla conoscenza profonda delle particolari condizioni materiali, sociali, politiche delle donne in Italia». Membro della Commissione esecutiva di Borgo San Paolo dal novembre 1916, prende parte ai moti contro il prezzo del pane e la guerra che infiammano Torino nell’agosto 1917.
Dopo la scissione di Livorno, aderisce al PCd'I, svolgendo un ruolo di primo piano nel dibattito relativo alla formazione o meno delle sezioni femminili, tra le proponenti di quelle che saranno le «Commissioni femminili». È tra le delegate italiane del partito alla II Conferenza Femminile Internazionale, svolta il 14 giugno del 1921 a Mosca. Durante il suo primo viaggio in Unione Sovietica, inoltre, è tra i membri, insieme al fratello Mario, della delegazione italiana presente al III Congresso del Comintern, tenutosi a Mosca dal 22 giugno al 12 luglio 1921. Su indicazione di Gramsci, si trasferisce a Roma nel 1922 con il duplice compito di organizzare il movimento femminile comunista su scala nazionale e occuparsi della fondazione di un organo d’informazione ad esso diretto; sarà Montagnana a dirigere il quindicinale femminile «La Compagna» dapprima con sede nella capitale e, dal 1923, a Torino. Con l’avvento del fascismo si trasferisce a Milano, sede del centro illegale del PCd’I, dove diviene collaboratrice, insieme a Camilla Ravera, di Palmiro Togliatti, occupandosi, inoltre, delle comunicazioni clandestine con Roma. Con Togliatti instaurerà una relazione che porterà i due a sposarsi nel 1924.
Il 29 luglio 1925, quando Togliatti è recluso a San Vittore, nasce il loro unico figlio, Aldo. Con la stretta autoritaria del Regime, Togliatti è costretto ad emigrare in URSS nel febbraio 1926; poco dopo lo raggiungono Montagnana e il figlio Aldo alloggiando, come molti altri dirigenti del partito, all’Hotel Lux di Mosca. I coniugi Togliatti giungono in Unione Sovietica nel pieno delle lotte interne al Vsesojuznaja Kommunističeskaja Partija (bol’ševikov) (VKP[b]) che segnano l’ascesa di Stalin a leader indiscusso della Patria del Socialismo. Ed è negli stessi anni, sebbene dalla lontana Mosca, che Togliatti scala i vertici del PCd’I, non lesinando polemiche con le personalità di spicco del partito, Gramsci compreso, che seppur cautamente criticano le epurazioni prima di Trockij e, in seguito, di tutte le opposizioni alla leadership staliniana. Nel 1927 Montagnana si trasferisce a Parigi, per seguire i lavori del centro estero del Comintern, istituito nella capitale francese, divenendo, inoltre, una delle prime firme della rivista del partito, fondata per volontà del marito nel 1925, «Lo Stato operaio».
Con la “svolta”, sancita dal Congresso di Colonia del 1931, e il conseguente mutamento di strategia dei quadri comunisti operanti in Italia, anche Montagnana è chiamata a partecipare all’attività illegale del partito e, più volte, varca il confine italiano per diffondere materiale clandestino come “corriere”, assieme ad altre donne del partito quali Maddalena Secco e Lucia Santhià, tra i vari centri. Controllata dalla polizia segreta, riesce sempre a sfuggire.
Rientrata in URSS nel 1933, è tra le poche donne ad essere ammessa alla Scuola Leninista Internazionale di Mosca.
Nel 1937 lascia l’Unione Sovietica per seguire il marito in Spagna, dov’è commissario politico del Comintern presso il Partido Comunista de España (PCE), svolgendo anch’essa incarichi di partito negli anni della guerra civile. In seguito alla vittoria franchista, lascia la Spagna e riesce a raggiungere la cittadina francese di Le Havre da dove, assieme a Togliatti e ad altri dirigenti del partito impegnati durante la guerra civile, riesce ad imbarcarsi su una nave che riporta i coniugi verso Leningrado. Rimarrà in Unione Sovietica sino alla primavera del 1944, impegnandosi principalmente nelle attività di propaganda.
Come Togliatti, anche Montagnana collabora con le due principali emittenti radiofoniche sovietiche. Dapprima è collaboratrice dell’emittente internazionale sovietica, Radio Mosca, occupandosi delle trasmissioni rivolte alle donne e, dalla sua fondazione nell’estate 1941, lavora all’emittente organizzata dai comunisti italiani rifugiati in URSS, Radio Milano Libertà, distribuendo messaggi dalle stazioni di Mosca e, durante le prime fasi dell’aggressione nazista, dalla località di Kuibisev, più distante dal fronte.
Dal 1943 è tra le figure maggiormente impegnate nella redazione de «L’Alba», periodico destinato ai soldati italiani dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR). Nell’aprile 1944 i coniugi Togliatti rientrano in Italia. Il segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) col compito di imprimere una svolta per la formazione di un governo di unità nazionale con tutti i partiti membri del CLN, al fine di superare la frattura con la monarchia, e strutturare il cosiddetto «Partito nuovo».
Montagnana dirige la sezione femminile del partito, e redige uno dei suoi pochissimi scritti, «Ricordi dell’Unione Sovietica» (Roma, 1944), una raccolta di brevi articoli nei quali, ponendosi come testimone diretta, vengono descritte le conquiste sociali della Patria del Socialismo.
Il figlio Aldo resta in URSS per completare gli studi presso il collegio Ivanova, dove consegue il diploma di ingegnere insieme a figli di importanti esponenti del comunismo internazionale quali Mao Tse-Tung e Tito. Tornerà in Italia solo al termine del conflitto.
Se il difficile compito per Togliatti è la formazione del nuovo partito comunista tradotto nelle dimensioni nazionale e democratica, l’obiettivo di Montagnana è altrettanto complesso.
L’organizzazione femminile del partito deve inserirsi in un più ampio progetto finalizzato alla creazione di una struttura unitaria sovra-partitica aperta a tutte le donne, l’Unione Donne Italiane (UDI).
A tal ragione, una delle prime iniziative è l’offerta rivolta alla democristiana Angela Guidi Cingolani, in rappresentanza di tutte le donne cattoliche, di iscriversi all’UDI. Il rifiuto opposto dalle donne della Democrazia Cristiana (DC) non arresta la formazione di questa nuova associazione femminile che, già con la costituzione del Comitato d’iniziativa provvisorio dell’UDI, settembre 1944, avvia quel processo di conquista di uno spazio politico per le donne, iniziato con i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), che a partire dal novembre 1943 avevano segnato l’ingresso attivo delle organizzazioni femminile nella Resistenza.
L’UDI si fornisce di una propria rivista mensile, «Noi donne», edita dal giugno 1944 coi medesimi obiettivi e denominazione della testata fondata nel 1935 da Teresa Noce e Xenia Sereni, mirando quindi al coinvolgimento delle donne alla vita politica attiva. Nel settimo numero, uscito a dicembre, viene salutata «la fine dell’epoca della massaia». Il processo di emancipazione politica procede non senza difficoltà. La denunciata ingiustizia del fatto «che ora l’uomo porti falce e martello e la donna possa brandire tutt’al più il cencio da lavare, i piatti o la scopa per la pulizia domestica», apparsa sulle pagine de «La Compagna» nell’estate 1944, viene ripresa da Montagnana nel rapporto steso in occasione del I Congresso dell’UDI per le attività svolte nell’Italia centro-meridionale. In tale occasione sottolinea come gli uomini «abituati nei lunghi anni della dittatura fascista a considerare la donna come uno strumento di piacere o come macchina per fare figli o serva che lavora senza limiti di orario» avevano trovato «con sorpresa le donne accanto a loro nella lotta per la libertà». Le donne che avevano saputo combattere la Resistenza, incalza nel medesimo rapporto, vogliono ora «lavorare per la ricostruzione dell’Italia», e «partecipare alla direzione del paese, alla direzione delle organizzazioni ed istituzioni libere» che si vanno costituendo come i Consigli comunali, i sindacati e le Commissioni interne.
Questo concetto viene ribadito nell’articolo «La donna nella lotta antifascista e nella ricostruzione» apparso a firma della Montagnana sulle pagine de «L’Unità» il 9 maggio 1945; la richiesta di spazio, sin da subito, per le donne nei posti di Governo e nelle Amministrazioni comunali, si affianca ad un appello per una «giusta retribuzione del lavoro femminile» e per il fatto che sono «tutte le vie del lavoro e del sapere aperte alle giovani». Montagnana incarnerà appieno le battaglie condotte dall’UDI e difenderà la linea concordata col PCI di una separazione dell’organizzazione, mantenendo la presidenza sino all’ottobre 1947 quando, durante i lavori del II Congresso, viene designata presidente la comunista Maria Maddalena Rossi. L’UDI è in prima linea per il suffragio universale. Già nell’ottobre 1944 una Commissione dell’organizzazione appositamente costituita presenta al governo presieduto da Ivanoe Bonomi la richiesta formale per il voto alle donne. Montagnana scrive diversi articoli a riguardo su «Noi donne» e, nel timore che l’iniziativa non decollasse, non lesinando peraltro critiche ai Comitati per il voto, organizza una grande manifestazione che avrebbe dovuto prevedere una settimana di agitazione pro-voto da svolgersi nel febbraio 1946. La pubblicazione del Decreto Legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, che estende alle donne che avessero compiuto i ventuno anni il diritto al voto, spinge Montagnana ad annullare la manifestazione ed esprimere, in occasione della relazione del I Congresso, un certo malcontento per un diritto percepito ora quasi come «una concessione», come ribadito anche da Egle Gualdi, e non una conquista.
Già designata dal PCI membro della Consulta nel 1946, è candidata come capolista per il PCI nel Collegio XIII di Bologna e, ottenute 68.722 preferenze, viene eletta all'Assemblea Costituente. È deputata del gruppo parlamentare comunista. L’attività di Montagnana, più che alla stesura della Carta costituzionale si incentra sulla difesa dei diritti delle donne e, in particolare, delle lavoratrici. A lei e Teresa Mattei, inoltre, si deve la scelta della mimosa come fiore simbolo delle manifestazioni dell’otto marzo. Nel 1948 è eletta senatrice per la I Legislatura nel collegio di Imola. Nel 1954 viene eletta vice presidente della Federazione Internazionale Femminile.
Come per Teresa Noce, le vicende personali si intrecciano con la vita politica di Montagnana, segnandone il progressivo abbandono. Già da tempo distante da Togliatti, che dal 1946 avvia una relazione con la giovane Nilde Jotti, l’aggravarsi delle condizioni psichiche del figlio Aldo la obbligano a concentrarsi quasi interamente nella ricerca di cure per la malattia nervosa diagnosticatagli, viaggiando in Unione Sovietica, in Ungheria e, in ultimo, trasferendosi definitivamente con lui a Torino.
Nel frattempo, viene sollevata dall’incarico di responsabile regionale del Piemonte e, alle elezioni del 1953, la sua candidatura è presentata nell’ostile collegio di Biella, dove non riesce ad ottenere le preferenze sufficienti per essere rieletta al Senato. Il suo ultimo incarico pubblico lo svolge da delegata al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) nel 1956, quando ormai l’emarginazione all’interno del partito manca è ormai sostanzialmente compiuta.
Sarà Montagnana, però, ad allontanarsi definitivamente dalla politica attiva, dedicando gli ultimi anni della sua vita al figlio Aldo che, una volta venuta a mancare la madre, trascorrerà il resto della vita nella clinica per malattie mentali «Villa Igea» di Modena.
Rita muore a Torino il 17 giugno 1979.
Nasce a Torino nel 1985 da una famiglia ebrea benestante, di tradizione socialista. Sin da giovane matura una particolare sensibilità per i temi riguardanti i diritti dei lavoratori e l’emancipazione femminile: prende parte agli scioperi delle sarte torinesi nel biennio 1909-10, nel 1914 è eletta Segretaria del Circolo femminile «La difesa», nel 1917 partecipa alle rivolte per il pane e nel 1919 alle occupazioni delle fabbriche.
Nel 1915 si iscrive al Partito Socialista Italiano e nel 1921 prende parte al Congresso di Livorno dov’è fra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Nello stesso anno è a Mosca a rappresentare le comuniste italiane alla II Conferenza Femminile Internazionale e al III Congresso del Comintern.
Nel 1924 sposa Palmiro Togliatti. Durante il ventennio fascista vive a Mosca col marito, dove frequenta alla metà degli anni Trenta la Scuola leninista. In seguito sarà in Francia e poi in Spagna, durante la Guerra Civile. Rientrata in Unione Sovietica dopo la vittoria franchista, collabora alle trasmissioni di Radio Mosca e Radio Milano Libertà.
Di ritorno in Italia nel 1944, è tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane e, all’indomani della Liberazione, si batte in favore dei diritti delle donne, chiedendo per loro spazio nell’Assemblea Costituente e nelle amministrazioni comunali, una giusta retribuzione e l’apertura alle vie del lavoro e del sapere.
Eletta all’Assemblea Costituente nel collegio di Bologna, è Deputata per il gruppo comunista e Senatrice nella I legislatura.
Con Teresa Mattei propone la mimosa come fiore-simbolo per la Festa dell’otto marzo. Il suo impegno in difesa delle lavoratrici prosegue, nonostante il divorzio da Togliatti sia alle origini di un’emarginazione all’interno del partito che la convince ad allontanarsi definitivamente dalla vita politica attiva.
Muore a Roma nel 1979.
BIBLIOGRAFIA
SITOGRAFIA
Scheda Rita Montagnana - Camera dei Deputati
Camera dei Deputati - Portale Storico
Scheda di Rita Montagnana, I Legislatura - Senato della Repubblica