Renato Tega

Renato Tega

  • 06.01.1887
  • 09.11.1955
  • Maschio
  • Maestro elementare
  • Spello
  • Perugia
Sommario

    Biografia

    L’insegnamento e le prime esperienze politiche

    Nasce a Spello (PG) il 6 gennaio 1887, dove trascorre la sua intera giovinezza. Completato il percorso scolastico, ottiene l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari ed esercita la professione di maestro nella scuola del paese.


    L’insegnamento, però, non è la sua unica passione e, sin da giovanissimo, affianca all’attività in cattedra l’impegno politico. Nel 1907 si iscrive al Partito Socialista Italiano (PSI) e, in breve tempo gli viene affidato il compito di dirigere la Sezione socialista rivoluzionaria locale, primo incarico per Tega, destinato a divenire uno degli esponenti di spicco del socialismo nel perugino. Nel luglio 1908 è eletto consigliere comunale a Spello.


    Il primo incarico amministrativo, però, non assorbe appieno le sue attività. Nel 1910 è ad Assisi, dove lavora come istitutore presso il convitto «Principe di Napoli», collegio destinato ad accogliere i figli dei maestri elementari. Presa la tessera della sezione socialista cittadina, si occupa della propaganda, divenendo una delle firme più autorevoli di «Unione democratica», giornale anticlericale pubblicato ad Assisi, nonché collaboratore di numerose altre redazioni umbre legate ad ambienti socialisti.

    Nel 1912 vive per un breve periodo a Casaprota, località sui monti Sabini in provincia di Rieti, dove presta servizio nella segreteria del Comune. Come rappresentante della sezione socialista di Assisi è inviato a Reggio Emilia, dove partecipa, dal 7 al 10 luglio 1912, ai lavori del XIII Congresso del PSI che si concludono con l’espulsione degli esponenti dell’ala riformista del Partito, su tutti Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati, segnando la vittoria dell’ala massimalista, a Tega ideologicamente più vicina. 

     

    Le lotte in Emilia

    Terminata l’esperienza come consigliere comunale, nel luglio 1913 si trasferisce a Molinella (BO) dove, dopo aver vinto un concorso, inizia a lavorare come vicesegretario comunale nella giunta socialista guidata da Giuseppe Massarenti. Non recide, comunque, il legame con la terra natia; in occasione degli scioperi del 10 e 11 giugno 1914 presiede comizi a Spello e Foligno, prendendo parte alle insurrezioni che infiammano buona parte dell’Italia centrale e le principali città della penisola durante la cosiddetta “Settimana rossa”, tra il 7 e il 14 giugno del 1914.


    Segnalato come “agitatore” su di lui cade un mandato di cattura. Per evitare la reclusione, è costretto a fuggire in Svizzera. Rientrato in Italia, in seguito ad un’amnistia pronunciata dalla famiglia reale il 30 dicembre per la nascita della principessa Maria di Savoia, la sua esperienza come vicesegretario del comune di Molinella si conclude come diretta conseguenza della caduta dell’amministrazione Massarenti.


    La campagna bolognese è teatro, infatti, per tutto il 1914, di rivendicazioni mezzadrili esplose durante la “Settimana rossa” e proseguite per tutta l’estate, attirando i timori della borghesia cittadina, in particolare nei confronti della giunta socialista. Nell’ottobre 1914, come reazione all’eccidio di Guarda, dove gli scontri tra i braccianti e alcuni “crumiri” si concludono con cinque morti e numerosi feriti, vengono inviati oltre 3.000 soldati pronti a cingere d’assedio la cittadina centro delle proteste e arrestare esponenti di spicco dei sindacati e del PSI. Massarenti, accusato d’essere il mandante dell’eccidio e, ancor prima, guida delle rivolte estive, è costretto a rifugiarsi a San Marino assieme a numerosi dirigenti sindacali; i manifestanti arrestati vengono confinati sull’isola di Capraia.

    Sciolto il consiglio comunale e aperta un’indagine sull’operato della giunta, Tega viene sollevato dall’incarico il 23 febbraio 1915 per volontà del Regio commissario che nel frattempo aveva sostituito Massarenti.


    Nell’agosto 1915, strettamente sorvegliato dalla polizia, lascia Molinella, dove pochi mesi prima era convolato a nozze con Bice Baviera, e si trasferisce ad Argenta (FE) assumendo la carica di vicesegretario comunale. Agli inizi del 1916 è richiamato alle armi per partecipare alla Grande guerra; pacifista, al momento di salire sul treno protesta assieme a suoi commilitoni, manifestando chiara contrarietà al conflitto. 


    Arrestato e condannato a tre mesi di reclusione, una volta rilasciato prosegue l’attività di propaganda antibellica ad Argenta, organizzando insieme al segretario della Camera del Lavoro Gaetano Zirardini e al sindaco socialista Giulio Mezzogori, comizi durante i quali punta il dito contro il governo e la borghesia fautori del conflitto.

    Ritenuto pericoloso per la sua indefessa attività di propaganda, è inviato, nel dicembre 1916, al domicilio coatto a Benevento per ordine del Segretariato generale degli affari civili presso il Comando supremo del Regio esercito che ne dispone l’allontanamento dalle zone di guerra. Elusi i controlli, torna a Molinella dove viene arrestato nel giugno 1917 e inviato al domicilio coatto a Spello. Tornato nuovamente a Molinella viene arrestato e condannato a 15 giorni di reclusione. Al fine di impedirne i continui spostamenti non autorizzati e le relative attività propagandistiche, nel 1918 è ritenuto abile al servizio di leva e inviato a combattere nel frusinate prima di essere definitivamente riformato. 

     

    Dall’esilio alla tessera del PNF

    Tornato a Molinella al termine del conflitto, decide di dedicarsi totalmente all’attività di partito. A tal ragione, rinuncia all’insegnamento nonostante avesse vinto un concorso magistrale a Bologna. Divenuto uno dei massimi dirigenti della Federazione socialista, partecipa ai lavori del Congresso nazionale socialista e al Congresso dei segretari delle sezioni socialiste della provincia, tenutosi a Bologna nell’ottobre 1919.

    Alle attività congressuali e amministrative come vicesegretario del Comune di Molinella, però, predilige l’azione; è tra i membri del comitato che dirige l’agitazione agraria che infiamma le campagne della provincia bolognese nell’estate del 1920 e che si concluderà con la stipula del Concordato Paglia-Calda (dai nomi dei due firmatari, Calisto Paglia, presidente degli agrari e Alberto Calda, legale della Federterra). I vantaggi garantiti a mezzadri e braccianti dal Concordato, però, si scontrano con il montare delle violenze fasciste e lo stesso Tega diviene bersaglio degli squadristi di Leandro Arpinati. “Bandito” dalla città il 10 settembre 1921 e rifiutatosi di lasciare il comune, viene aggredito a bastonate dagli agrari armati dai fascisti il 24 e il 30 ottobre 1921.


    Con l’avvento della giunta fascista alla guida del Comune di Molinella, dopo aver mantenuto per un breve periodo la carica di vicesegretario, viene licenziato nel febbraio 1923. Si trasferisce, quindi, a Bologna dove ricopre incarichi di rilievo nella Federazione del PSI e prosegue l’attività editoriale, assumendo la direzione del settimanale «La Squilla» per alcuni mesi nel 1923.


    Il 30 dicembre 1923, durante una riunione regionale nella quale si discute di liste e programmi da presentare in vista delle consultazioni elettorali previste per l’aprile dell’anno seguente, da svolgersi con l’appena promulgata e contestata legge Acerbo, viene arrestato. Liberato, è vittima per tutto il 1924 di costanti fermi da parte delle forze dell’ordine nonché di aggressioni da parte dei fascisti; la più grave il 27 gennaio 1924 quando, in partenza dalla stazione di Bologna per Molinella, poco prima di salire sul treno viene raggiunto e aggredito da squadristi, riportando gravi ferite. Per sottrarsi a persecuzioni e violenze, quindi, decide di lasciare l’Italia ed emigra clandestinamente in Francia, stabilendosi a Nancy. Rientrato dopo pochi mesi, viene nuovamente arrestato nell’ottobre 1926 e, segnalato come «una delle figure spiccatamente rivoluzionarie che capeggiano il movimento di Molinella», viene assegnato per 12 mesi al confino, da scontare sull’isola di Lipari (ME). Liberato il 27 novembre 1927, rimane sotto stretta sorveglianza come sovversivo di «terza categoria». 

    Nel 1929, progressivamente ormai distanziatosi dalla vita pubblica, è impiegato come bibliotecario presso diversi enti comunali bolognesi. Nonostante avesse vinto un nuovo concorso a cattedra nel 1924, non può esercitare la professione senza iscriversi al Partito Nazionale Fascista (PNF). Sul finire degli anni Trenta decide di prendere la tessera del PNF e, nel 1937 gli viene assegnata una cattedra nella scuola elementare «Ercolani» a Bologna. In questo periodo abbandona l’attività politica, dedicandosi integralmente alla passione giovanile dell’insegnamento fino al 1942, quando decide di partecipare alla prime riunioni clandestine che avrebbero da lì a poco dato vita al Movimento di Unità Proletaria (MUP).

     

    La Resistenza e la Costituente

    La mancanza di una base di massa per il neonato MUP, spinge il segretario Lelio Basso ad aprire un dialogo con i dirigenti del PSI al fine di unificare le due forze politiche. Le trattative si concludono nell’estate 1943. Tega è tra i delegati del MUP che partecipano alle discussioni per la riunificazione con il PSI, conclusasi con la riunione tenuta ai primi d’agosto presso lo studio dell’avvocato Roberto Vighi, a Bologna in via Santo Stefano 18, che sancisce la fondazione del Partito Socialista d’Unità Proletaria (PSUP).


    Nei mesi della Resistenza, diverrà uno degli esponenti di spicco della nuova formazione politica, operando principalmente a Bologna. L’attività di Tega nella lotta antifascista, però, non si limita ai soli impegni di rinascita di forze politiche rese clandestine per un ventennio, ma anche nella lotta armata contro il nazifascismo, operando dalla primavera del 1944 principalmente con le forze sappiste.


    Operativo per la III Brigata Matteotti “Città”, ricoprendo anche la carica di capo di stato maggiore, non viene coinvolto nel processo celebrato tra il 12 e il 17 aprile 1945 dinanzi al Tribunale straordinario di guerra che si conclude con le condanne a morte, oltre a quelle detentive, degli esponenti di spicco della Brigata, in primis il comandante Otello Bonvicini.

    Durante i lunghi mesi dell’inverno 1944-45 tiene i collegamenti tra la segreteria del partito, la Federazione Giovanile Socialista Italiana (FGSI) e la Commissione femminile. Intensa, inoltre, è l’attività editoriale; è coordinatore di buona parte delle testate clandestine legate al PSUP edite a Bologna, tra cui «Avanti!», «Rivoluzione socialista», «La Compagna». Numerosi suoi scritti, inoltre, appaiono su «La Squilla», settimanale che dirigerà dal 21 aprile 1945 alla fine del 1947.

    Prende parte ai lavori del primo consiglio comunale postbellico di Bologna, designato come delegato del PSUP. Nel 1945 è eletto segretario della Federazione bolognese del PSUP. Nello stesso anno è nominato membro della Commissione di epurazione. Nel 1946 ricopre un doppio incarico amministrativo come consigliere nei comuni di Spello e Bologna.


    Dopo le amministrative del marzo 1946, con la conferma di Giuseppe Dozza a Palazzo d’Accursio, Tega prosegue la sua esperienza come consigliere della giunta a guida comunista, ottenendo, inoltre, l’assessorato alla Pubblica Istruzione. Alle elezioni del 2 giugno 1946, è candidato per il PSI nel XIII Collegio di Bologna. Ottenute 9.536 preferenze, è eletto all’Assemblea Costituente. 


    Deputato del gruppo parlamentare socialista, durante i lavori in Plenaria si distingue per due interventi; il primo in materia di Rapporti economici, l’altro le discussioni su Regioni e Comuni. Di spiccato rilievo è l’intervento del 6 maggio 1947 quando, nella seduta pomeridiana, prende la parola sul dibattito relativo alla «partecipazione dei lavoratori alla gestione della società», esplicando la necessità di inserire la tutela dei diritti sociali, in primis il diritto allo sciopero presentato quale «legittima difesa del lavoro», come parte integrante della Costituzione volendo scongiurare l’errata considerazione che tali diritti fossero «così acquisiti dalla coscienza universale che basterebbe al riguardo la loro indicazione nel preambolo». Nel medesimo intervento, Tega sottolinea, inoltre, suoi dubbi relativi al testo dell’attuale articolo 39 della Costituzione (al momento della discussione art.35) e, in particolare, riguardo «l’obbligo della registrazione presso enti locali e centrali» delle organizzazioni sindacali, lesivo, a suo parere, della libertà e autonomia dei sindacati. È, inoltre, tra i firmatari della l. 1629/1947 relativa alle Norme per la istituzione dell'Opera di valorizzazione della Sila. Terminati i lavori della Costituente non verrà candidato alle elezioni dell’aprile 1948, abbandonando l’attività parlamentare.


    In seguito alla scissione di Palazzo Barberini aderisce, in un primo momento, al gruppo di Autonomia Socialista, prediligendo in seguito il Movimento di Unificazione Socialista. Nel 1949, infine, decide di prendere la tessera del Partito Socialista Unitario (PSU), formazione che riuniva la corrente autonomista del PSI guidata da Giuseppe Romita e la corrente minoritaria di sinistra fuoriuscita dal PSLI, guidata da Ugo Guido Mondolfo.


    In parallelo all’attività di assessorato, negli ultimi anni della sua vita Tega sI impegna assiduamente nel giornalismo, pubblicando per le testate socialiste «La lotta socialista», «Il domani», «Socialisti unitevi!», è stato anche attivo nel sindacato della scuola ADSN.

    Muore a Bologna il 9 novembre 1955.

    Sintesi biografica

    Nasce a Spello, in provincia di Perugia, nel 1887.

    Diplomato magistrale, all’attività di maestro elementare affianca l’impegno politico, distinguendosi presto come una delle figure di spicco del movimento socialista locale. Eletto Assessore comunale a Spello nel 1908, nel 1913 si trasferisce a Molinella, in provincia di Bologna, dove assume la carica di Vice segretario comunale. Più volte arrestato per propaganda antibellica negli anni della Prima Guerra Mondiale, al termine del conflitto è uno dei dirigenti della Federazione del Partito Socialista Italiano (PSI), con importanti cariche a Molinella e a Bologna.

    Oggetto della violenza degli agrari e degli squadristi, per sfuggire alle persecuzioni nel 1925 emigra in Francia per un breve periodo. Rientrato in Italia nel 1926, è condannato al confino a Lipari. Liberato l’anno seguente, sebbene considerato un sovversivo dalla polizia politica, s’iscrive al Partito Nazionale Fascista e ottiene la cattedra di maestro in una scuola elementare di Bologna.

    Tra i promotori del Movimento di Unità Proletaria nel 1942, nel 1943 partecipa alla fondazione del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Prende parte alla Resistenza combattendo per la 3° Brigata Matteotti Città.

    Eletto all’Assemblea Costituente nel gruppo parlamentare socialista, dopo la scissione di Palazzo Barberini aderisce al PSI.

    Muore a Bologna nel 1955.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA


    SITOGRAFIA