Pier Raimondo Manzini

Pier Raimondo Manzini

  • 18.02.1901
  • 14.01.1988
  • Maschio
  • Giornalista
  • Lodi
  • Milano
Sommario

    Biografia

    Gli esordi nel giornalismo cattolico

    Nasce a Lodi il 18 febbraio 1901, da una famiglia di origine emiliana composta dalla madre Guglielmina Rossi e dal padre Caio, farmacista di Guastalla (RE). Diplomatosi ragioniere, si trasferisce a Milano, dove si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio. A Milano, nonostante avesse avuto dai genitori un’educazione laica con forti influssi mazziniani e repubblicani, si avvicina a don Giovanni Rossi, giovane sacerdote e principale esponente della Compagnia di San Paolo, istituzione sorta nel 1920 per iniziativa del cardinale Andrea Carlo Ferrari. Manzini, già iscritto all’Avanguardia cristiana, organizzazione giovanile guidata da don Rossi, s’impegna principalmente nell’intensa attività editoriale avviata dall’istituto. Nel corso degli anni Venti, infatti, buona parte delle risorse finanziarie dell’istituto saranno destinate alla fondazione di riviste, periodici e quotidiani, mezzi per il raggiungimento dei propositi principali della Compagnia, ovvero l’introduzione nel panorama culturale italiano di una voce d’ispirazione cattolica articolata in testate che fossero «intransigenti nella difesa dei valori cristiani», attive nell’opera di formazione del laicato cattolico e nell’intervento nella società. Tale strategia s’inserisce in un più complesso processo di modernizzazione della stampa cattolica, essenziale nell’operazione di rilancio per un ruolo sempre più attivo dell’associazionismo cattolico e dell’impegno assunto dal Partito popolare di don Luigi Sturzo. Manzini è collaboratore de «La Festa», settimanale fondato nel 1923 e indirizzato alle famiglie cattoliche, articolista della rassegna di cultura cattolica «Il Ragguaglio libraio» e, nel 1925, responsabile de «Il Pellegrino: giornale dell’anno santo». La sua attività nel complesso editoriale della Compagnia è, però, principalmente legata a «Il Carroccio», rivista della quale assume la direzione già nel 1922 e che, per sua stessa espressione, «vuol essere di un audace massimalismo, di un cattolicesimo integrale» con l’obiettivo di «nutrire i giovani di pensiero vigorosamente cristiano». Manzini chiama a collaborare con questa rivista ecclesiastici e laici di primo piano impegnati in attività culturali, quali tra gli altri il critico letterario Cesare Angelini, il teologo e docente dell’Università cattolica del Sacro Cuore Felice Cordovani, e il cardinale e astronomo Pietro Maffi. In questi anni, inoltre, l’impegno di Manzini non si esaurisce nella, seppur intensa, attività giornalistica ma anche nell’associazionismo cattolico, frequentando, anche in qualità di consigliere a partire dal 1924, la Gioventù cattolica presieduta da Camillo Corsanego.

     

    «L’Avvenire d’Italia»: il fascismo, la guerra civile spagnola, l’otto settembre

    Nel 1927 si trasferisce a Bologna per assumere la direzione del quotidiano cattolico «L’Avvenire d’Italia», incarico che manterrà sino al 1960, ad eccezione di una breve interruzione tra il febbraio 1954 e il luglio 1955, quando ricoprirà la carica di Sottosegretario di Stato nel Governo Scelba I. La nomina di Manzini alla direzione del quotidiano bolognese è figlia di una necessaria svolta editoriale; la testata, infatti, stava vivendo un periodo complesso, con le vendite giunte ai minimi storici e un costante abbandono da parte dei cattolici antifascisti bolognesi. Con l’avvento del regime, infatti, la linea editoriale era andata progressivamente su posizioni vicine alla politica di Mussolini giungendo ad assumere, già nel 1924, una chiara connotazione clerico-fascista. Giunto sull’orlo del fallimento, «L’Avvenire d’Italia» viene acquistato alla fine del 1926 proprio dalla Compagnia di San Paolo che affida la direzione a Giovanni Terrugia, un uomo di fede che imprime alla testata, sin da subito, una connotazione esclusivamente religiosa. Il 1° dicembre 1927, la direzione viene affidata a Manzini il quale trasforma la rivista in una testata di taglio esclusivamente religioso e non politico; tale svolta garantisce la sopravvivenza del quotidiano sia perché recupera quella parte di lettori interessati alle sole questioni religiose e contrari alla contaminazione politica con il regime fascista, sia perché dal regime stesso è considerato un foglio che «riga dritto» e «non crea fastidi». 

    Tra il 1928 e il 1929 «L’Avvenire» rischia nuovamente la chiusura in seguito alla crisi finanziaria che travolge la Compagnia di San Paolo e che costringe papa Pio XI, per salvare il quotidiano, ad affidarlo direttamente alle diocesi dell’Emilia, del Veneto, delle Marche e della Toscana costituendo una società per azioni composta dai rappresentanti delle suddette diocesi e dall’Azione Cattolica (AC). Manzini viene riconfermato alla direzione e, proprio grazie alla sua linea editoriale, garantirà la sopravvivenza del quotidiano anche durante lo scontro tra regime e Azione Cattolica del 1931. Di fatto, durante il ventennio, «L’Avvenire» è perfettamente allineato alla politica vaticana sia per quanto concerne il rapporto col regime mussoliniano, sia per quanto riguarda la politica estera. In particolare, durante la guerra civile spagnola, con frequenza pressoché quotidiana, sulle pagine de «L’Avvenire» sono pubblicati articoli di sostegno a Francisco Franco e corrispondenze sulle violenze anticattoliche. Ciò si inserisce nella più generale battaglia cattolica contro il comunismo. In tale direzione va inteso l’articolo a firma di Manzini, pubblicato il 17 dicembre 1937 con titolo Contro il marxismo per la più alta giustizia sociale, nel quale contesta chiaramente l’interpretazione, a suo avviso calunniosa, della guerra civile secondo cui «il Fronte popolare combatte per le rivendicazioni del proletariato e quindi anche della Spagna, contro un blocco di brutali forze coercitrici che hanno la Chiesa per loro sostegno». Manzini esprimerà sulle pagine de «L’Avvenire» il mancato sostegno all’alleanza con il Terzo Reich e, nei primi anni del conflitto bellico, limiterà l’interesse del quotidiano alla mera cronaca, non sostenendo la guerra fascista ma, sempre nella linea di non intervento politico del quotidiano, non esprimendo aperto dissenso. Ciononostante proprio la genericità degli articoli, conduce la questura di Bologna a farne rapporto, denunciando come del conflitto il quotidiano ne parlasse in modo vago. A partire dal 1942 la posizione de «L’Avvenire» diverrà sempre più avversa al regime e al conflitto e, per tale ragione, sarà oggetto di censura e verrà bruciata in diverse piazze della città.

     

    L’8 settembre e la fondazione della DC


    Manzini, schieratosi definitivamente sul fronte antifascista, avvia una collaborazione clandestina con «L'Azione francescana», rivista diretta da padre Placido, espressione del dissenso cattolico reggiano. Nell’estate del 1943 prende parte alle riunioni che portano alla fondazione della Democrazia Cristiana emiliana.

    Dopo l’otto settembre la situazione precipita; Manzini, infatti, si trova a dirigere un quotidiano cattolico, ormai su posizioni antifasciste, in un territorio occupato dall’esercito nazista e, ufficialmente, retto dalla Repubblica sociale italiana, non riconosciuta dalla Santa Sede.


    Cerca, quindi, in un primo momento di far fronte alla questione proclamando la cessazione delle pubblicazioni, motivata con la mancanza di scorte di carta. Più volte forzatamente costretto alla pubblicazione dai comandi impartiti dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI), Manzini rinuncia alla direzione. Prosegue, nel frattempo, l’attività politica clandestina, mettendo a disposizione la sede de «L'Avvenire d'Italia» per gli incontri con esponenti delle altre forze politiche del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

    Il 23 settembre 1944, in seguito alla fucilazione del gruppo dirigente bolognese del Partito d’Azione (Pd’A),  decide, in accordo con l’intera redazione, l’autosospensione del giornale. Convocato dai nazisti all’Hotel Baglioni, mantiene ferma la posizione, motivandola con la mancanza di scorte di carta e con la distruzione e dispersione delle attrezzature. Il 29 agosto 1945 «L’Avvenire» torna in edicola, in seguito ad un comunicato del CLN regionale che ne autorizza la pubblicazione. Sotto la direzione di Manzini sino al 1960, supererà la limitazione religiosa dei contenuti, esprimendo chiaramente una linea politica. Nell’immediato dopoguerra si distingue per editoriali nei quali difende il mondo cattolico dall’accusa di collusione col regime fascista, invoca l’intervento della Chiesa nelle questioni politiche. Netta, inoltre, l’opposizione a una qualsiasi forma di collaborazione con le forze di sinistra. Il 3 marzo 1946 un suo editoriale dal titolo Cattolici e Comunisti esclude un avvicinamento con il Partito Comunista Italiano (PCI); nel 1959 critica aspramente l’invito dei socialisti napoletani ai cattolici di formare una «indefinita sinistra democristiana», invitando a sua volta, le forze cattoliche a non «disertare le proprie file per ingrossare quelle dell’esercito marxista».

     

    La Costituente 

    Il 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio di Bologna, avendo ottenuto 21.881 voti di preferenza. Iscritto al gruppo parlamentare democratico cristiano, è l’unico tra i deputati emiliano-romagnoli ad essere nominato componente della Commissione per i Trattati internazionali. Durante i lavori si distingue intervenendo il 14 aprile 1947 nella discussione sulla Relazione della Commissione degli Undici, nominata dal Presidente della Costituente il 19 febbraio 1947, su proposta del repubblicano Aurelio Natoli, per accertare la fondatezza delle accuse mosse dal leader del movimento indipendentista siciliano, Andrea Finocchiaro Aprile, nei confronti di ministri e deputati del gruppo democristiano che ricoprivano, a suo avviso, cariche incompatibili con il mandato parlamentare. Critica, in tale occasione, l’eccessiva superficialità e vaghezza tanto delle accuse quanto delle ritrattazioni, reclamando cifre esatte. Si distingue, inoltre, per numerosi interventi nel gennaio 1948 durante la discussione relative al disegno di legge sulla stampa di cui, di particolare interesse, è la richiesta d’istituzione dell’albo dei giornalisti, che avverrà nel 1963, presentato come vero e proprio «cardine di una garanzia morale anche in tema di libertà di stampa, perché significa elevazione della funzione giornalistica, selezione della classe giornalistica, impegno morale dei lavoratori del campo».

     

    Deputato della Repubblica

    È deputato alla Camera per le prime tre legislature, sempre come membro della DC. Nella più che decennale esperienza parlamentare ricopre numerosi incarichi, distinguendosi per un costante impegno nelle attività legislative e come firmatario di diverse proposte di legge. Nella I Legislatura (1948-53) è componente della II Commissione (Affari esterni) dal giugno 1948 al luglio 1951 quando viene nominato nella V Commissione (Difesa), prendendovi parte sino al termine del mandato e distinguendosi come sostenitore dell’assegnazione straordinaria di ventisei milioni di lire per il completamento del Tempio Ossario per i Caduti di Marzabotto nel luglio 1952.  Presenta come primo firmatario quattro proposte di legge, tra cui la più importante quella relativa al Ripristino delle linee elettriche nei Comuni Montani danneggiati dalla guerra, annunciata il 12 luglio 1948. Come cofirmatario, invece, sostiene la proposta per le «Disposizioni relative alla cinematografia per ragazzi», indicando come consuetudinario il divieto d’accesso alle sale cinematografiche per i minori di sedici anni, con le dovute eccezioni qualora il contenuto del film fosse ritenuto idoneo, e non il contrario, com’era sino ad allora stabilito dalla legge.

    Nella II Legislatura (1953-58) è componente delle commissioni I (Affari interni) dall’agosto 1955 al termine del mandato e II (Affari interni) dal luglio 1953 al febbraio 1954, della Commissione parlamentare per la vigilanza sulle radiodiffusioni dall’ottobre 1953 al febbraio 1954 e della Commissione speciale per l’esame del disegno di legge n. 1946. Prende parte, inoltre, ai lavori degli Uffici di governo, ricoprendo, dal febbraio 1954 al luglio 1955, la carica di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con Delega per la stampa e le informazioni, del primo esecutivo guidato da Mario Scelba.


    L’attività nella III Legislatura s’interrompe il 4 aprile 1960 quando, chiamato dal pontefice Giovanni XXIII a dirigere «L’Osservatore romano», decide di rassegnare le dimissioni da deputato e rinunciare a qualsiasi impegno politico e istituzionale, difficilmente conciliabili con la gestione del principale organo di informazione della Santa Sede.

     

    Direttore de «l’Osservatore Romano»

    Nel settembre 1959 il cardinale Domenico Tardini, segretario di Stato Vaticano, propone a Manzini, a nome del pontefice Giovanni XXIII, la direzione de «L’Osservatore Romano». Nonostante le pressioni dell’arcivescovo di Bologna Giovanni Lercaro, giunto persino a Roma per invitare il pontefice a non privare l’Emilia della personalità cui «la comunità cristiana della regione e il giornale stesso —«L’Avvenire d’Italia»— hanno alimento e vita»,  Manzini decide di accettare il prestigioso incarico. Assume la direzione il 1° aprile 1960, mantenendola fino al 1978 quando, in età avanzata, decide di abbandonare l’impegno. La sua nomina s’inserisce appieno nella cosiddetta stagione della “primavera della stampa cattolica”, traduzione editoriale del rinnovamento della Chiesa cattolica inaugurato dall’elezione di papa Roncalli; l’organo della Santa Sede è, in tal modo, privato dello spirito di crociata che aveva assunto sotto la quarantennale direzione del conte Giuseppe La Torre (1920-60) e allineato al mutato contesto storico e al nuovo orientamento che la Chiesa andava assumendo, e che culminerà con il Concilio Vaticano II (1962-66). L’operato di Manzini non si limita ad un solo ammodernamento grafico ma anche contenutistico e strutturale; viene posto, infatti, particolare interesse verso le questioni sociali e culturali. La testata si arricchisce di numerose interviste e reportage sia durante le sedute conciliari sia per i viaggi apostolici di papa Paolo VI. Di sua iniziativa, inoltre, l’impulso conferito al supplemento settimanale «L’Osservatore della domenica» e alla fondazione di edizioni settimanali tradotte in inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. In qualità di direttore, infine, esprime la posizione vaticana sulle battaglie civili degli anni Sessanta e Settanta, esprimendo ferma contrarietà al divorzio e all’aborto. 

    Negli anni romani gli sono conferite cariche di primo piano nelle associazioni della stampa confessionale; nominato presidente dell’Unione cattolica della stampa italiana nel 1959, mantiene l’incarico sino al 1968 quando viene, comunque, insignito della presidenza ad honorem. Tra il 1962 e il 1968 è, inoltre, presidente dell’Unione internazionale giornalisti cattolici.

    Muore a Roma il 14 gennaio 1988.

    Sintesi biografica

    Nasce a Lodi nel 1901. Trasferitosi a Bologna, nel 1927 diviene Direttore del quotidiano cattolico locale «L’Avvenire d’Italia». La sua attività giornalistica prosegue anche nel corso del Ventennio poiché la linea editoriale del periodico da lui diretto non palesa ostilità nei confronti del regime focalizzando l’attenzione su tematiche teologiche e indicando nel bolscevismo il vero nemico dell’Europa. Con l’ingresso nel secondo conflitto mondiale il giornale entra nelle maglie della censura fascista per avere assunto una linea di ferma condanna contro le violenze belliche. Dopo l’8 settembre la pubblicazione è sospesa e i locali della sede divengono luogo di incontro dei rappresentanti di diverse forze politiche, fra cui anche Giuseppe Dozza che palesa una rassicurante posizione circa l’atteggiamento comunista nei confronti delle forze confessionali italiane.

    Attivo nella lotta di Liberazione, s’impegna per la partecipazione del mondo cattolico nel Comitato di Liberazione Nazionale. «L’Avvenire d’Italia» riprende le pubblicazioni nel settembre 1945.

    Iscritto alla Democrazia Cristiana, è eletto Deputato all’Assemblea Costituente e conserva la carica per le prime tre legislature. Dal febbraio 1954 al luglio 1955 è Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio nel governo Scelba, con delega per la Stampa e le Informazioni.

    Nel 1960 abbandona la carriera politica, accettando l’invito del pontefice Giovanni XXIII alla direzione de «L’Osservatore Romano». Carica che mantiene fino al 1978.

    Muore a Roma nel 1988.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA


    SITOGRAFIA

    Scheda di Pier Raimondo Manzini - Camera dei Deputati 

    Camera dei Deputati - Portale Storico