Nasce a La Teggia di Rosano, nel Comune di Vetto d’Enza, un borgo dell’Appennino reggiano, il 17 febbraio 1898. I suoi genitori sono di modeste condizioni: mentre il padre Emilio è emigrato in Francia, dove alterna il lavoro di scarriolante nelle cave di pietra con quello “casalingo” di ciabattino, la mamma Leonilde periodicamente scende in pianura per vendere i suoi manufatti in vimini. Marconi frequenta le scuole elementari con profitto, nonostante la distanza da percorrere a piedi per raggiungere, ogni giorno, le aule scolastiche.
Data la sua attitudine per lo studio, la famiglia decide di richiederne l’ammissione al Seminario vescovile di Marola, ente che, dalla seconda metà del XIX secolo, forma non solo il clero della montagna reggiana, ma anche una consistente parte della sua classe dirigente.
All’epoca dell’arrivo di Marconi, nel 1910, in seminario vige una disciplina molto rigida, tanto sul fronte didattico quanto su quello educativo e spirituale. Nel 1914, dopo aver superato l’esame di ammissione a pieni voti, inizia a frequentare il Liceo classico “Ariosto” di Reggio Emilia. Grazie alla rete di conoscenze sviluppate dalla madre negli anni di migrazione stagionale attraverso la pianura reggiana, trova ospitalità presso don Luigi Cervi, parroco della frazione cittadina di Mancasale, che ne intuisce le doti personali. Infatti, oltre a dare una mano nelle funzioni religiose, il giovane Marconi scopre l’impegno sociale e politico attraverso l’Azione Cattolica (AC), di cui diviene militante e attivo promotore. Nei primi mesi del 1917, acquisisce la licenza liceale con un anno di anticipo, e del resto il timore che la chiamata alle armi possa interrompere bruscamente il suo percorso formativo è molto forte. La cartolina, in effetti, gli viene recapitata il 9 febbraio di quello stesso anno.
Il suo foglio matricolare reca la dicitura di chauffeur, ovvero di autista: essendo in possesso della licenza di guida, infatti, Marconi è destinato alla Seconda compagnia automobilisti di stanza a Monza. Il 16 aprile di quell’anno, diviene allievo ufficiale presso l’Accademia militare di Modena, così come stabilito dal governo per tutti i coscritti che avessero almeno la licenza elementare. Raggiunge il fronte a settembre, con il grado di ufficiale di complemento del II Reggimento “Granatieri di Sardegna”. Catturato dopo Caporetto, è condotto in prigionia prima in Polonia, poi in un campo ufficiali ad Hannover, dove sopravvive anche grazie ai pacchi che, pur con difficoltà, la famiglia riesce per qualche tempo a fargli pervenire tramite la Croce Rossa, ma anche, o forse soprattutto, perché sorretto da una fede salda e sempre tesa alla prassi.
Rientrato nel novembre del 1918, Marconi è costretto a una lunga convalescenza a causa delle privazioni patite in prigionia e, infine, riformato. Si iscrive alla Facoltà di Medicina di Modena, ma rimane a vivere a Reggio, in un ambiente che gli è noto e dove ha modo di incontrare, tra gli altri, don Dino Torreggiani, sacerdote dalla personalità carismatica che tiene l’oratorio cittadino di San Rocco e che, nella sua azione, coniuga spiritualità altissima e impegno concreto per gli emarginati e per i più fragili. Come già per i fratelli Dossetti, anche Marconi si trova qui a condividere, grazie a don Dino, esperienze con giovani provenienti da classi sociali diverse dalla propria. La sua scelta di aderire, nella primavera del 1919, al neonato Partito Popolare Italiano (PPI) di don Luigi Sturzo, tanto interclassista quanto ostile alle «velleità bolsceviche» dei socialisti, risponde alla necessità di impegnarsi come cattolico nella società e di dare un contributo al bene comune. Il matrimonio con Irma Cabassi, nel febbraio 1921, avviene in un clima di violenza e di instabilità generato dagli squadristi fascisti. Laureatosi nel luglio 1923 e dotato per la chirurgia, Marconi pagherà caro il conclamato dissenso nei confronti del regime: verrà cacciato dall’ospedale cittadino e, solo dopo anni di instabili peregrinazioni tra Appennino e alta collina, riammesso a esercitare la professione a Reggio Emilia, grazie alla fiducia riconosciutagli dal primario di Chirurgia dell'ospedale cittadino.
Intanto matura in Marconi la volontà di mettere le competenze acquisite a servizio della montagna reggiana, ancora sprovvista di una struttura ospedaliera, idea suggeritagli dal dottor Favali, anche lui originario del crinale. Progetti di impiantare un ospedale provinciale a Castelnovo ne’ Monti, una delle storiche capitali della montagna estense, si erano già susseguiti nel corso degli anni, specie dopo il devastante terremoto del 1920 che aveva sconvolto la Garfagnana e l’Appennino Reggiano. Dopo complesse vicissitudini burocratico-amministrative, l’ospedale Principe Umberto viene infine inaugurato il 17 maggio 1931. Anche in questa occasione, il clima di festa è inquinato dalle imposizioni fasciste, che Marconi mal digerisce. Accanto al reparto di chirurgia, Marconi, dopo un breve periodo di ritiro spirituale in una sperduta canonica di Monchio delle Olle – nel comune di Canossa – prende la decisione di aprire un “piccolo Cottolengo” per accogliere persone con importanti deficit cognitivi e fisici, emarginati e privi di mezzi di sostentamento.
Come da lui stesso affermato, già dal 1941 ha contatti con altri cattolici antifascisti della provincia, che si riuniscono sotto la guida spirituale di padre Leone Tondelli, scelto dal Vescovo Eduardo Brettoni per coordinare gli sforzi clandestini dell’AC in vista della costruzione di una nuova società dopo la caduta del regime. Questo tema è al centro dell’incontro che si tiene a Felina, nel comune di Castelnovo ne’ Monti, il 30 maggio 1943, in occasione del Primo congresso eucaristico della montagna, al quale prendono parte anche i fratelli Dossetti e Corrado Corghi.
A fine luglio, il dottor Marconi incontra Alcide De Gasperi.
Nelle settimane successive all’arresto di Mussolini inizia ad attivare le reti di cattolici antifascisti precedentemente costruite.
Mercoledì 28 settembre, è proprio lui a rappresentare la nascente Democrazia Cristiana (DC) nella riunione fondativa del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della provincia di Reggio Emilia, che ha luogo presso la canonica della centralissima chiesa di San Francesco, nella quale si riuniscono un manipolo di eminenti personalità cattoliche, comuniste, socialiste e azioniste. Tutte forze democratiche che, nonostante le distanze ideologiche, si impegnano a collaborare lealmente per la sconfitta del nazifascismo e la riconquista della libertà e della democrazia.
L’8 dicembre del 1943, in qualità di commissario prefettizio presso il Comune di Castelnovo ne’ Monti, Marconi si scontra con il comandante della Guardia nazionale repubblicana che vuole prelevare sedici ebrei libici da qualche mese arrivati nel capoluogo montano in regime di internamento libero. Non potendo per bloccare la loro deportazione, li congeda abbracciandoli uno ad uno: scelta che gli costerà l’incarico pubblico.
Sin dai primi mesi del 1944 Marconi supporta attivamente la Resistenza in formazione, in particolar modo mettendo a disposizione il suo ospedale, sia come luogo sicuro di cura per partigiani, disertori e militari Alleati sia come insospettabile centrale di produzione di documenti falsi. Si spende per evitare ulteriori rappresaglie nazifasciste sui civili dopo la battaglia di Cerrè Sologno, vittoriosa per i partigiani. Tra aprile e giugno è incarcerato, prima a Reggio poi a Parma, con l’accusa di aver attentato alla Repubblica di Salò. I suoi compagni in montagna rapiscono un fascista per barattarlo in cambio della sua libertà e Marconi viene autorizzato dal prefetto e dal federale a recarsi in Appennino per ottenere direttamente dal comandante delle brigate partigiane reggiane – Didimo Ferrari “Eros” – lo scambio del camerata a vantaggio di altri suoi compagni di prigionia.
Dopo l’assoluzione davanti al Tribunale per la difesa dello Stato, il 23 di quello stesso mese, Marconi si unisce attivamente al movimento resistenziale, innanzitutto strutturando e coordinando il servizio sanitario delle brigate d’Appennino. Nonostante le indubbie distanze dai leader comunisti della Resistenza rispetto tanto ai metodi di lotta quanto alla presenza dei commissari politici nei distaccamenti, non mette mai in discussione la collaborazione sul piano militare, tanto che, dal settembre 1944, dopo la fondazione della Brigata Fiamme Verdi di ispirazione cattolica, viene nominato Vicecommissario generale delle brigate di montagna. Inoltre, si spende per l’istituzione di tribunali partigiani che rispondano a norme giuridico-procedurali e fa da mediatore per lo scambio di prigionieri tra le due compagini in guerra.
Nelle elezioni del giugno 1946 è eletto membro dell’Assemblea costituente, esperienza che, dal suo punto di vista, rispecchia la necessità per l’Italia di dotarsi di una carta fondamentale capace di tutelare le libertà democratiche che avevano nutrito la Resistenza.
Così come era stato inflessibile antifascista, Marconi sarà un altrettanto fervente anticomunista. In Parlamento, dove rimane per tre legislature, dal 1948 al 1963, vota per il riarmo, lotta contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica e si oppone all’idea di coalizioni con le forze di sinistra. Per sincera aderenza a una visione conservatrice dell’etica cristiana, manifesta aperta ostilità nei confronti dell’inevitabile processo di modernizzazione sociale e culturale che sta riplasmando la società italiana. D’altro canto, quale membro delle Commissioni Lavoro e Agricoltura, contribuisce a migliorare le condizioni di vita dei cittadini che vivono nelle cosiddette aree interne – tra cui anche gli abitanti dell’Appennino – agendo su leggi per infrastrutture pubbliche, opere di bonifica e istruzione. La sua azione di deputato si estende anche al settore delle carceri e degli orfanotrofi a livello nazionale. Al netto dei risultati concreti e delle valutazioni di matrice politico-istituzionale, è probabilmente il richiamo a una fede operosa e radicale a contraddistinguere nel complesso la sua parabola pubblica, che culmina con l’elezione a sindaco nella sua Vetto d’Enza nel 1956. Muore a Castelnovo il 6 maggio 1972.
Nasce nel 1898 a Rosano di Vetto d’Enza, nell’Appennino reggiano. Dopo la licenza elementare s’iscrive al seminario di Marola e consegue la maturità classica da privatista presso il liceo di Reggio Emilia.
Nell'estate del 1917 è chiamato alle armi. In seguito alla disfatta di Caporetto è catturato. Prigioniero di guerra in Polonia e in Germania, riesce a rientrare in Italia solo nel novembre 1918.
Nel 1923 si laurea in medicina all’Università di Modena. Trova un’occupazione all'ospedale di Reggio Emilia come assistente volontario, ma viene ben presto allontanato per via della sua nota ostilità al fascismo.
Nel settembre del 1943 partecipa, in rappresentanza della Democrazia Cristiana (DC), alla prima riunione del Comitato di Liberazione Nazionale provinciale di Reggio Emilia.
Il 3 aprile 1944 è arrestato per la denuncia dell'eccidio di Cervarolo, paese reggiano raso al suolo dai tedeschi. Dopo due mesi e mezzo di prigionia si unisce alle formazioni partigiane. Nominato vicecommissario generale del Comando unico delle formazioni di montagna, fondamentale è il suo ruolo di coordinamento fra brigate di appartenenze politiche diverse. Dimostra, inoltre, una spiccata sensibilità per le sorti della popolazione civile e del nemico inerme.
Nel 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nelle file della DC. Riconfermato deputato alla Camera nel 1948, resta in carica fino al 1968.
Nel 1956 è eletto Sindaco del Comune di Vetto d’Enza. Schierato su posizioni conservatrici, è strenuamente anticomunista.
I suoi ultimi anni di vita sono segnati da profonde sofferenze, famigliari e personali.
Muore a Castelnovo ne' Monti nel 1972.