Nato a Piacenza il 19 giugno 1874 da Filippo, originario di Fiorenzuola, e da Maria Valeriani, originaria di Reggio Emilia,
è ancora studente di liceo a Piacenza, quando entra in contatto con il vivace ambiente socialista locale nel quale sono attive influenti figure di rilievo.
Da Angiolo Cabrini, che diffonde l'operaismo milanese e la cui presenza a Piacenza è determinante per la precoce fondazione nel 1891 della Borsa, poi Camera, del Lavoro piacentina, ad Augusto Osimo, futuro animatore della Società Umanitaria di Milano, a Savino Varazzani, deputato nel 1900 e membro della direzione socialista. Mazzoni stesso scriverà di quell'entusiasmante stagione: «Alle conferenze di Cabrini si andava alla chetichella con biglietto personale e talvolta per andarci si marinava la scuola...».
Nel 1894, anno in cui si apre il circolo socialista piacentino e mentre sta studiando Giurisprudenza a Bologna, è segnalato dalla polizia per aver affisso manifesti anticlericali. Nel 1896, già noto come «un capo del socialismo», subisce un arresto e un processo per direttissima per aver opposto resistenza durante una manifestazione anticolonialista. Assolto, viene sottoposto a vigilanza per la sua attività propagandistica giornalistica. Nel 1898, all'indomani dei sanguinosi moti del pane a Piacenza, viene coinvolto nell'arresto in massa dei dirigenti socialisti locali, compreso Giuseppe Emanuele Modigliani, appena inviato dai vertici nazionali ad assumere la segreteria della Federazione di Piacenza e reduce dal comizio del 1° maggio a Borgonovo val Tidone.
Nel 1900 passa a dirigere la Federazione socialista di Ravenna e il foglio «La parola dei socialisti», procurandosi subito una condanna a causa di un articolo polemico. Al Congresso costitutivo della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra) di Bologna del 1901, rappresenta le leghe contadine ravennati, intervenendo a sostegno di una netta politica di classe. L'anno successivo, chiamato dall'amico piacentino Osimo ad un incarico presso quel laboratorio di cultura di governo del riformismo milanese che è la Società Umanitaria, svolge studi e relazioni sui temi del lavoro. Nel marzo 1902 segue da vicino e dà diffusione alla memorabile agitazione delle leghe contadine di Mantova, scese in sciopero dopo che seimila lavoratori l'avevano decretato con un referendum.
È, infine, alla Direzione del movimento bracciantile in grande fermento che Mazzoni profonde la sua più incisiva azione politica e organizzativa.
Al Congresso della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) del 6 e 9 settembre 1908 a Modena – al termine di un biennio di lotte agrarie nella Valle padana particolarmente aspre e divergenti nelle linee strategiche – si mette sotto accusa l'azione diretta praticata dai rivoluzionari nel Ferrarese e nel Parmense e si impone la linea dei riformisti, volta ad imprimere una visione unificante delle lotte sindacali che le affranchi dalle spinte locali e spontaneistiche.
Mazzoni è, poi, chiamato ad affiancare Argentina Altobelli alla guida di Federterra, con l'intento di rafforzare la leadership riformista. Si apre, così, un capitolo di fervida collaborazione fra i due, che garantisce il timone del sindacato dei braccianti ben fissato nell'alveo del riformismo, ma, nel contempo garantisce un intransigente classismo, in grado di far fronte sia agli attacchi del sindacalismo rivoluzionario sia alle ipotesi di retrocessione dal programma di socializzazione della terra.
La sua attività propagandistica è in questa fase assai intensa e dislocata ovunque, mentre le sue inchieste toccano i punti chiave delle condizioni di lavoro della categoria bracciantile. Ma è la dura battaglia per gli uffici di collocamento a qualificare in maggior misura l'azione della Federterra nella bassa padana, e Mazzoni – secondo l'abitudine di affiancare testi all'azione - ne spiega gli obiettivi in termini non solo politici ma anche applicativi.
All'interno del Partito Socialista Italiano (PSI) Mazzoni si mantiene prossimo alla linea di Filippo Turati, di cui ha la stima e l'appoggio. Nel 1913 viene eletto alla Camera nel collegio di Castelsangiovanni, in quella Val Tidone patria delle prime leghe contadine e che Prampolini ha definito «terreno ubertosissimo per il seme socialista». La sua candidatura non è pacifica, perché deve fare i conti con l’avanzata dai rivoluzionari di Angelo Faggi, segretario della Camera del Lavoro piacentina e guida sindacalista. È una fase in cui Mazzoni risiede a Milano, essendo capo redattore de «L’Avanti!», chiamato a quella carica nel 1911, in un'ottica di rinnovamento della linea editoriale. La sua vocazione giornalistica, espressa in svariate direzioni e collaborazioni trova la massima espressione, denotando intuito e spirito innovativo. Sarà lui a chiamare al giornale il disegnatore Giuseppe Scalarini.
In quel decennio partecipa ai congressi di partito, in particolare nelle assise di Reggio Emilia —1912— e di Ancona —1914—. La sua rigida concezione classista non è priva di valore in una provincia padana che nelle campagne vede il fiorire di leghe contadine di schietta matrice socialista mentre in importanti centri urbani l'alleanza tra socialisti, democratici e repubblicani sviluppa esperimenti di municipalismo. Nel maggio 1914, in occasione del Congresso di Mantova, Mazzoni entra nel Consiglio generale della CGdL, relazionando sul tema dell'assicurazione contro la disoccupazione, e alla Camera sostiene l'esigenza di leggi sociali a favore dei lavoratori della terra. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, lui, che aveva già manifestato il suo spirito antimilitarista, si pronuncia a più riprese contro l'intervento dell'Italia e nel dicembre 1915, anche in qualità di consigliere della Federazione tra i giornalisti italiani, presenta alla Camera un’infuocata interrogazione sulla censura in tempo di guerra. Negli anni del conflitto prosegue con questo atteggiamento, ciò che gli procura rapporti di polizia per «l'opera disgregatrice» e la «propaganda pacifista». Nel 1916, mentre è segnalato dalla prefettura di Campiglia Marittima alla guida di un’agitazione agraria, partecipa a Castelsangiovanni ad una manifestazione di donne contro la guerra e, nel settembre del medesimo anno, anima il convegno nazionale contro l'assenteismo agrario e per la requisizione delle terre incolte indetto a Piacenza di Federterra. Anche all'interno del mondo socialista il suo antibellicismo è intransigente: in un articolo sulla «Squilla», organo socialista di Bologna, se la prende con l'invito rivolto alle cooperative – da parte del segretario della Lega Vergnanini – di impiegare i fondi sociali nel prestito nazionale.
Nel dopoguerra la lotta condotta da Federterra per la conquista delle otto ore lavorative, dell'imponibile della manodopera, del controllo degli uffici di collocamento, si fa intensa e cruciale. Mazzoni ne sostiene la validità, anche a costo dello scontro con le altre categorie agricole. Difende la linea a favore della collettivizzazione della terra e contro la ridistribuzione a vantaggio della piccola proprietà; sostiene anche in Parlamento la formazione di un grande demanio collettivo nel quale far confluire le terre incolte e quelle provenienti dagli ex feudi espropriati e dalle terre delle Opere Pie, ma vi unisce la contrarietà all'ipotesi in auge che tale collettivizzazione vada a vantaggio dei soli combattenti in forma di possesso, avanzando invece la proposta di una collettivizzazione a favore di tutti i lavoratori. Per lui «il piccolo proprietario è fatalmente un coltivatore che, per ristrettezza di mezzi e di orizzonti, sfrutta la terra, trascura gli insegnamenti agrari e non può realizzare l'equilibrio del suo povero bilancio che svalutando il suo lavoro; è fatalmente uno sfruttatore di se stesso e dei membri della sua famiglia...».
Al Congresso di Livorno del 1921, forte di tali convinzioni, prende le distanze dalla stessa Rivoluzione russa, a suo dire ripetitrice «della grande rivoluzione di Robespierre dell'89 con lo spezzettamento del latifondo e la creazione della piccola proprietà», e respinge l'attacco della frazione comunista, che imputa a Federterra di aver allontanato la possibilità di alleanze con il movimento cattolico.
«No! — replica Mazzoni — il Partito Popolare non va nei paesi a fare un'opera che noi possiamo continuare […]. Esso, fin da principio, crea una deviazione nel sentimento, nelle passioni e nell'egoismo dei contadini, per la quale suscita tutti gli istinti piccolo-borghesi e piccolo-capitalistici [...]. Andate a vedere l'opera di Miglioli a Cremona, che io non esito a definire contraria alla civiltà socialista».
Viceversa, è sua opinione che il proletariato rurale organizzato costituisca la reale forza rivoluzionaria e di classe capace di imprimere una trasformazione sociale in Italia e che dunque esso vada preso come punto di riferimento per le lotte dell'intero movimento.
Eletto alla Camera nel 1919 e nel 1921 nel collegio di Parma, con ampio portato di preferenze, pur al cospetto di masse di lavoratori contese dal forte sindacalismo anarco-rivoluzionario, che a Piacenza è alla testa della Camera del Lavoro e che lo contesta apertamente, non manca di rilevare le contraddizioni del massimalismo socialista ora alla guida del partito, segnalando «il disagio dei deputati, che non si sono mai sentiti così deboli come ora che rappresentano una così grande forza».
Alla scissione del 1922 segue Filippo Turati e il gruppo riformista, aderendo al Partito Socialista Unitario (PSU) e operando come vicedirettore della «Giustizia». L'avvento del fascismo non ferma la sua attività per conto della Federterra e alla direzione del foglio dei braccianti «La Terra». Nel 1924, dopo aver subito un'aggressione squadrista a Brescia, viene eletto deputato e prende parte alle vicende dell'Aventino successive all'assassinio del compagno di partito Matteotti. Sottoposta a violenze e poi soppressa «La Giustizia», decaduto da parlamentare nel 1926 per effetto delle leggi eccezionali e diffidato a svolgere attività politica, si ritira a Milano, dove apre un negozio di antiquariato e oggetti d'arte in via Manzoni, denominato Casa Bella. Qui accoglie e dà lavoro come contabile e commesso a Camillo Prampolini, riparato in condizioni di povertà.
Condannato nel 1939 ad un anno di confino a Vasto in Abruzzo, nei primi anni di guerra resta inoperoso a Milano, ma dopo l'8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), si rifugia in Svizzera, nel Canton Ticino, dove è a capo del Comitato di Liberazione tra gli emigrati italiani. Fra gli altri esuli conosce Indro Montanelli, che molti anni dopo gli dedicherà sul «Corriere della sera» uno dei suoi “incontri”, per rammentare quei tempi.
Dopo la Liberazione, tornato in patria, è membro di diritto della Consulta nazionale in qualità di ex deputato della XXVII Legislatura dichiarato decaduto dal fascismo. La sua candidatura alle elezioni per l'Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 è fuori discussione nella sua Piacenza, anche se la situazione in ambito socialista è in forte evoluzione. Lo stesso esito favorevole nella rappresentanza alla Costituente — due eletti socialisti contro nessuno comunista — sembra parlare di una forza preponderante. In realtà, mentre per il Partito Comunista italiano (PCI) locale, ciò suona come conferma della debolezza organizzativa e di leadership già evidenziata nel corso della Resistenza, il serbatoio di voti messo a disposizione dalla tradizione riformista non appare un appannaggio sicuro per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) locale, anche nella prospettiva della scissione socialdemocratica. I due esponenti socialisti eletti, Mazzoni e Arata, infatti, sarebbero entrambi confluiti nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), sorto dalla scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947.
Mazzoni, eletto con 14.954 preferenze, opera in questi tempi principalmente a Milano, a fianco del gruppo di «Critica Sociale», rivista su cui scrive articoli commemorativi di Claudio Treves e di Anna Kuliscioff, appoggiando l'ipotesi scissionista in un intervento all'assise nazionale al Castello Sforzesco. Non seguirà, però, la componente nei successivi passaggi e scelte di fondo, preferendo restare con Saragat quando questi propugna l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, che egli vota nella seduta di domenica del 27 marzo 1949, contro il parere della maggioranza del partito.
Da questo clima che riapre, anziché richiudere, le pagine di divisione e di recriminazione all'interno della sinistra, Mazzoni appare personalmente coinvolto, ritraendosi però dal combattere in prima linea le battaglie sindacali. Il suo lungo passato di organizzatore dei lavoratori della terra viene accolto piuttosto come fonte di polemica contingente ed è proprio «l'Avanti!» a rinfacciargli una politica agraria perdente, legata a «formule vecchie di cinquant'anni», quando il partito di Lelio Basso deve giustificarsi per la netta sconfitta della mozione socialista – nei confronti di quella comunista – rimediata al congresso del 1947 ricostitutivo di Federterra. In realtà la problematica agraria si è fatta più ampia e la strategia politicamente complicata, anche per la confluenza democristiana nella Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) unitaria, dando luogo a posizioni generalmente incerte ancora in quell'anno, e se la componente di ispirazione socialriformista pare ferma nel proseguire le posizioni di un tempo, neppure l'elaborazione comunista, che muove dalla consapevolezza di doverle superare, si mostra esente da limiti e debolezze.
Mazzoni partecipa ai lavori della Consulta nazionale, facendo parte della Commissione Istruzione e Belle Arti, presieduta da Concetto Marchesi, e poi all’Assemblea Costituente, entrando a far parte della Giunta per il Regolamento interno e di varie commissioni speciali. Tra queste è la partecipazione alla Commissione per la scelta dell'emblema per la Repubblica a impegnarlo con maggiore soddisfazione, valorizzando competenze un tempo marginali per lo storico combattente per la riscossa del lavoro agricolo. Competenze che egli affida solo a pubblicazioni e interventi su «Critica Sociale». Il ruolo assunto, nello scranno che egli ha di diritto nella I Legislatura del Senato della Repubblica, appare dunque proprio di un vecchio senatore deluso per una lezione della storia secondo lui non appresa dalla parte politica e sentimentale cui ha dedicato la vita e che egli vede consegnata ad una deriva – sostanzialmente alla subordinazione al comunismo sovietico – che non approva, diventando l'estremo baluardo della sua battaglia.
L'ultimo suo gesto politico – l'uscita dal gruppo parlamentare quando questo assume il nome finale di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) è conclusivo di una serie di fratture e fusioni – consacra il suo isolamento, peraltro definitivo quando non viene ripresentato alle elezioni del 1953.
Muore l’anno successivo a Bordighera, dove si è recato per curare le affezioni respiratorie.
Nasce a Piacenza nel 1874. Socialista già durante gli studi di Giurisprudenza a Bologna, risulta sorvegliato dalla polizia fin dal 1896 per la sua attività anticolonialista.
Arrestato per i moti del 1898 a Piacenza, nel 1900 passa a dirigere la Federazione socialista a Ravenna. Dopo un periodo all’Ente Morale Umanitaria di Milano, nel 1908 affianca Argentina Altobelli alla guida di Federterra cui è principalmente legata la sua attività di organizzatore d’ispirazione riformista.
Redattore dell’«Avanti!», nel 1912 è eletto Deputato nel collegio di Castelsangiovanni, centro del piacentino che era allora al centro della mobilitazione contadina.
Al Congresso di Ancona (1914) si distingue per le posizioni antimassoniche. Neutralista in occasione della Prima Guerra Mondiale, nel 1919 e nel 1921 è eletto Deputato nel collegio di Parma, sempre proseguendo la sua opera in Federterra, a favore del bracciantato agricolo e in opposizione alla piccola proprietà.
Nel 1922 aderisce al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati e per cui dirige «La Giustizia». Eletto Deputato nel 1924 è, in seguito, aggredito dai fascisti e diffidato.
A Milano apre un negozio di oggetti d'arte che diventa luogo protetto nel corso del regime e dà rifugio anche a Camillo Prampolini.
Durante la Seconda Guerra Mondiale ripara in Svizzera. Dopo la Liberazione è eletto all’Assemblea Costituente per il Partito Socialista Italiano. In seguito alla scissione di Palazzo Barberini (1947) aderisce al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
Diventa Senatore di diritto nel 1948.
Muore a Bordighera nel 1954.