Mario Merighi

Mario Merighi

  • 1876
  • 11.04.1970
  • Maschio
  • Medico
  • Viterbo
  • Viterbo
Sommario

    Biografia

    La professione medica

    Nato a Viterbo il 9 settembre 1876 dai mirandolesi Pietro e Anna Fabiani, matura fin da giovanissimo l’interesse per l’impegno sociale e politico, in una famiglia di tradizioni progressiste che annovera anche il garibaldino Augusto (zio paterno di Mario) e che lo educa fin da bambino ai principi democratici.

    Nel 1896 si iscrive al Partito Socialista, militando nell’ala riformista di Leonida Bissolati e Alfredo Bertesi. 

    Tre anni dopo si laurea in medicina all’Università di Modena e diviene dapprima medico condotto e in seguito medico ospedaliero. 

    La figura del medico condotto, considerato il “medico dei poveri”, è da tempo al centro di un’aspra battaglia da parte della categoria, che ne richiede una più chiara collocazione nella politica sanitaria statale. 

    Istituzione che più di ogni altra dimostra, da parte dello Stato e delle autorità pubbliche, la consapevolezza del valore sociale del problema salute, permangono tuttavia forti incomprensioni e dissensi nel rapporto fra la pubblica amministrazione e la categoria dei medici. L’indeterminatezza e la difficoltà delle condizioni di lavoro e l’atteggiamento spesso ostile delle amministrazioni locali, fanno della figura del medico condotto, come sostiene il biografo Franco Verri: «una specie di apostolo del riscatto delle classi popolari, anche al di là delle sue personali convinzioni politiche, il concreto simbolo del riconoscimento della società del loro primo diritto: il diritto alla salute».   

    Merighi inizia la sua carriera medica a Mirandola, nominato dall’amministrazione socialista guidata dal sindaco Francesco Salvioli. Forse per pressioni dei liberali, che nel frattempo hanno riconquistato il Comune, è costretto a trasferirsi a Orbetello, in provincia di Grosseto, dove esercita la professione fino al 1907. 

    Torna a Mirandola nel 1909 e viene nominato medico della condotta primaria urbana, con l’incarico di dirigere il reparto medico e il reparto cronici dell’ospedale e la responsabilità di Ufficiale sanitario del Comune. 

    Il 21 maggio 1915 è richiamato alle armi come ufficiale medico e durante il conflitto diviene prima tenente e poi capitano, oltre a ottenere una croce al merito di guerra.


    Nel dopoguerra concentra le sue energie nel lavoro in ospedale che, proprio in quegli anni, si sta liberando dell’immagine di ente di beneficenza per l’assistenza sanitaria di quanti non possono permettersi le cure di un medico di famiglia.


    La struttura ospedaliera, infatti, diviene sempre più una struttura specializzata nella cura delle malattie e negli interventi sanitari che non possono essere effettuati a domicilio, luogo deputato alle terapie prolungate e alla degenza. 

    Nel 1922 Merighi è nominato Direttore dell’ospedale S. Maria Bianca di Mirandola e nel 1926 rinuncia alla condotta primaria urbana per ricoprire la sola carica di primario medico dell’ospedale, concentrandosi sulla soluzione di uno dei problemi socio-sanitari più gravi dell’epoca: la tubercolosi. Sul finire degli anni Venti promuove la creazione in città del Dispensario di igiene sociale, per il controllo e la cura preventiva di tutte le malattie sociali.  

    In pensione dal 1941 per raggiunti limiti di età, nel febbraio 1945, nelle condizioni particolari d’emergenza dell’ultimo terribile inverno di guerra e con il fronte a pochi chilometri, Merighi viene richiamato alla direzione dell’ospedale e del reparto per tubercolotici, che ospita anche numerosi infermi sfollati dai sanatori appenninici. Per un breve periodo di transizione amministrativa, fino al 26 aprile 1946, sarà anche alla presidenza dell’ospedale.

     

    L’impegno politico

    Parallelamente alla carriera professionale, coltiva l’impegno politico. È attivo promotore di associazioni e cooperative di produzione e consumo: la Giunta mirandolese guidata dal socialista Salvioli lo nomina nel 1901 membro della Congregazione di Carità. Dal 1902 insegna alla Scuola popolare del Circolo popolare educativo e, due anni più tardi, fonda la Cooperativa di consumo di Quarantoli. Si tratta di istituzioni di secondo piano nell’amministrazione, ma comunque significative per il loro ruolo di controllo di settori fondamentali della vita comunale. In particolare, le Congregazioni di Carità controllano tutti gli enti che si occupano di assistenza e beneficenza, quali orfanotrofi, ricoveri per anziani e mendicanti, fondi per l’assistenza ai poveri, ospedali; si tratta di strutture monitorate dai consigli comunali, che ne eleggono presidente e consiglio. 

    La fondazione della Cooperativa di consumo di Quarantoli dimostra, invece, l’attenzione di Merighi per il movimento operaio: l’impresa cooperativa rende possibile contrastare lo sfruttamento dei proprietari e degli imprenditori e si pone nel mercato del lavoro in modo competitivo ed efficiente. Nel 1905, infine, è membro della redazione del «Socialista», organo provinciale del Partito Socialista Italiano (PSI).   

    Al suo ritorno dall’incarico in Toscana, è per diversi anni Consigliere comunale, prima all’opposizione poi nello schieramento di maggioranza. In tale veste, dedica notevoli energie al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni meno agiate: viene eletto Presidente della Società operaia di Mutuo Soccorso e funge da rappresentante comunale in commissioni di lavoro finalizzate alla costruzione di case popolari. Cerca, infine, di rilanciare e potenziare il ruolo delle cooperative, proponendo la creazione di un consorzio che coinvolga cooperative di consumo, di produzione e produttori locali privati. Per queste sue attività risulta segnalato per la prima volta nel Casellario Politico Centrale (1914). 


    Dopo la Prima Guerra Mondiale è tra le fila dei Socialisti Indipendenti e si impegna attivamente nelle elezioni del 1919 e del 1921 candidandosi a fianco di Alfredo Bertesi, percorrendo strade parzialmente alternative – più aderenti al socialismo riformista – rispetto a quelle della maggioranza del partito.  


    È promotore e Presidente della sezione mirandolese dell’Associazione Nazionale Combattenti, nella quale riesce a limitare le ingerenze dei fascisti cercando di coinvolgerli in metodi corretti di lotta politica e dimostrando comprensione per le rivendicazioni economiche e sociali da loro espresse. Riesce, così, a promuovere una cooperativa edilizia e una agricola, presso la sottosezione di San Martino Spino. Sempre qui, nell’agosto 1921, denuncia la connivenza di due carabinieri con gli squadristi più violenti. 

    La rottura completa avviene l’8 settembre dello stesso anno, quando i fascisti emiliani dimostrano la loro totale intransigenza durante un convegno di pacificazione tra le forze politiche da lui promosso. Per la sua attività politica e sociale diviene uno dei principali bersagli dei fascisti che, nel febbraio 1922, lo assalgono a bastonate e compiono due attentati contro la sua abitazione. Dopo la nomina a medico ospedaliero, le sue competenze e la stima di cui gode nella comunità mirandolese, lo proteggono dalle ingerenze dei fascisti locali. 

    Nel 1932 viene nuovamente nominato Direttore dell’ospedale e nel marzo di due anni dopo è radiato dallo schedario dei sovversivi «avendo serbata ininterrotta buona condotta morale e politica e dimostrandosi di essersi [sic] ravveduto».

    In realtà resta un punto di riferimento per gli antifascisti mirandolesi e partecipa, a partire dal 1943, alle riunioni che preparano la creazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) clandestino locale di cui non farà parte. Ma, in più di un’occasione, presta assistenza a partigiani feriti e ad alleati, operando chirurgicamente e assicurando un ricovero clandestino.

     

    1946-1970 La fase della Costituente e gli ultimi anni


    Dopo la liberazione è eletto deputato all’Assemblea Costituente tra le file del Partito Socialista, di cui viene nominato segretario provinciale nel 1947. 


    L’apporto più consistente di Merighi riguarda le questioni di ambito sanitario, affrontate sia grazie all’esperienza politica e professionale, sia grazie alla carica ideale che ha da sempre animato la sua opera. Cerca infatti di riportare all’attenzione proposte e progetti accantonati durante il regime fascista. Nella discussione sull’articolo del testo costituzionale che sancisce il diritto del cittadino alla salute, Merighi presenta una propria formulazione: 

    «La Repubblica si propone la tutela della salute come un fondamentale diritto dell’individuo e come un generale interesse della collettività. A tale diritto corrisponde, nell’individuo stesso, il dovere di tutelare la propria sanità fisica, anche pel rispetto della stessa collettività.

    Lo Stato assolve tale compito (compito che è di cura e di assistenza dell’uomo infermo, di difesa preventiva della sua salute e di miglioramento della stirpe umana) a traverso istituzioni coordinate intorno a un unico organo centrale ed autonomo.

    Nessun cittadino può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, la quale, però, mai potrà superare i limiti imposti dal rispetto della personalità umana» (Assemblea Costituente, 1947: 3301).

    Merighi prosegue:

    «[…] ho creduto opportuno […] che insieme al diritto del cittadino di essere tutelato nella sua salute dalla Repubblica italiana o, per meglio dire, dallo Stato italiano, si potesse anche per contrapposto – o anzi, ad integrazione di questo principio – stabilire che vi è anche un dovere da parte del cittadino di collaborare con la collettività, nel senso di promuovere per se stesso tutti quei mezzi, tutte quelle iniziative che tendono a tutelare la sua stessa salute. E questo per un principio, diremo così, anche di socialità che noi dobbiamo inserire nella futura etica del cittadino italiano» (Assemblea Costituente; 1947: 3301). 

    La salute viene considerata il primo requisito essenziale per la libertà dell’individuo; quindi, deve essere annoverata tra i diritti sanciti dalla Costituzione. Ma se vi è un diritto alla salute, il cittadino ha l’obbligo di collaborare con lo Stato per tutelarla con tutti i mezzi di prevenzione e previdenza a sua disposizione e grazie all’opera di informazione e prevenzione condotta dallo Stato stesso. 

    Merighi promuove la creazione di un unico organo centrale e autonomo che coordini le disperse competenze in materia, per controllare l’impegno finanziario delle istituzioni ed eliminare sovrapposizioni, interferenze, eccessive spese amministrative e burocratiche. Per evitare i conflitti tra interventi nazionali e locali propone di limitare i compiti affidati alle Regioni, così da concentrarne e valorizzarne le competenze verso aspetti specifici: la legislazione sanitaria e in materia di ospedali, così come le competenze in materia di acque minerali e termali, devono essere questioni essenzialmente nazionali (Assemblea Costituente, 1947: 5513).

    Difende con forza l’attribuzione allo Stato dei compiti di assistenza agli infermi, eliminando ogni riferimento alla “carità” in favore del più alto concetto di “solidarietà sociale”. Su questa strada, Merighi da sempre indica alle classi lavoratrici la funzione fondamentale della previdenza, per l’istituzione dell’Assicurazione Generale contro le malattie (progetto approvato da Giolitti negli anni Venti, poi accantonato dal fascismo). Sostiene, dunque, in sede assembleare, la necessità che tale progetto sia ripreso e realizzato: sarebbe l’attuazione concreta della solidarietà sociale, attraverso contribuzioni rapportate al reddito dei cittadini, per risolvere il problema del finanziamento delle iniziative assistenziali e sanitarie. Propone, infatti, che il lavoratore abbia il diritto di «avere assicurati i mezzi necessari alla vita e le cure sanitarie per sé e per la famiglia, nei casi di malattia, di disoccupazione involontaria, d’infortunio, d’invalidità, vecchiaia» e che, in caso di morte, la famiglia abbia diritto alla pensione, qualora risulti privata del sostegno e dei mezzi di sussistenza (Assemblea Costituente, 1947: 3697).

    Merighi si fa anche promotore delle cause dei lavoratori della provincia modenese, preoccupandosi principalmente della coltura del grano. Grazie alla sua opera presso il Ministero dell’Agricoltura ottiene il finanziamento e la ripresa dei lavori per la costruzione del canale Sabbioncello, tra Mirandola e Poggio Rusco. In questo modo contribuisce a lenire lo stato di grave disoccupazione del bracciantato nella zona del Consorzio di Burana.

    Continua a esercitare la professione medica in privato, grazie alla stima e alla fiducia che si è conquistato tra i suoi concittadini. Nonostante il suo incarico all’interno del partito cessi nel 1949 – a causa delle profonde divergenze successive alla sconfitta del Fronte Popolare e al suo tentativo di mantenere e favorire l’unità interna, in nome di un’autonomia politica soprattutto dal PCI – il suo impegno politico e sociale conserva lo stesso entusiasmo. 

    Dal 1952 al 1957 è Presidente provinciale dell’Ordine dei medici, carica dalla quale è costretto a dimettersi per l’atteggiamento di opposizione assunto dalla categoria contro il progetto di Assicurazione generale contro le malattie. 

    Nel 1957, dopo la nomina a Vicepresidente della Cassa di risparmio di Mirandola, si dimette dal suo incarico di consigliere comunale. Sarà, poi Presidente della Banca dal 1962 al 1967.

    Muore l’11 aprile 1970 all’età di 94 anni. La Federazione del Psi invia alla famiglia questo messaggio:

    «Socialisti modenesi inchinano le loro bandiere di fronte alla scomparsa dell’onorevole Mario Merighi, deputato socialista alla Costituente, uomo integerrimo, nobile figura del movimento democratico socialista, esempio per quanti vogliono rinnovare nella libertà e nel progresso il Paese».

    Sintesi biografica

    Nasce a Viterbo nel 1876. Laureato in Medicina all’Università di Modena, diviene medico condotto e, in seguito, ospedaliero. È attivo promotore di associazioni e cooperative di produzione e consumo e si dedica al miglioramento delle condizioni delle popolazioni meno agiate. Per il servizio prestato durante la Prima Guerra Mondiale gli viene conferita la Croce al merito di guerra.

    Nel primo dopoguerra è Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti di Mirandola, attività attraverso cui riesce a limitare le ingerenze del nascente regime promuovendo due cooperative. Divenuto bersaglio dei fascisti subisce un assalto a bastonate nel 1922. Nello stesso anno riceve la nomina a Direttore provvisorio dell’ospedale di Mirandola. Per le competenze e la stima di cui gode nella comunità mirandolese, nel 1932 gli è confermata la carica di Direttore dell’ospedale.

    Nel 1934 è radiato dallo schedario dei sovversivi, pur continuando a essere riconosciuto essere punto di riferimento per gli antifascisti mirandolesi.

    In pensione dal 1941, dal 1943 partecipa alla creazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Mirandola e presta assistenza a partigiani feriti e ad alleati.

    Dopo la Liberazione è eletto deputato all’Assemblea Costituente. Nel 1947 diventa Segretario provinciale del Partito Socialista Democratico Italiano.

    Dal 1952 al 1957 è Vicepresidente e, fino al 1967, Presidente della Cassa di risparmio di Mirandola.

    Muore a Mirandola nel 1970.

     

     

    Strumenti bibliografici

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