Nilde, all’anagrafe Leonilde, nasce a Reggio Emilia il 10 aprile 1920. La madre, Alberta Vezzani, è casalinga e cattolica, mentre il padre Egidio è un socialista, sindacalista e ferroviere; proprio il suo impegno politico gli costerà la persecuzione da parte dei fascisti e infine, nel 1923, anche il posto di lavoro. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto Superiore Magistrale di Reggio – dove studia con il futuro pedagogista Loris Malaguzzi – Iotti si iscrive, grazie a una borsa di studio, alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fino a quel momento, nella sua formazione aveva giocato un ruolo di primo piano l’adesione al cattolicesimo, ma proprio mentre si avvicina alle discipline della dottrina e della morale cattolica, Iotti vive un tormentato periodo di riflessione, al termine del quale deve constatare di aver perduto la fede. Manterrà, tuttavia, per tutta la vita un profondo rispetto per i credenti.
Laureata a pieni voti nel 1942, torna a Reggio Emilia per insegnare all’Istituto tecnico industriale.
Dopo l’8 settembre 1943, partecipa alla creazione dei Gruppi di Difesa della Donna, che, accogliendo diverse posizioni politiche e confessionali, supporta attivamente i resistenti e le loro famiglie e inizia a porre la questione del riconoscimento del ruolo della donna nella società.
Questa esperienza resta fondamentale per lei, sia per la formazione politica che per la consapevolezza personale. Proprio la credibilità e la competenza acquisite nel periodo della Resistenza, la portano a ricoprire l’incarico di segreteria della sezione dell’Unione Donne Italiane (UDI) di Reggio Emilia, organizzazione che coordinerà numerose iniziative a carattere assistenziale, come la gestione delle iniziative solidali in occasione del Natale del 1945 e l’accoglienza presso famiglie contadine di bambini provenienti dalle città bombardate.
Nel 1946, la sua popolarità presso le donne della provincia fa sì che il Partito Comunista Italiano (PCI), nel quale milita anche il cugino Valdo Magnani, la candidi – come indipendente di sinistra – dapprima in città per le elezioni amministrative di marzo/aprile, poi all’Assemblea Costituente per il collegio di Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia.
Viene eletta e si trova, a soli 26 anni, a gestire la responsabilità di essere parte della Commissione dei 75, incaricata di elaborare la bozza della Carta fondamentale della nuova Repubblica. Iotti è attiva, in particolare, nella sottocommissione che si occupa di diritti e doveri dei cittadini, entro la quale lavora soprattutto sui rapporti tra Stato e famiglia, tematica alla quale imprime una spinta riformista, frutto anche di un’efficace opera di mediazione con la componente cattolica.
Il 1946 è un anno chiave anche per la sua vita personale: trasferitasi a Roma per la reggenza provvisoria della presidenza dell’UDI nazionale, conosce Palmiro Togliatti, Segretario generale del PCI , con il quale intreccia un solido legame sentimentale, spezzato solo dalla morte del Migliore nel 1964. Il gruppo dirigente della cosiddetta “Chiesa rossa” mal tollera la relazione tra i due: Togliatti, è già da tempo sposato con la comunista Rita Montagnana, e non può permettersi di abbandonare il tetto coniugale né di chiedere il divorzio, pratica che diventerà legge solo nel 1970. Tanto a Roma quanto a Reggio Emilia il prezzo più alto da pagare – tanto sul fronte umano che su quello politico – per questa scelta sentimentale ricade quasi interamente su Iotti. In vista delle elezioni del 1948 persino il sindaco di Reggio Emilia, Cesare Campioli, si dice contrario alla candidatura della sua concittadina, nel timore che le masse elettrici non l’avrebbero votata a causa della relazione scandalosa intrapresa con Togliatti, al quale lei resta accanto anche nei giorni, terribili, dell’attentato del 14 luglio 1948. In quegli anni solo le compagne reggiane la sosterranno e la accoglieranno con affetto.
Nella tornata elettorale del 1953 Iotti viene accusata da alcuni compagni suoi concittadini di essere troppo attenta alle dinamiche politiche della capitale per potersi occupare efficacemente degli interessi della sua città. Viene, così, candidata nella circoscrizione di Bologna e infine confermata deputata. Nonostante le amarezze e le umiliazioni provocate dall’intransigenza di molti compagni, Iotti non smetterà mai di lavorare per il partito e nel 1956 entrerà nel Comitato centrale, a dispetto di malcelate invidie e malumori. Nel 1961 le viene assegnata la Sezione femminile che prevede la messa a punto del lavoro preparatorio in vista della III Conferenza nazionale delle donne comuniste. Già nel febbraio di quell’anno Iotti interviene al Comitato centrale con una relazione sulla Conferenza, per mettere in risalto la necessità di declinare in chiave politica le rivendicazioni del movimento di massa femminile così da poterle integrare pienamente nel processo di riforma dell’intero Paese.
Nonostante la sua attività politica e istituzionale sia stata ininterrotta dal 1946 sino alla morte, Iotti non otterrà sempre il giusto riconoscimento per il suo impegno. Solo dopo la morte di Togliatti ha, infatti, la possibilità di divenire pienamente protagonista della scena politica. Già nel 1962 era entrata nella Direzione nazionale del partito, dove inizia finalmente a esprimersi su problemi strutturali della società italiana, interpretando la cosiddetta questione femminile quale strumento di crescita e di innovazione del Paese. In questo senso va letta la sua ostinata battaglia per il divorzio e per la riforma del diritto di famiglia. A metà degli anni Sessanta, Iotti, fa emergere – tanto nella Direzione del partito quanto in Parlamento – il tema delle discriminazioni, sul lavoro e in generale nella società, che le cittadine italiane devono subire in quanto donne. Apre, inoltre, un ragionamento complessivo sul divorzio, facendo leva sul fatto che l’Italia è ormai un Paese molto diverso da quello del secondo dopoguerra, con notevoli incrementi delle coppie di fatto e un più laico giudizio in merito allo scioglimento del vincolo matrimoniale. E tuttavia Iotti sa che la questione non si giocherà solo sul piano sociale: consapevole che, per ottenere il risultato, sia necessaria una revisione del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, nel 1971 presenta una mozione parlamentare focalizzata su questo nodo giuridico cruciale.
Non stupisce, dunque, il suo impegno nella battaglia referendaria a tutela del divorzio – nel 1974 – così come l’impatto del suo pensiero, chiaramente identificabile attraverso il dettato della legge sulla riforma del diritto di famiglia dell’anno successivo. Iotti sosterrà anche la legge sull’aborto del 1978.
Nel frattempo, nel 1968, Iotti è stata eletta Vicepresidente del gruppo parlamentare del PCI alla Camera e, quattro anni più tardi diventerà Vicepresidente della Camera, proprio quando alla Segreteria Generale del partito era approdato Enrico Berlinguer. Con quest’ultimo condivide non solo il progetto di «una via europea al comunismo» ma anche la strategia del compromesso storico, tesa a sviluppare una collaborazione tra i due maggiori partiti di massa del Paese: democristiani e comunisti, da sempre schierati su posizioni opposte, cercano un accordo che conduce ai governi di solidarietà nazionale, promossi da Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana (DC).
Grazie al sorprendente successo elettorale del 1976 il PCI si vede assegnate rilevanti cariche parlamentari e Iotti presiederà la commissione Affari costituzionali della Camera.
Il 20 giugno 1979 è eletta – al primo scrutinio – Presidente della Camera dei Deputati, incarico che conserverà anche per le due legislature successive, fino al 1992.
Le parole che pronuncia in quella storica occasione – prima donna italiana a ricoprire una delle cariche istituzionali più alte dello Stato – fanno riferimento alle milioni di donne silenziose che, con le loro lotte, avevano aperto, insieme a lei, la strada dell’emancipazione. Fonte di massimo orgoglio, per lei, l’aver combattuto al loro fianco e l’essersi impegnata per il loro riscatto.
Nella sua prima legislatura Iotti si trova a doversi confrontare con un Paese ancora scosso dal rapimento e dall’assassinio dell’onorevole Moro e alle prese con diverse forme di terrorismo che insanguinano i primi anni Ottanta: di lì a poco, lo stragismo nero avrebbe colpito alla stazione di Bologna — 2 agosto 1980— mentre Cosa Nostra avrebbe fatto vittime come il Presidente di Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il compagno di partito Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ed è proprio Iotti che affiderà all’onorevole democristiana Tina Anselmi – partigiana e sindacalista – la Presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.
Nei tredici anni di presidenza Iotti tenterà di rafforzare la centralità del Parlamento, anche per controbilanciare i deboli esecutivi che contraddistinguono buona parte della sua lunga permanenza sullo scranno di Presidente. Nella sua seconda legislatura, sarà messa a dura prova dal ricorso eccessivo e quantomeno disinvolto all’utilizzo dei decreti-legge da parte dei governi Craxi. In ogni caso, uno dei tratti distintivi dell’approccio di Iotti resterà la tutela dei regolamenti parlamentari, intesi non certo come vuoti formalismi, ma come mezzi di funzionamento delle istituzioni e strumenti di garanzia dei diritti democratici.
Dopo l’aprile del 1992, Iotti continua la sua attività di parlamentare, prima nel Partito Democratico della Sinistra (PDS) e poi nei Democratici di Sinistra (DS), concentrando i suoi sforzi in particolare sul progetto di Commissione bicamerale che da un decennio stava cercando di promuovere.
Di lì a poco, Tangentopoli spazzerà via la Prima Repubblica e Iotti dovrà confrontarsi con un nuovo genere di politica. Aderirà ai Comitati per la difesa della Costituzione promossi da don Giuseppe Dossetti, suo collega in Assemblea Costituente.
Iotti muore a Roma il 3 dicembre 1999, pochi giorni dopo essersi dimessa dal ruolo di parlamentare che aveva ricoperto, senza soluzione di continuità, per mezzo secolo.
Nasce a Reggio Emilia nel 1920. Nonostante le difficoltà economiche della famiglia – il padre ferroviere è licenziato per motivi politici – prosegue gli studi fino alla maturità e, grazie a una borsa di studio, s’iscrive all'Università Cattolica di Milano. Negli anni dell’università, abbandona la fede cattolica e aderisce al comunismo.
Dopo la laurea in Lettere nel 1943 ritorna a Reggio Emilia, dove inizia a insegnare presso l'Istituto tecnico industriale. Durante la Resistenza, che vive da sfollata a Cavriago, entra nei Gruppi di Difesa della Donna. Dopo la Liberazione si occupa di attività assistenziali nelle file dell'Unione Donne Italiane di Reggio Emilia, di cui diventa Segretaria nell'autunno 1945.
Nel 1946 è eletta in Consiglio comunale a Reggio Emilia e Deputata all’Assemblea Costituente. Riconfermata alla Camera nel 1948, vi resterà ininterrottamente fino al 1999.
Nel 1946 inizia una relazione con Palmiro Togliatti che terminerà nel 1964, anno della morte del segretario del Partito Comunista Italiano. Nel 1950, i due adottano Marisa Malagoli, sorella di un operaio ucciso dalla polizia a Modena.
Nel 1962 entra a far parte della Direzione nazionale del partito. La sua attività politica è contraddistinta da un grande impegno a favore dei diritti delle donne. Già firmataria nel 1955 di una proposta di legge per l'istituzione di una pensione e di un'assicurazione volontaria in favore delle casalinghe, nel 1966 si batte perché il partito appoggi la causa dell'introduzione del divorzio.
Nel 1972 è eletta Vicepresidente della Camera. Sette anni dopo, nel 1979, ne diventa Presidente. È la prima donna in Italia a ricoprire tale carica che mantiene fino al 1992.
Negli ultimi anni di vita le precarie condizioni di salute non le consentono di partecipare all'attività parlamentare. Rassegna le dimissioni il 18 novembre 1999.
Muore, pochi giorni dopo, a Roma.