Nasce a Ferrara il 4 ottobre 1903. Prende il nome dalla sorella Lilia, mancata pochi anni prima a causa di un male incurabile. Cresce in una famiglia modesta; il padre, bracciante e facchino, dopo un infortunio sul lavoro avvia insieme alla moglie una piccola attività commerciale nella zona centrale della città.
A differenza di molti amici, affacciatisi al mondo del lavoro già al termine della scuola elementare, prosegue, non senza sacrifici, gli studi presso l’istituto tecnico commerciale cittadino, dove matura il suo impegno politico.
Si avvicina ai circoli giovanili socialisti nonostante il parere contrario del padre, che sogna per lui una tranquilla vita da ragioniere, tuttalpiù arricchita dall’hobby per il pianoforte, e grazie allo scambio di idee con amici operai conosciuti nel quartiere e all’avversione per l’intervento italiano al primo conflitto mondiale, a soli quattordici anni, nel 1917, si trova in stato di fermo per la distribuzione di volantini contro la guerra.
Inizia a frequentare il circolo socialista locale Luigi Telloli. Vicino alle istanze massimaliste, prende parte ai lavori del Congresso provinciale della frazione di sinistra ferrarese del 1919, al termine del quale Luigi Amadesi, futuro segretario di Palmiro Togliatti, comunica l’adesione alla III Internazionale, approvata per acclamazione dai delegati.
Già segretario del Circolo, nel 1920 si iscrive alla Federazione giovanile socialista ferrarese. Nello stesso anno prende la tessera del Partito Socialista Italiano (PSI). Il 27 gennaio 1921 partecipa all’VIII Congresso della Federazione Giovanile Socialista Italiana (FGSI) che, sulla scia del Congresso di Livorno, sancisce la scissione cui segue la formazione della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). A Ferrara le federazioni giovanili rimangono compatte e anche Bosi resta nella FGSI locale.
Gli ultimi anni della scuola sono particolarmente duri per Bosi, oggetto d’emarginazione e minacce da parte sia del corpo docente che dei compagni, a causa del suo impegno politico. Difficoltà che comporteranno, nel 1922, l’abbandono della scuola. La violenza squadrista, particolarmente dura nel ferrarese, raggiunge l’apice il 20 dicembre 1920, con i fatti di Castello Estense. Bosi, ancora legato al Circolo Telloli, contraddicendo l’invito alla cautela dettato dai vertici della Camera del Lavoro e del PSI, organizza numerose manifestazioni, principalmente nelle zone periferiche della città. Gli incendi alle sedi delle cooperative, delle leghe e della camere del lavoro compiute dagli squadristi guidati da Italo Balbo comporteranno, nel giro di poche settimane, alla progressiva emarginazione del socialismo nel ferrarese, laddove solo due anni prima aveva conquistato alle elezioni venti amministrazioni comunali.
In nessun’altra zona il fascismo riesce nella sua conquista politica in così breve tempo. Bosi, fortemente critico nei confronti delle mancate risposte dai vertici socialisti, dopo aver prospettato una reazione altrettanto violenta contro gli agrari, promuove nel gennaio 1921 una manifestazione pubblica nel centro della città, conclusa con colpi di pistola intimidatori ricevuti da parte di ignoti, che comportano l’abbandono della vita politica attiva di numerosi compagni di partito. Nei mesi che precedono la Marcia su Roma, con Ferrara ormai in mano alla violenza fascista, complice anche l’arrendevolezza delle compagini antifasciste locali e un significativo sostegno da parte degli agrari, Bosi s’impegna per la formazione di un fronte antifascista unitario in tutta la provincia.
Nel 1922, dopo un’aggressione squadrista subita dall’ultimo professore di simpatie socialiste rimasto in servizio nella sua scuola, Bosi decide di abbandonare momentaneamente gli studi, e inizia a lavorare presso un commerciante di mobili, trasformando il luogo di lavoro in una sede clandestina dove cerca di riorganizzare la Resistenza antifascista nel ferrarese.
Nonostante incontri deludenti a Cento e Barra, dove può constatare la ferma opposizione riguardo ad una collaborazione tra comunisti e socialisti, e, sempre più critico di fronte all’incapacità di reazione da parte del PSI locale, è tra gli organizzatori della frazione “terzina” nella Provincia di Ferrara, aprendo un dialogo costante con le direzioni regionale e nazionale del Partito Comunista d’Italia (PCd’I).
Trasferitosi a Milano entra nella Direzione nazionale della FGCI, collaborando con il segretario Luigi Longo e Giuseppe Dozza e impegnandosi per l’ingresso dei cosiddetti socialisti terzini nel PCd’I, fusione che avverrà solo nel 1924 durante i lavori del V Congresso del Comintern, tenutosi a Mosca dal 17 giugno all’8 luglio.
Tra i terzini entrati nel PCd’I, oltre a Bosi ci sono Girolamo Li Causi, Giuseppe Di Vittorio e Giacinto Menotti Serrati. Nei mesi a venire gira per l’Italia nelle diverse riunioni clandestine della FGCI, viaggiando in Sardegna, Veneto e Piemonte. Nel 1925 si trasferisce a Roma, lavorando per la FGCI con il segretario Giuseppe Dozza.
Nel 1925 viene inviato nel Sud Italia con il compito di riferire al Comando Centrale (CC) la situazione delle campagne meridionali. È attivo in Sicilia nel mezzo dello scontro tra il regime, per mano del “prefetto di ferro” Cesare Mori, e le associazioni mafiose. Sorvegliato dalla polizia, è arrestato a Foggia e, dopo 15 giorni di detenzione, nel maggio 1925 viene trasferito a Ferrara dove, uno dei campi del fascismo locale, Alberto Montanari, ne ordina un’aggressione. Il 17 giugno Bosi viene colpito a bastonate da tre squadristi, due dei quali suoi ex compagni di scuola. Ricoverato in ospedale per sospetta commozione cerebrale, sporge denuncia nei confronti dei tre aggressori, senza ottenere esiti significativi. Costretto in ospedale e sorvegliato dalla polizia, riesce a fuggire grazie all’aiuto del PCd’I, trasferendosi a Milano. Inviato nuovamente al Sud nel 1926, assume la segreteria interregionale della FGCI di Calabria e Sicilia, operando principalmente nella seconda. Strettamente sorvegliato anche durante azioni quotidiane come un pasto in osteria, comprende appieno il pericolo della reazione fascista all’Aventino e del conseguente attacco diretto alle opposizioni ma decide di limitarsi a riferire le sensazioni provate al CC, senza abbandonare l’isola. Viene arrestato a Catania, dove si è stabilito, e, accusato di «incitamento all'odio fra le classi sociali, di cospirazione e propaganda sovversiva», è rinviato a processo presso il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito dal regime nel 1926 nel complesso delle cosiddette “leggi fascistissime”. Trasferito, in attesa di giudizio, nel carcere romano di Regina Coeli, nel 1928 è condannato a 10 anni di reclusione. Dal porto di Civitavecchia è imbarcato direzione isola d’Elba, dove per venti mesi è recluso presso la fortezza di Porto Longone, oggi Porto Azzurro, passando il primo periodo in isolamento. Nel 1932 è trasferito nel carcere di Spoleto assieme ai detenuti comuni, scelta dettata dalla volontà di contrastare ogni possibile collaborazione tra detenuti politici. Questi, però, riescono a fare propaganda all’interno della struttura carceraria tanto da costringere le autorità a ridistribuire i detenuti politici in differenti penitenziari. Bosi si trasferisce a Civitavecchia dove rimane sino al dicembre 1932, quando, usufruendo dell’amnistia per il decennale della Marcia su Roma, viene rimesso in libertà. Ristabilitosi a Ferrara si impegna per la riorganizzazione del PCd’I. Arrestato nel settembre 1933, è condotto nuovamente a processo presso il Tribunale speciale e, nel febbraio 1934, viene condannato a 16 anni di reclusione. Sconta la pena nel carcere di Civitavecchia sino al 1941 quando, usufruendo nuovamente di una amnistia, ritorna a Ferrara in libertà vigilata. Qui riprende i contatti con gli ambienti antifascisti prima d’essere nominato, nel maggio 1943, segretario della Federazione comunista milanese. È proprio nel periodo vissuto a Milano che conosce Anna Busnelli, sua futura moglie. Durante la Resistenza è attivo inizialmente nelle valli di Comacchio, dove è tra gli organizzatori della lotta armata, prima d’essere inviato a Milano come ispettore del Comando generale delle Brigate Garibaldi.
Attivo in Piemonte nella segreteria regionale del PCd’I come ispettore politico fino al giugno 1944, dal luglio 1944 al febbraio 1945 è in Liguria dove ricopre gli incarichi di segretario della Federazione comunista di Genova e viene nominato membro del Triumvirato insurrezionale ligure. Dalla fine di febbraio 1945 alla Liberazione è a Milano, dove è inviato dal PCI a guidare il Fronte per la Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e per la Libertà, organizzazione giovanile orfana del suo fondatore Eugenio Curiel, ucciso dalla Brigate Nere il 24 febbraio. Al termine del conflitto entra nel Comitato direttivo della Federazione comunista di Ferrara, assumendo la segreteria provinciale della Federazione dopo il Congresso di partito tenutosi nel luglio 1945.
Alle consultazioni politiche del 2 giugno 1946 ottiene 28.406 e viene eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio di Bologna. Deputato del gruppo parlamentare comunista, durante i lavori della Costituente è, dal 21 maggio 1947 al 31 gennaio 1948, membro della Terza Commissione per l’esame dei disegni di legge. Il 13 dicembre 1946, in qualità di segretario della Federterra, interviene, in polemica con l’interpellanza relativa all’assegnazione delle terre incolte possibile col decreto Segni presentata dal liberale Girolamo Bellavista, difendendo, per contro, la necessità di un «miglioramento delle colture e dell’agricoltura italiana, attraverso lo sforzo diretto dei contadini e dei lavoratori che prima di oggi ne sono stati esclusi». Alla difesa dell’operato della Federterra, messa sotto accusa dall’intervento di Bellavista, Bosi aggiunge l’auspicio di una estensione del decreto ai terreni non coltivati dai mezzadri. Il 6 maggio 1947 è autore di un lungo e intenso intervento nella discussione generale in materia di rapporti economici (Titolo III), auspicando che la nuova Costituzione potesse «creare le condizioni per cui le trasformazioni avvengano in via democratica, e senza urti», prospettando, inoltre, una nuova riforma agraria e un miglioramento delle condizioni dei lavoratori della terra. Il 27 maggio 1947, infine, presenta un’interrogazione con risposta scritta relativa alle voci circa l’assorbimento dell’Università di Ferrara da parte dell’Università Cattolica di Milano, auspicando la permanenza di uno stato autonomo per l’ateneo della sua città.
È senatore per le prime tre legislature della Repubblica italiana, sempre per il PCI. Durante la I Legislatura, dove ottiene la carica di diritto per aver scontato più di cinque anni di reclusione durante il regime fascista, oltre ad essere membro del gruppo comunista, partecipa attivamente ai lavori di differenti Commissioni. È, infatti, membro dell’VIII Commissione permanente - Agricoltura e Alimentazione - dal giugno 1948 al giugno 1953, della Commissione speciale ddl opere pubbliche da luglio 1950 all’agosto 1951 e della Commissione speciale per gli alluvionati dal dicembre 1951 al febbraio 1952. Riconfermato alle politiche del 1953, nella II Legislatura, come membro del gruppo comunista, è nuovamente membro dell’VIII Commissione permanente dal 21 al 27 luglio 1953, ricoprendo la carica di vicepresidente dal 28 luglio 1953 al giugno 1958. È, inoltre, membro della Commissione parlamentare per il parere sulla nuova tariffa generale dei dazi doganali dall’ottobre 1953 al giugno 1958, e della Commissione speciale ddl ordinamento e attribuzioni CNEL dal marzo 1955 al giugno 1957. Eletto nuovamente alle politiche del maggio 1958, membro del gruppo comunista, è riconfermato alla vicepresidenza dell’VIII Commissione permanente. Anche nella III Legislatura, inoltre, ricopre importanti incarichi istituzionali come membro della Commissione speciale per l’esame del disegno di legge concernente interventi in favore dell’economia nazionale (n.661) nel luglio 1959, dello Speciale ddl abitazioni lavoratori agricoli (n. 1070) e della Commissione consultiva per il piano quinquennale sviluppo agricoltura dal dicembre 1961 al maggio 1963.
Parallelamente all’attività parlamentare, Bosi si distingue per un intenso impegno sindacale, ricoprendo, inoltre, numerose cariche dirigenziali.
Dal 1947 al 1956 è segretario nazionale della Confederterra; durante il suo mandato viene stipulato il primo contratto nazionale dei braccianti, seguito poi quello dei mezzadri. Nel 1949 è chiamato a guidare la segreteria dell’appena istituita Unione Internazionale dei Lavoratori Agricoli, aderente alla Federazione Sindacale Mondiale. In qualità di delegato è presente al I Congresso mondiale per la pace, celebrato tra l’aprile e il maggio 1949 a La Salle Pleyel di Parigi. Mantiene la carica sino al 1960, operando principalmente in America Latina con un’attività dedicata all’organizzazione delle associazioni tra operai agricoli, alla riorganizzazione dei ceti agricoli e al sostegno alle lotte bracciantili. Da fronteggiare, infatti, sono le condizioni arretrate dell’agricoltura, il monopolio delle multinazionali statunitensi e, soprattutto, la dipendenza delle economie locali basate sulle monoculture agricole ridotte a dominio riservato alle grandi corporations statunitensi, su tutte la United Fruits Company. È in Guatemala durante la presidenza Guzmàn (1951-54), al fianco dei lavoratori agricoli che reclamano al governo democraticamente eletto una riforma agraria che avrebbe potuto garantire una maggiore autonomia dell’economia guatemalteca. Si batte, quindi, in difesa di quei lavoratori vittime delle brutali violenze subite per mano di mercenari operanti al soldo della United Fruit e avversi alla politica riformatrice di Guzmàn. Per questo impegno, Bosi, in pieno maccartismo, è condannato dal Comitato contro le attività antiamericane e costretto ad abbandonare la causa. Terminata l’esperienza nel sindacalismo internazionale, a partire dai primi anni Sessanta si impegna nella formazione di associazioni di coltivatori diretti; segue da vicino l’istituzione del Consorzio Nazionale Bieticoltori e contribuisce in maniera significativa alla sua espansione nel biennio 1963-64, battendosi per l’ottenimento di vantaggi per i lavoratori della terra impegnati in un settore particolarmente sviluppato nel ferrarese. In quegli anni, inoltre, si riavvicina alla politica locale. Nel 1964 è eletto, sempre tra le fila del PCI, consigliere provinciale al comune di Ferrara, venendo riconfermato nelle seguenti consultazioni elettorali sino al 1972. Nei due mandati ricopre importanti incarichi amministrativi. In qualità di assessore alla Sanità si impegna, principalmente, a tutela dei minori con problemi familiari, disabili e con problemi psichiatrici. È nominato, inoltre, assessore prima al Personale e, infine, alle Finanze. Concluso il mandato amministrativo è nominato a rappresentare la Provincia di Ferrara al Comitato Regionale con compiti di controllo di atti comunali e consorzi.Nel 1973 è tra i fondatori dell'Istituto di Storia del Movimento Operaio e Contadino (ISMOC) di Ferrara, ricoprendo la carica di membro del consiglio di gestione dell'Istituto sino al 1995. Già presidente dell’Associazione perseguitati politici antifascisti (ANPPIA), per dieci anni, dal 1977 al 1987, ricopre la carica di presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Ferrara.
Muore a Ferrara il 5 dicembre 1995.
Nasce a Ferrara nel 1903. Figlio di commercianti, è costretto a interrompere gli studi nel 1922 per via delle persecuzioni fasciste subite per la militanza nella Federazione Giovanile Socialista Ferrarese.
Nel 1923 si trasferisce a Milano, dove entra nella Segreteria del Partito Socialista. L’anno dopo, con la confluenza nel Partito Comunista d’Italia, è nominato membro del Comitato Centrale della Federazione Giovanile Comunista d’ltalia. Il suo attivismo gli procura numerosi arresti: in carcere dal 1928 al 1932 e poi dal 1933 al 1941, non perde mai i contatti con il movimento antifascista.
Nel 1943 è nuovamente a Milano, dove diviene Segretario della Federazione Comunista Milanese. Dopo l’8 settembre passa alla Segreteria Regionale piemontese e ligure come ispettore politico. Nel giugno 1944 assume l’incarico d’Ispettore Politico e Militare nella Federazione di Genova. Con la Liberazione è inviato a Roma come membro del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia per i rapporti con il governo Bonomi. Nel luglio 1945 è di nuovo a Ferrara, dove entra nella Segreteria della Federazione del Partito Comunista Italiano.
Dopo l’elezione all’Assemblea Costituente, entra nella Segreteria Nazionale della Confederterra. Membro della Commissione Agricoltura, porta, in seno alla Costituente, un contributo fondamentale nella discussione in materia agraria; in particolare nella stesura del1’articolo 44 sulla limitazione della proprietà terriera privata.
È Senatore di diritto nella prima legislatura per avere scontato più di cinque anni di carcere durante il regime fascista. Rieletto al Senato nel 1953 e 1958, mantiene la Vicepresidenza della Commissione Agraria.
Muore a Ferrara nel 1995