Gustavo Ghidini

Gustavo Ghidini

  • 22.07.1875
  • 11.03.1965
  • Maschio
  • Avvocato
  • Soragna
  • Parma
Sommario

    Biografia

    La formazione e l’impegno politico 

    Nasce a Soragna, in provincia di Parma, il 22 luglio 1875, figlio del farmacista Lorenzo Ghidini e di Ersilia Mussi. Cresce in un ambiente borghese e culturalmente vivace, nel quale maturano precocemente l’interesse per la politica e la sensibilità verso le questioni sociali. Ancora adolescente aderisce al socialismo, scegliendo la corrente riformista legata ai nomi di Filippo Turati, Camillo Prampolini e, successivamente, Giacomo Matteotti. È una scelta destinata a segnare tutta la sua vita politica e civile: Ghidini resterà, infatti, sempre fedele a un’idea di socialismo democratico, gradualista, parlamentare e profondamente legato ai valori delle libertà costituzionali. 

    Dopo gli studi classici si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, dove si laurea giovanissimo. Inizia la professione forense come allievo dell’avvocato e politico Agostino Berenini, una delle figure più rilevanti del riformismo democratico parmense. Fin dagli esordi si distingue per le straordinarie capacità oratorie, la lucidità argomentativa e una presenza in aula che colpisce colleghi e magistrati. Diventa rapidamente uno dei penalisti più noti del foro parmense. 

    Parallelamente all’attività professionale sviluppa un intenso impegno politico. Entrato nel Partito Socialista Italiano (PSI), si inserisce nel tessuto del socialismo parmense negli anni della sua grande espansione. La Parma di inizio Novecento rappresenta, infatti, uno dei laboratori più significativi del movimento socialista italiano: cooperative, leghe contadine, associazionismo operaio e amministrazioni locali progressiste costruiscono un forte radicamento popolare.

     

    Il socialismo riformista e l’opposizione al fascismo

    Nel 1900, a soli venticinque anni, Ghidini viene eletto consigliere provinciale. Negli anni successivi ricopre altri incarichi amministrativi e diventa una delle personalità più autorevoli del socialismo riformista locale. Siede per lungo tempo nel Consiglio comunale di Parma e si candida alle elezioni politiche del 1919 e del 1921 nelle liste del PSI, senza però riuscire a ottenere l’elezione al Parlamento. Dopo la scissione socialista del 1922 aderisce al Partito Socialista Unitario (PSU) di Matteotti, mantenendosi nell’area riformista e democratica. 

    Durante la Grande Guerra presta servizio come sottotenente di fanteria. L’esperienza del conflitto rafforza in lui la convinzione che il socialismo debba muoversi entro una prospettiva nazionale e democratica, evitando derive rivoluzionarie e massimaliste. 

    Negli anni del dopoguerra osserva con crescente preoccupazione l’acuirsi dello scontro politico e sociale. Il biennio rosso, le violenze squadriste e la crisi dello Stato liberale alimentano in lui la convinzione della necessità di una mediazione democratica capace di contrastare sia l’estremismo rivoluzionario sia il fascismo nascente.


    Con l’ascesa del fascismo Ghidini diventa uno dei punti di riferimento dell’antifascismo riformista parmense. La sua posizione, tuttavia, rimane diversa sia da quella comunista sia da quella dell’antifascismo clandestino più radicale. Egli continua, infatti, a credere nella possibilità di una ricostruzione democratica fondata sulla legalità e sulle istituzioni rappresentative.


    La violenza fascista colpisce direttamente anche lui. Nel 1922, mentre si trova a Lerici, il suo studio legale a Parma viene devastato dagli squadristi. In via Mameli vengono bruciati mobili, documenti e corrispondenza privata. Ghidini non abbandonerà, per questo, né la professione né le proprie convinzioni politiche.

    Lo scioglimento del PSU imposto dal regime nel 1925 interrompe formalmente la sua attività politica pubblica. Negli anni della dittatura si dedica prevalentemente all’avvocatura, diventando uno dei più autorevoli penalisti emiliani. Pur evitando un’attività clandestina diretta, mantiene saldi rapporti con gli ambienti antifascisti e con esponenti del riformismo parmense come Ferdinando Bernini, Biagio Riguzzi, Angelo Braga, Romano Braga e Mario Fantelli. Luoghi di ritrovo di questo gruppo diventano ambienti discreti della città, tra questi la trattoria del Nuovo Giardinetto in via Santa Chiara, dove continuano discussioni politiche e confronti culturali in anni di repressione e controllo poliziesco. Nel frattempo, Ghidini prosegue la sua intensa attività professionale. Tra i processi più celebri vi è quello del 1924 per l’omicidio del fascista Vittorio Lusignani, in cui difende Aurelio Candian. 

    La sua fama di avvocato cresce ulteriormente negli anni Trenta e Quaranta, tanto da renderlo una figura di riferimento nel panorama forense nazionale. Dopo l’8 settembre 1943 aderisce al Comitato di Liberazione Nazionale parmense insieme al gruppo socialista riformista. Emergono, tuttavia, profonde divergenze con il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e soprattutto con i comunisti. Ghidini e il suo gruppo guardano con forte diffidenza al Patto d’azione tra socialisti e comunisti e temono che la Resistenza possa assumere una direzione rivoluzionaria. Le divergenze riguardano anche la conduzione della lotta armata. Nel marzo 1944 i riformisti abbandonano il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) parmense, scelta che determina una loro marginalizzazione politica all’interno degli equilibri resistenziali locali. Nello stesso periodo Ghidini affronta uno dei processi più drammatici della sua carriera: la difesa dell’ammiraglio Inigo Campioni davanti al Tribunale speciale fascista di Parma. Campioni, già governatore del Dodecaneso, viene accusato di tradimento per avere resistito ai tedeschi dopo l’armistizio. Nonostante la brillante difesa di Ghidini, l’ammiraglio viene condannato a morte e fucilato insieme all’ammiraglio Luigi Mascherpa il 24 maggio 1944 al poligono di tiro di Parma. Il processo rappresenta uno dei momenti più alti e insieme più tragici della sua intera vita professionale.

     

    La svolta del dopoguerra e la Costituente

    La Liberazione trova Ghidini ormai settantenne, ma ancora politicamente attivo e intellettualmente lucidissimo. Nel nuovo quadro democratico torna protagonista della vita pubblica parmense. Alle elezioni del 2 giugno 1946 viene eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle liste socialiste. Insieme a Ferdinando Bernini rappresenta una delle principali espressioni del socialismo parmense all’interno dell’Assemblea.


    L’esperienza in Assemblea costituisce il momento culminante della sua carriera politica: Ghidini entra, infatti, nella Commissione per la Costituzione, la cosiddetta “Commissione dei 75”, organismo incaricato di elaborare il testo della futura Carta costituzionale. Al suo interno ricopre un ruolo di assoluto rilievo: viene nominato vicepresidente e presidente della Terza Sottocommissione, incaricata di elaborare la parte relativa ai rapporti economici e sociali.


    Il suo contributo si concentra soprattutto sui temi del lavoro, della proprietà, della funzione sociale dell’economia e del delicato equilibrio tra libertà individuali e giustizia sociale. La sua cultura socialista riformista emerge con chiarezza nei dibattiti: difende una concezione della democrazia fondata non soltanto sui diritti politici, ma anche sull’emancipazione economica e sociale delle classi lavoratrici. 

    Negli interventi all’Assemblea insiste sulla necessità che la Repubblica riconosca il lavoro come fondamento della nuova democrazia italiana. Sottolinea come lo Stato debba intervenire per limitare le disuguaglianze e impedire concentrazioni economiche dannose per l’interesse collettivo. Allo stesso tempo rifiuta impostazioni rivoluzionarie o collettivistiche, riaffermando il valore delle libertà personali e dell’iniziativa privata, purché orientata a una funzione sociale. Particolare importanza assume il suo contributo nella definizione degli articoli riguardanti la proprietà privata e il ruolo dello Stato nell’economia. Ghidini sostiene, infatti, che la proprietà non possa essere considerata un diritto assoluto, ma debba essere subordinata all’utilità sociale. Questa impostazione confluirà negli articoli della Costituzione dedicati ai rapporti economici, che rappresentano uno dei punti più avanzati del compromesso costituzionale tra culture politiche differenti.

    Nei suoi discorsi emerge costantemente l’esperienza maturata durante il fascismo.


    Ghidini interpreta la Costituzione come uno strumento di difesa della democrazia contro ogni possibile ritorno autoritario. La centralità del Parlamento, il pluralismo politico, le autonomie locali e la tutela dei diritti sociali sono da lui considerati elementi indispensabili per impedire nuove degenerazioni dittatoriali.


    Durante i lavori costituenti mantiene una posizione autonoma all’interno del socialismo italiano. La crescente influenza comunista nel PSIUP lo porta progressivamente ad avvicinarsi all’area socialdemocratica. Quando, nel gennaio 1947, avviene la scissione di Palazzo Barberini guidata da Giuseppe Saragat, Ghidini aderisce al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), futura formazione socialdemocratica italiana. Nel 1948 viene eletto senatore della Repubblica nelle liste del PSLI. Anche in Senato continua a intervenire sui temi della democrazia parlamentare, delle autonomie locali e della giustizia sociale, pur senza assumere ruoli di primissimo piano a livello nazionale. Rimane però una figura rispettata sia per la competenza giuridica sia per il prestigio personale accumulato in decenni di vita pubblica.

    Parallelamente prosegue l’attività professionale. Per anni presiede l’Ordine degli avvocati e procuratori di Parma, contribuendo alla ricostruzione della vita forense nel dopoguerra. Continua a esercitare l’avvocatura fino a oltre ottant’anni, mantenendo intatte le qualità dialettiche che ne avevano fatto uno dei più celebri penalisti del territorio. Pur avendo attraversato alcune delle fasi più drammatiche della storia italiana — il socialismo delle origini, la crisi dello Stato liberale, il fascismo, la Resistenza e la nascita della Repubblica — Ghidini resta fedele a una concezione etica della politica, fondata sulla democrazia rappresentativa, sul riformismo sociale e sulla centralità delle libertà costituzionali.

    Muore a Parma l’11 marzo 1965, all’età di ottantanove anni.

    Sintesi biografica

    Nasce a Soragna, in provincia di Parma, nel 1875. Laureato in Giurisprudenza, giovanissimo s’iscrive al Partito Socialista Italiano attestandosi su posizioni turatiane e svolgendo, fino all'avvento del fascismo, un'intensa attività politica. Sottotenente di fanteria durante la Prima Guerra Mondiale è uno dei maggiori esponenti del notabilato socialista che fa da riferimento dell'antifascismo social-riformista locale. Lo scioglimento del Partito Socialista Unitario nel 1925 coincide con il ritiro dalla vita politica, ma il suo attivismo nella professione legale gli permette di preservare idee antifasciste evitando atti apertamente sovversivi.

    Dopo l'8 settembre 1943, pur rinnegando il Patto d'azione con i comunisti, aderisce al Comitato di Liberazione Nazionale parmense. La pregiudiziale anticomunista, assieme alle divergenze strategiche sulla conduzione della lotta armata, sono all’origine della sua uscita, dopo pochi mesi, dal Comitato.

    Con la Liberazione è eletto all'Assemblea Costituente, dove ricopre l'ufficio di Vicepresidente della Commissione dei 75 e di Presidente della Terza Sottocommissione. Con la scissione di Palazzo Barberini aderisce al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani per il quale è eletto senatore nel 1948.

    Nella sua città esercita la professione di avvocato fino a ottantuno anni. È Presidente dell'Ordine degli avvocati e dei procuratori.

    Muore a Parma nel 1965.

    Strumenti bibliografici

    Bibliografia