Nasce a Forlì nel 1882 da Giuseppe Fabbri.
Nella città natale conclude gli studi liceali, per poi trasferirsi a Roma dove si laurea in giurisprudenza nel 1905. Nella capitale rimane in contatto con l’élite culturale romagnola, tra cui il giornalista e scrittore forlivese Antonio Beltramelli, che proprio a Fabbri dedicherà la sua raccolta di novelle romagnole «I Primogeniti» con queste parole: «Non ho voluto tracciar confini, ho colto ciò che è umano, ciò che non si limita ad una regione, ma può essere ed è di tutti gli uomini i quali vivono più direttamente a contatto della gran madre ed hanno virtù d’amore e di dolore: degli uomini che non corruppero e non corrompono: i primogeniti».
Inizia la sua carriera come avvocato penalista, prendendo parte ad alcuni procedimenti giudiziari abbastanza rilevanti nel contesto locale della capitale. Tra essi la vicenda passata alle cronache come «Le vertenze dell’Argano».
Il processo, che coinvolge alcuni tra i più noti frequentatori della terza sala del bar «Argano», si conclude il 31 gennaio 1914 con l’assoluzione di quasi tutti gli imputati. Sebbene il ruolo di Fabbri non abbia particolare rilievo, la vicenda aiuta però a chiarire i suoi riferimenti politici giovanili:
il bar «Argano» è, infatti, un luogo di ritrovo del nascente movimento nazionalista, tanto che tra gli indagati al processo spicca anche il nome del calabrese Maurizio Maraviglia, che nel 1910 era stato tra i fondatori dell’Associazione Nazionalista Italiana (ANI).
La vicinanza di Fabbri a questi ambienti è confermata qualche mese dopo, in giugno, quando il romagnolo difenderà in tribunale la redazione di «Idea Nazionale», periodico dell’Associazione, accusata di aver diffamato il giornalista triestino e futuro costituente per il Partito Repubblicano Italiano (PRI) Luciano Magrini, definendolo una spia al servizio del governo greco. La vicenda, per la quale vengono sentiti anche funzionari del ministero degli affari esteri e il console italiano a Corfù, si conclude con un sostanziale nulla di fatto.
Fabbri mantiene stretti contatti con i principali esponenti dell'ANI di origine emiliano-romagnola attivi a Roma. Tra questi spiccano Luigi Federzoni, destinato a ricoprire la carica di Presidente del Senato, e Goffredo Bellonci, allievo di Carducci e firma di punta per il «Giornale d’Italia». I tre sono soliti ritrovarsi in un ristorante di via Nazionale.
Un ritratto particolarmente vivido di Fabbri di quegli anni è consegnato dal giornalista Panfilo Gentile in un articolo commemorativo sul «Corriere della Sera»: «[…] esibiva anche lui una acconciatura di tipo romantico, con una chioma prolissa e una barbaccia nera alla Tristan Bernard. Anche lui era uomo di lettere. Più tardi però doveva diventare un agguerrito avvocato civilista e deputato monarchico in repubblica. Della sua passione letteraria resta ancora la testimonianza di una pletorica biblioteca, che occupa tutti i quattro piani della sua strana casa verticale in via del Seminario.»
Nel 1917 Fabbri è arruolato con il ruolo di tenente di artiglieria nel distretto militare Roma II, plausibilmente per svolgere ruoli amministrativi legati alla sua professione di avvocato.
Negli anni Trenta si afferma come specialista in diritto commerciale, rappresentando importanti società romane come la Magazzini Generali.
In un complesso contenzioso interno alla società, legato al voto sul bilancio del 1934, difende la legittimità dell’operato del direttore della società Morini, contestato da un gruppo minoritario guidato da Baccani. Al centro della disputa vi è l’interpretazione dell’Art. 161 del Codice di commercio, secondo cui gli amministratori non soci non possono votare il bilancio: Baccani sostiene che Morini, avendo ceduto in cauzione parte delle proprie azioni, non potesse votare. Dopo una prima decisione sfavorevole, Fabbri ribalta l’esito in Corte d’Appello, facendo prevalere la tesi della società. Egli dimostra che escludere Morini dal voto costituirebbe un’interpretazione analogica restrittiva della norma, vietata dall’Art. 4 delle preleggi, ottenendo così una sentenza favorevole.
In base al D.Lgs. lgt. 19 ottobre 1944 n. 420, volto a ricostituire la gestione delle imprese private concessionarie di pubblici servizi o che esercitino una attività riconosciuta di interesse generale,
Fabbri è chiamato ad amministrare l’Ente Nazionale Industrie Cinematografiche (ENIC).
Si tratta di una casa di produzione originariamente strutturata come una società anonima privata, poi statalizzata attraverso l’IRI nel 1935 per volontà del direttore generale dell’Istituto Luce, Giacomo Paolucci de Calboli.
Su mandato di Benito Mussolini e di Galeazzo Ciano, il diplomatico di origine siciliana è chiamato a organizzare il piano di risanamento dell’Istituto che, tramite l’ENIC, avrebbe garantito al Ministero della cultura popolare un ingresso privilegiato nella produzione cinematografica. È solo dopo questa acquisizione, infatti, che l’Istituto Luce inizia a produrre colossal come «Scipione l’Africano».
Nel marzo del 1945 il consiglio di amministrazione ENIC viene considerato dal governo legittimo ancora enormemente colluso con la Repubblica di Salò, e dunque in grado di pregiudicare gli interessi dello Stato, soprattutto al netto della situazione bellica particolarmente delicata. Per questo motivo la società viene posta sotto la vigilanza del Ministero delle finanze e Fabbri, considerato uno stimato amministratore tecnico, è nominato commissario temporaneo dell’Ente insieme al marchese Ferdinando Benzoni, con un mandato della durata di 6 mesi. L’avvocato romagnolo gestisce l’ente in modo puntuale, dedicandosi con particolare cura alle questioni del noleggio e dell’esercizio dell’attività cinematografica e intrattenendo rapporti con i principali esponenti del cinema italiano.
L’incarico di Fabbri cessa il 20 maggio 1946, in concomitanza con la ricostituzione di una amministrazione ordinaria dell’Ente, presieduta da Ferdinando Benzoni.
Come noto avvocato amministratore pubblico, entra nella Consulta Nazionale su designazione della Concentrazione Nazionale Democratica Liberale.
Il 18 giugno 1946 è proclamato membro dell’Assemblea Costituente per il Blocco Nazionale della Libertà, all’interno del Collegio Unico Nazionale, elezione poi convalidata il 25 luglio dopo l’iscrizione di Fabbri al Gruppo Parlamentare Misto, in cui rimarrà fino al 31 maggio 1948.
In Assemblea, Fabbri svolgerà complessivamente 67 interventi ripartiti all’interno: della Commissione speciale per l’esame di eventuali casi d’incompatibilità morale e politica dei deputati dell’Assemblea costituente (dal 19 febbraio 1947); della Commissione per l’esame del disegno di legge relativo alla proroga del termine previsto per la durata della Costituente (dal 12 giugno 1947); della Commissione per l’esame del disegno di legge relativo alle norme per l’elezione del Senato della Repubblica (dal 12 dicembre 1947) e della Seconda sottocommissione per la Costituzione (dal 19 luglio 1946). Molto attivo nella discussione, si interessa in modo particolare dei rapporti etico-sociali (Titolo II); rapporti economici (Titolo III); Regioni e Comuni (Titolo V); Parlamento, Capo dello Stato e Governo (Titoli I, II e III). È inoltre interessato alla formulazione degli articoli dall’1 al 7 nelle Disposizioni Generali e a specifici articoli riguardanti funzioni e prerogative del Presidente della Repubblica, la formazione delle leggi, l’amnistia e l’indulto.
Fabbri conserva la propria posizione politica saldamente collocata nell’area monarchico-liberale, promuovendo l’idea di un testo costituzionale leggero, generale e dunque lontano da eccessive discrezionalità.
Alla fine di gennaio 1947, ad esempio, esprime un posizionamento particolarmente originale sul diritto allo sciopero.
Al contrario di Giuseppe Di Vittorio e di altri esponenti del gruppo comunista – che avrebbero poi ottenuto l’inserimento dello sciopero tra i diritti costituzionali – Fabbri definisce l’astensione dal lavoro un “fatto” più che un “diritto” e cerca di spostare la discussione sul piano eminentemente tecnico. Valutando il rapporto di lavoro come un contratto bilaterale, il giurista romagnolo definisce lo sciopero come un'interruzione improvvisa della prestazione e, dunque, come un fatto sociale piuttosto che un diritto giuridico acquisito. Per questo motivo, egli ritiene che tale materia, così concreta e variabile, debba essere gestita attraverso leggi ordinarie capaci di applicare criteri di discrezionalità, come le limitazioni relative ai servizi essenziali.
Il rapporto di particolare vicinanza tra Gustavo Fabbri e Roberto Lucifero, ex ministro della Real Casa nonché tra i più influenti esponenti monarchici della Costituente, pur non essendo attualmente esplicitato da fonti dirette, è comunque implicitamente rintracciabile negli atti dell’Assemblea. Il 22 gennaio 1947, ad esempio, immediatamente dopo la bocciatura di un emendamento di Lucifero riguardante la formula della sovranità popolare sancita dall’Art. 1 della Costituzione, Fabbri fa a sua volta ritirare la formulazione del democristiano Umberto Merlin, sostenendo: «La parte favorevole alle dizioni risiede o appartiene, è anche la parte la quale desidera che questa Costituzione non venga sottoposta all’approvazione del popolo, ritenendo sufficiente l’elaborazione che se ne fa nell’ Assemblea, cosicché la Costituzione risulterebbe una notizia che si invia ai sovrani per informarli che la loro sovranità è stata regolata».
Un posizionamento simile è riproposto anche il 1° febbraio 1947, quando Fabbri appoggia la proposta di Einaudi sull’eliminazione dell’articolo transitorio della Costituzione che avrebbe previsto l’avocazione allo Stato dei beni di Casa Savoia.
Si tratta di un argomento lungamente dibattuto nell’ambito dell’Assemblea: proposto da Palmiro Togliatti nel novembre 1946 come emendamento all’Art. 1 della Costituzione, e fortemente avversato dal monarchico Roberto Lucifero che lo interpreta come un danno all’integralità della sovranità popolare.
In ogni caso, le critiche dei due deputati di area liberale si articolano su un duplice piano, giuridico e politico. Sul versante giuridico, essi contestano la natura stessa della norma, ritenendola priva di carattere costituzionale: non un principio generale, ma un provvedimento specifico e temporaneo, che avrebbe quindi dovuto seguire l’iter di una legge ordinaria. Sul piano politico, invece, Fabbri e Einaudi sottolineano come l’esproprio avrebbe inferto una “ferita economica” alla minoranza monarchica, compromettendo quel clima di “cooperazione volonterosa” ritenuta indispensabile per la stabilità della nascente democrazia.
Di segno opposto sono le posizioni dei sostenitori del provvedimento, tra cui Palmiro Togliatti, Giovanni Conti e Ferdinando Targetti, che ne giustificano l’adozione richiamando la corresponsabilità della dinastia sabauda nell’ascesa del fascismo.
Fabbri resta fermo su una linea rigorosamente garantista. A suo avviso, la questione deve essere ricondotta al diritto comune: inserire una simile disposizione, da lui definita “deplorevole”, avrebbe finito per “macchiare” la Costituzione proprio nel momento in cui si tentava di ristabilire la certezza del diritto. In quella sede egli contesta, inoltre, l’idea che la monarchia sabauda costituisse la chiave interpretativa del fascismo italiano, richiamando il caso della Germania di Weimar: la forma repubblicana, osserva, non aveva impedito l’ascesa del nazismo, a dimostrazione della complessità del rapporto tra assetti istituzionali e derive autoritarie.
A questa argomentazione segue la replica di Palmiro Togliatti, che giudica improprio il parallelismo, precisando che nessuno sosteneva l’argomento di un istituto monarchico che aveva condotto al fascismo; ma che quella specifica monarchia, nelle concrete condizioni storiche italiane, aveva effettivamente svolto un ruolo determinante nella sua affermazione.
Nello svolgimento del suo ruolo politico nazionale Fabbri resta un fervido rappresentante del pensiero nazionalista. Verrà ricordato come il primo deputato a proporre, nella seduta del 1° febbraio 1947, una forma di autonomia “particolare” per la zona contesa al di là del confine orientale, proponendo che la carta costituzionale facesse esplicitamente menzione del nome proprio di quell’area geografica: «per una ragione di fede, di speranza, nonché per la possibilità di accordi futuri, si facesse menzione della Venezia Giulia».
Conclusa l’esperienza alla Costituente, Fabbri rimane vicino agli ambienti culturali liberali. Nel 1952, ad esempio, ricevuto il saggio di Giorgio Del Vecchio «La verità nella morale e nel diritto», ringrazia il filosofo con un aneddoto a lui confidato privatamente dal professor Vittorio Scialoja: «La verità è che leggendo la sua, mi sono ricordato di un’osservazione di Vittorio Scialoja che nel dirmi genericamente male dell’insegnamento, ai giovani studenti, della filosofia del diritto, mi aggiunse con riferimento a Lei “Egli però sa tutto!”».
Contestualmente Fabbri svolge un ruolo di primo piano durante la scissione del Partito Nazionale Monarchico (PNM) avvenuta il 2 giugno 1954. Contrario all’avvicinamento ai democristiani proposto dal principale finanziatore del partito, il sindaco di Napoli Achille Lauro, il giurista romagnolo rimane fedele alla posizione filo-missina del segretario Alfredo Covelli e viene chiamato a presiedere la seduta in cui si vota l'ordine del giorno contro il Comandante, da lui definito come un “sabotatore”.
Nel 1959, a seguito dell’aumento del capitale sociale della Snia Viscosa da 21 a 27.450 miliardi di lire, Gustavo Fabbri è eletto per acclamazione tra gli amministratori della Società.
Muore a Roma l’8 gennaio 1962.
Nasce a Forlì nel 1882. Dopo gli studi liceali si trasferisce a Roma, dove si laurea in Giurisprudenza nel 1905. Si dedica con successo all’attività forense: diviene il consulente legale di molte aziende importanti e conquista una posizione di prestigio nel settore industriale italiano.
All’indomani della Liberazione è tra i maggiori esponenti della destra liberale monarchica e, su designazione della Concentrazione Nazionale Democratica Liberale, entra nella Consulta nazionale. Il 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente per il Blocco Nazionale della Libertà.
Protagonista di spicco nei lavori dell’Assemblea, dal luglio 1946 al gennaio 1948 fa parte della Commissione per la Costituzione, della Seconda sottocommissione, della Commissione degli 11, della Commissione Speciale per riferire sul disegno di legge costituzionale "proroga del termine previsto per la durata della Costituente" e della Commissione Speciale per l'esame del disegno di legge recante "norme per l'elezione del Senato della Repubblica".
Molto attivo nella discussione, interviene in aula sessantasette volte. In particolare s’interessa di: rapporti etico-sociali (Titolo II); rapporti economici (Titolo III); Regioni e Comuni (Titolo V); Parlamento, Capo dello Stato e Governo (Titoli I, II e III). È, inoltre, interessato alla formulazione degli articoli dall’1 al 7 nelle Disposizioni generali e a specifici articoli riguardanti funzioni e prerogative del Presidente della Repubblica, formazione delle leggi, amnistia e indulto.
Dopo la chiusura dei lavori dell’Assemblea Costituente torna a dedicarsi all’attività di consulente legale.
Muore a Roma l’8 gennaio 1962.