Giuseppe Dozza

Giuseppe Dozza

  • 29.11.1901
  • 28.12.1974
  • Maschio
  • Impiegato
  • Bologna
  • Bologna
Sommario

    Biografia

    Giovane rivoluzionario

    Nasce a Bologna il 24 novembre 1901 da una famiglia d’estrazione modesta; il padre Achille è un fornaio, la madre Virginia Mattarelli una casalinga. Al termine della sesta elementare è costretto ad abbandonare la scuola; le entrate familiari, infatti, non garantiscono i pagamenti delle rette per lui e le tre sorelle. Dopo aver lavorato come fattorino per un’agenzia di viaggi e trasporti, nel 1919 è impiegato come contabile in un importante negozio di tessuti del centro bolognese. 


    Sin da giovanissimo, agli impegni lavorativi affianca la passione politica. All’età di 14 anni, spinto da un senso di ribellione contro lo sfruttamento dei lavoratori e da sentimenti pacifisti avversi alla Grande Guerra, s’iscrive alla Federazione Giovanile Socialista Italiana (FGSI).


    Ricopre, a partire dal 1917, i primi incarichi dirigenziali, principalmente nel settore dell’informazione, scrivendo su “La Squilla” e assumendo la carica di responsabile locale de “L’Avanguardia”. Alla fine di settembre dello stesso anno partecipa, a Firenze, al VI Congresso della FGSI.

     

    La politica come scelta di vita

    L’impegno politico diviene rilevante nel biennio 1918-19. Presente al Congresso regionale dei giovani socialisti del dicembre 1918, assume una carica dirigenziale nel Comitato regionale. 


    All’età di 17 anni prende la tessera del PSI e partecipa al XVI Congresso del partito, tenutosi a Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919. Pochi mesi prima, il 14 luglio, viene compilata dalla Prefettura di Bologna la scheda che aprirà il fascicolo istituito presso il Casellario politico centrale della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno, su questo giovane bolognese «sprezzante verso l’autorità», «assiduo frequentatore» della Camera del Lavoro, iscritto alla FGSI, abbonato ai giornali socialisti «La Squilla» e «Avanti!», dimostratosi «molto attivo con tendenze rivoluzionarie» e, quindi, tale da essere «convenientemente vigilato». 


    Già dalla fine di aprile, però, l’attività “dell’anarchico” Dozza è sotto osservazione; la sua corrispondenza con il futuro cognato e “sovversivo” Giulio Dall’Osso, è controllata sistematicamente dal reparto della Censura militare di Milano. 

    Ciononostante, è proprio in quegli anni che matura la decisione di dedicarsi completamente all’attività politica, scelta che lo spinge ad abbandonare progressivamente il lavoro privato. Nel 1919 viene eletto segretario dell’Unione provinciale giovanile socialista. Licenziatosi dal negozio di tessuti nel 1920, nello stesso anno, è al vertice della segreteria del Comitato comunale delle leghe di Medicina. Con questa mansione è attivo nelle lotte agrarie che infiammano le campagne bolognesi e che si concludono con la firma del concordato fra l’associazione agraria e la Federterra, riconoscendo ai coloni la funzione di lavoratori dipendenti. 

    Già da tempo estimatore delle idee politiche espresse da Amedeo Bordiga, dopo la scissione di Livorno aderisce al Partito Comunista d’Italia (PCd’I), assumendo la carica di segretario per la sezione provinciale di Bologna dal marzo 1921 al settembre 1922. D’altra parte, proprio il ruolo di primo piano assunto durante le agitazioni del Biennio rosso lo espone ad una sempre maggiore vigilanza da parte della Prefettura bolognese; nel gennaio 1922 il Tribunale locale emette nei suoi confronti un mandato di cattura, che verrà immediatamente revocato per “mancanza di prove”. Sarà, però, la violenza fascista ad allontanare Dozza dalla città; dopo l’assalto alla Camera del lavoro, gli squadristi guidati da Dino Grandi danno alle fiamme la sua abitazione, inducendolo – anche per preservare l’incolumità dei suoi famigliari – a lasciare Bologna nel settembre 1922 per recarsi a Roma, presso la segreteria della direzione del PCd’I. 

     

    Il Fascismo e l’esilio

    Con l’avvento del fascismo al potere, per Dozza non è più sufficiente vivere lontano da Bologna per essere al sicuro e, come molti altri antifascisti, la clandestinità diviene una condizione di vita. Nel febbraio 1923 viene arrestato insieme ad altri dirigenti del PCd’I nel mezzo di una retata della polizia motivata dalla preoccupazione del questore di Roma Cesare Bertini il quale ritiene un appello del Comintern indirizzato ai comunisti italiani dal titolo La lotta contro il fascismo italiano, pubblicato su «Avanti!» il 29 dicembre 1929, “indirizzato alla unificazione di tutte le forze lavoratrici d’Italia, per abbattere il governo nazionale”. Internato a Regina Coeli è tra gli imputati del primo grande processo contro i comunisti italiani, tenutosi tra il 18 e il 26 ottobre 1923. Assolto, viene immediatamente nominato segretario nazionale della FGCI e, in occasione del convegno dei segretari delle federazioni comuniste, tenutosi clandestinamente a Como nel maggio 1924, a seguito dello scontro tra le tre mozioni presentate da Togliatti (“di centro”), Bordiga (“di sinistra”) e Tasca (“di destra”), abbandona la sinistra bordighiana, sposando la linea politica togliattiana. Nello stesso anno prende parte al V Congresso del Comintern, celebrato a Mosca dal 17 giugno all’8 luglio 1924. 

    Nel gennaio 1926 partecipa, a Biella, al X Congresso nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Il 18 aprile viene arrestato alla stazione ferroviaria di Napoli e, il 15 maggio, la Questura locale compila il suo cartellino segnaletico, motivando l’arresto con la preoccupazione per un “complotto contro le istituzioni dello Stato”. Tradotto a Regina Coeli ai primi di agosto, gli viene concessa la libertà vigilata e, profittando di questo stato, riesce a fuggire. Processato in contumacia il 6 dicembre 1926 dalla corte d'assise di Napoli, è condannato ad un anno di reclusione.


    In clandestinità, nel 1927 emigra in Francia dove, insieme a Luigi Longo, coordina il centro estero della FGCI. Sostenitore della linea gramsciana emersa in occasione del Congresso di Lione (20-26 maggio 1926), è rappresentante della FGCI all’Internazionale comunista giovanile, tenutasi a Mosca dal luglio 1927 al giugno 1928. Allineatosi alla condanna del socialfascismo proposta dal Comintern e accolta dal CC del PCd’I, la sua carriera politica all’interno del partito si avvia verso una progressiva ascesa per tutti gli anni Trenta. Nella seconda metà del 1930, diviene dirigente del centro interno del PCd’I, avendo la possibilità di rientrare clandestinamente in Italia dove riesce a sfuggire ripetutamente alla polizia fascista. 


    Partecipa al IV congresso nazionale del PCd’I, svoltosi tra Colonia e Dusseldorf nell’aprile 1931 e, in questa occasione viene eletto membro del Comitato centrale (CC). Delegato a rappresentare il PCd’I presso l'Internazionale comunista nel biennio 1932-33, è componente della segretaria del partito all'estero. Prende parte ai lavori del VII Congresso del Comintern, tenutosi a Mosca tra il luglio e l’agosto 1935. Intensa, inoltre, è l’attività giornalistica; rientrato in Francia, collabora con la redazione de «La voce degli italiani» scrivendo nel 1937-38 diversi articoli sull’impegno degli antifascisti alla guerra di Spagna, curando, inoltre, la propaganda rivolta al reclutamento di combattenti per le brigate internazionali. Un suo articolo su «Lo Stato operaio» nel 1937, contenente un giudizio opposto alla linea impartita da Mosca sulla “vigilanza rivoluzionaria”, gli causa non poche critiche provenienti dal partito stesso e dai massimi dirigenti del Comintern, e il conseguente allontanamento da cariche dirigenziali.

    Abbandonata Parigi dopo l’invasione nazista, ripara nel sud del paese proseguendo l’attività antifascista. È tra i fondatori del Comitato per l'unione del popolo, primo organismo unitario che si pone l’obiettivo di creare un fronte nazionale antifascista, prendendo parte all’atto istitutivo sancito dall’incontro andato in scena a Tolosa nell’ottobre 1941, con i rappresentanti del Partito Socialista Italiano (PSI), Pietro Nenni e Giuseppe Saragat; di Giustizia e Libertà (GL), Silvio Trentin e Fausto Nitti; oltre al compagno di Partito Emilio Sereni. A Lione, il 3 marzo 1943, è tra i firmatari, con Giorgio Amendola per il PCd’I, e con i rappresentanti socialisti Saragat e giellisti Emilio Lussu, dell'Accordo tra il PCd’I, il PSI e GL, che consolida l'unità d'azione avviata a Tolosa due anni prima.

     

    La Resistenza e il ritorno a Bologna

    Il 15 settembre 1943, dopo un viaggio di due settimane che da Marsiglia passando per la Svizzera lo riporta in Italia, giunge a Milano dove per un anno è il rappresentante del PCd’I nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). 


    Tra gli organizzatori dello sciopero generale che nel marzo 1944 paralizza le grandi industrie del Nord, il 9 settembre rientra a Bologna, dopo 17 anni, per partecipare all’organizzazione della lotta armata contro i nazifascisti. Già designato come futuro sindaco della città, è membro del Triumvirato insurrezionale, assieme ai comunisti Giuseppe Alberganti e Ilio Barontini, quest’ultimo proclamato comandante del Comando Unico Militare Emilia Romagna (CUMER). 


    La mattina del 21 aprile 1945, su mandato del Comitato di Liberazione Nazionale Emilia Romagna (CLNER), entra a Palazzo d’Accursio. Il 7 maggio seguente ottiene la legittimazione alla carica di sindaco da parte del governo militare alleato. 

     

    La ricostruzione e la costituente

    Sebbene la cerimonia ufficiale della consegna dei poteri a Dozza avverrà solo il 4 agosto, quando vengono dichiarati terminati i lavori del governo militare alleato, la tragica situazione in cui riversa la Bologna postbellica impone al neosindaco di attivarsi sin dalla prima riunione della giunta comunale composta da tutte le componenti del CLN. La sua linea è già esplicitata nello Schema di un discorso per un compagno che ricopra cariche pubbliche al momento della Liberazione; documento datato ottobre 1944, nel quale viene posto come obiettivo la formazione di «una vera democrazia popolare e progressiva, che non abbia altri limiti al suo sviluppo all’infuori della volontà del popolo», giungendo a formulare una nuovo modello di cittadinanza nel quale «ogni cittadino deve avere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri, e deve sapere che le sue sorti dipendono dalla sua onesta partecipazione alla vita pubblica, dalla sua attività e dal suo lavoro». 

    Già nel periodo compreso tra la liberazione e l’autunno 1945, la giunta guidata da Dozza s’impegna nella battaglia contro il carovita, in un’opera di smaltimento delle macerie e nella formulazione di un progetto urbanistico per poter garantire un’abitazione a chi l’avesse perduta durante il conflitto. 

    Il 24 marzo 1946, alle prime elezioni libere dopo il ventennio fascista, il risultato delle amministrative vede l’affermazione netta del PCI, con il 39,2% dei suffragi, e la conferma, da parte dei membri del partito, di Dozza a Palazzo d’Accursio. 

    Nel biennio 1946-47 si divide tra Bologna e Roma. Il 2 giugno 1946, infatti, ottiene 48.057 preferenze nel XIII Collegio di Bologna e viene, di conseguenza, eletto all’Assemblea Costituente. È deputato del gruppo parlamentare comunista. 


    Durante i lavori si distingue per la battaglia finalizzata alla modifica della gestione comunale. In occasione della seduta del 17 marzo 1947, attacca duramente tutti coloro i quali contrastano «la libertà dovuta ai comuni» ritenendoli ancorati al «vecchio sistema fascista centralizzato». Dello stesso avviso è l’intervento tenuto durante la seduta del 4 dicembre dello stesso anno, auspicando una maggiore autonomia per gli enti locali. La mancata attuazione negli anni a venire del decentramento amministrativo indicato nel titolo V della Costituzione sarà argomento di continue critiche da parte di Dozza.


    L’impegno preso con la città induce Dozza a rinunciare alla candidatura prevista per le elezioni del 18 aprile 1948, terminando così l’attività parlamentare al termine dei lavori della Costituente. Alla fine del secondo mandato da sindaco, la sua giunta dichiara raggiunto il pareggio di bilancio, uno dei più complessi obiettivi posti nel 1946. Alle amministrative del maggio 1951, la lista “Due Torri”, composta dal PCI e dagli indipendenti del “Gigante”, ottiene il 40,4% delle preferenze e il nuovo Consiglio comunale, riunito il 19 giugno, rielegge sindaco Dozza, che aveva ottenuto 30.389 voti. Superata la fase della ricostruzione, il terzo mandato di Dozza si caratterizza per una sterzata decisiva nello sviluppo cittadino, da un lato con la formazione delle prime aree industriali, dall’altra per mezzo di investimenti significativi sulla cultura. 

     

    Le elezioni del ’56 e l’ultimo mandato

    Sul finire del terzo mandato, in occasione della presentazione del nuovo piano regolatore, Dozza affronta la questione relativa all’espansione della città, ponendo come conseguenze dirette la necessità di uno sviluppo socio-economico e, quindi, urbanistico quanto commerciale, sempre nell’ottica del decentramento amministrativo. 


    Obiettivo centrale è la formazione – nei quartieri – di «nuclei amministrativi rionali, nei quali i cittadini possano trovare diretta ed immediata rispondenza alle loro esigenze ed alla loro elaborazione dei problemi locali». Il tema dell’istituzione dei quartieri è, al contempo, centrale nel programma proposto dal candidato indipendente presentato dalla Dc, Giuseppe Dossetti. Il 1956 è quindi un anno centrale, non solo per la storia politica della sinistra italiana e, in particolare, di quella comunista, ma anche per la dimensione bolognese. 


    Superate le difficoltà del 1948 con l’affermazione netta del 1951, la coalizione guidata da Dozza deve fronteggiare una candidatura di primo rilievo, battezzata direttamente dal cardinale Giacomo Lercaro. La campagna elettorale, già di per sé molto aspra, vede la stampa locale schierarsi apertamente con l’ex deputato democristiano, ritiratosi da tempo alla sola carriera universitaria, criticando l’operato decennale di Dozza. Per la prima volta, la possibilità di una giunta a trazione comunista sembra vacillare, complici anche gli echi provenienti dal XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), dai quali Dozza riesce comunque a smarcarsi assumendo una posizione neutrale. L’esito delle urne, però, vede la netta affermazione della lista “Due Torri” che, con il 45,2% delle preferenze, stacca di quasi venti punti percentuali lo Scudo Crociato fermatosi al 27%. Dozza viene confermato a Palazzo d’Accursio e, per il suo quarto mandato, forma una giunta comunale comprendente nuovi giovani esponenti del PCd’I locale, come il futuro sindaco Renato Zangheri, e le forze cattoliche, in primis Dossetti, con le quali avvierà un importante dialogo. 

    Istituiti i quartieri con la delibera emessa dal Consiglio comunale il 21 settembre 1960, quella che viene definita come “seconda stagione” del Dozza sindaco si caratterizza per un mutamento della strategia politica. Superata l’austera fase della ricostruzione, raggiunto il pareggio di bilancio, Bologna ha nuove necessità che impongono maggiori investimenti da parte del Comune, con l’obiettivo di moltiplicare i servizi e garantire un miglioramento delle condizioni di vita della cittadinanza. Risalgono, quindi, a questo periodo, esteso anche al quinto ed ultimo mandato (1964-66), ambiziosi progetti quali la progettazione della tangenziale e del quartiere fieristico. 

    Le precarie condizioni di salute lo costringono, dopo un periodo di altalenante presenza ai lavori in Comune, a rassegnare le dimissioni il 4 aprile 1966. La popolarità di Dozza tra la popolazione bolognese rimane intatta; presente nelle liste presentate dal PCI per le amministrative del 1970, ottiene un centinaio di preferenze in meno del compagno di Partito Renato Zangheri, nuovo sindaco di Bologna. 

    Muore a Bologna il 28 dicembre 1974.

    Sintesi biografica

    Nasce a Bologna nel 1901. Di famiglia modesta, abbandona gli studi nel 1913 e inizia a lavorare come impiegato. Segretario Comunale delle leghe bracciantili a Medicina durante le agitazioni del biennio rosso; bordighiano, aderisce al Partito Comunista d’Italia dopo la scissione di Livorno e assume la Segreteria della Federazione bolognese.

    In seguito all’incendio della sua abitazione per mano degli squadristi, nel 1922 si trasferisce a Roma, dove ricopre cariche di rilievo nel partito: addetto alla Segreteria centrale poi Segretario Nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Più volte arrestato e rilasciato dalla polizia fascista, nel 1926 è condannato in contumacia a un anno di reclusione per “incitamento all'odio di classe”, “vilipendio delle istituzioni” e “atti finalizzati al loro sovvertimento”. Entrato in clandestinità, nel 1927 emigra in Francia e, con Luigi Longo, coordina il centro estero della FGCI. Sostenitore della linea gramsciana emersa in al Congresso di Lione, rappresenta la Federazione all’Internazionale Comunista giovanile a Mosca.

    Rientrato in Italia dopo la caduta del regime, è tra gli estensori dei piani di combattimento nella Resistenza bolognese. Il 21 aprile 1945, su mandato del Comitato di Liberazione Nazionale, entra a Palazzo d’Accursio e il 7 maggio ottiene la legittimazione alla carica di sindaco dagli Alleati.

    Eletto all’Assemblea Costituente, è Deputato per il gruppo parlamentare comunista.

    Lega la propria carriera politica alla sua città, di cui è sindaco fino al 1966. Anni caratterizzati da un costante dialogo con le forze cattoliche, interrotto solo dall’asprezza delle elezioni 1956, quando la Democrazia Cristiana gli oppone la candidatura di Giuseppe Dossetti.

    Muore a Bologna nel 1974.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA

     

    SITOGRAFIA