Nato a Genova il 13 febbraio 1913, dopo solo qualche mese di vita giunge con la sua famiglia a Cavriago, un comune vicino a Reggio Emilia, dove il padre Luigi ha preso in gestione la farmacia. L’infanzia di Dossetti è profondamente influenzata dal contesto storico e politico di quegli anni: a Cavriago, apprende il valore della partecipazione alla vita sociale, ma anche la necessità di spendersi per i più fragili della comunità. Su questo fronte risulta cruciale l’influenza della madre, Ines Ligabue, che, oltre a coltivare la spiritualità di suoi figli, si mobilita per fornire aiuto ai poveri e ai bisognosi del paese. La propensione per lo studio, già evidente sin dalle scuole elementari, convince i genitori ad investire sulla sua istruzione e Dossetti consegue la maturità classica a Reggio Emilia nel 1930.
Negli anni del liceo – come tanti giovani della sua generazione – manifesta una blanda adesione formale al ritualismo fascista, dal quale si distacca progressivamente, e definitivamente, attorno alla metà degli anni Trenta; epoca che segna l’apice del consenso popolare al regime, ma che, per Dossetti, rappresenta una svolta del percorso personale.
Cruciale per lui è l’incontro con il giovane don Dino Torreggiani, il sacerdote carismatico del “calice di legno”, il quale sa combinare un’intensa operosità sociale a una cura indiscutibile della dimensione ascetica della fede per un sacerdozio inteso come impegno dedicato al servizio dei poveri e degli emarginati.
Nell’oratorio cittadino di San Rocco, don Dino accoglie, infatti, centinaia di figli del proletariato urbano, opponendo le parole d’ordine di carità e servizio alla violenza strutturale e alla prevaricazione identitaria di matrice fascista.
Dossetti diviene, negli anni di studi universitari a Bologna (1930-1934) e insieme ad altri giovani cattolici piccolo-borghesi – come lui iscritti all’Azione Cattolica – uno dei co-responsabili di questo luogo di crescita individuale e collettiva. Dopo la laurea in Giurisprudenza, si rivolge a padre Agostino Gemelli, rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per essere ammesso a un corso di perfezionamento in Diritto romano. Nel frattempo, mentre a Reggio Emilia l’esperienza di San Rocco va ad esaurirsi, all’Università Dossetti si avvicina al sodalizio laico dei Missionari della Regalità di Cristo, promosso dallo stesso Gemelli. Nel 1939, sempre impegnato in una fervida attività di ricerca, lascia i Missionari, per seguire l’esempio del collega e amico Giuseppe Lazzati, promotore di una laicità ecclesiale più dinamica e radicata nella dimensione spirituale.
L’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, da un lato radicalizza il suo conclamato rifiuto del fascismo, dall’altro getta le basi per una riflessione più ampia sulle ripercussioni globali del conflitto. Nello stesso anno Dossetti diviene assistente di Diritto Canonico, mentre due anni più tardi è chiamato alla cattedra di Diritto Ecclesiastico all’Università di Modena. Dall’ottobre del 1941 inizia a organizzare riunioni clandestine con altri studenti e docenti dell’Università Cattolica per discutere del futuro dell’Italia dopo la caduta del fascismo e del ruolo che avrebbero potuto giocare i cattolici in quel contesto.
Dopo l’8 settembre 1943 molti dei giovani cattolici che scelgono di aderire alla Resistenza trovano in lui un saldo riferimento politico e ideale: dopo un primo rifiuto della lotta armata contro il nazifascismo, infatti, Dossetti aderisce attivamente al movimento di liberazione – insieme al fratello Ermanno (classe 1915) – con l’intento di garantire sostanza politica e di rappresentanza alla presenza cattolica che comincia a strutturarsi nel partito della Democrazia Cristiana.
Dopo essere stato membro del Cln nella sua Cavriago, nel dicembre del 1944 è chiamato a presiedere l’organo provinciale di coordinamento politico della Resistenza e viene confermato in quel ruolo anche dopo il 24 aprile 1945.
Nell’ambito della Democrazia Cristiana, nella quale viene eletto vicesegretario nazionale nell’agosto del 1945, si pone fin da subito in contrasto con la linea di Alcide De Gasperi.
Nel Secondo Dopoguerra, all’interno della Democrazia Cristiana, emergono, infatti, due diverse concezioni della politica e del ruolo del partito, rappresentate appunto, da Alcide De Gasperi e Giuseppe Dossetti. Le divergenze non sono soltanto politiche, ma anche culturali e generazionali: circa trent’anni separano i due, cresciuti in esperienze storiche differenti e portatori di differenti idee di democrazia e di partecipazione politica. De Gasperi concepisce la DC come un grande partito nazionale e popolare, capace di rappresentare la maggioranza degli italiani dopo le profonde lacerazioni provocate dal fascismo, dalla guerra e dai conflitti ideologici. La DC deve essere un partito “dei cattolici”, anche se non confessionale o esclusivo: un luogo politico in grado di favorire la riconciliazione nazionale e di impedire il ritorno di qualsiasi forma di totalitarismo.
Dossetti attribuisce al partito un ruolo più incisivo nella trasformazione della società. Per il politico emiliano, la DC non può limitarsi a garantire stabilità istituzionale, ma deve diventare il principale strumento di rappresentanza popolare e di attuazione dei principi sociali contenuti nella Costituzione. Il suo è un sostegno ad una concezione di democrazia “sostanziale”, secondo cui la libertà politica non è sufficiente se non accompagnata da profonde riforme economiche e sociali capaci di migliorare concretamente le condizioni dei ceti popolari più deboli.
Il 2 giugno 1946 Dossetti è eletto deputato all’Assemblea Costituente per il collegio Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia ed entra a far parte della Commissione dei 75, incaricata di redigere la bozza della Carta Fondamentale.
Considerato lo scarso sostegno offerto dal partito, Dossetti si afferma progressivamente quale voce credibile grazie alle indubbie competenze tecniche e relazionali, ma anche in virtù della collaborazione con un gruppo di talentuosi colleghi e amici, tra cui Aldo Moro e Giorgio La Pira. I tre sono ribattezzati “i professorini”: giovani politici in forte ascesa, ma che si misurano anche con la carriera universitaria e l’insegnamento.
Dossetti si trova impegnato soprattutto nella Prima sottocommissione che ha il compito di individuare i principi fondamentali della Costituzione e riesce a coordinare in maniera efficace gli interventi del suo gruppo, il cui apporto essenziale emerge in particolare nell’ambito delle limitazioni costituzionali al potere dello Stato; nella concezione personalistica dei diritti; nella formula «Repubblica fondata sul lavoro» – in contrapposizione al richiamo ai “lavoratori” sostenuto dalle sinistre –; nel riconoscimento dei partiti quale fondamento della società democratica.
Si deve al suo impegno anche l’inserimento, nella carta costituzionale, dei Patti Lateranensi, necessità che nasce dalla sua interpretazione del concetto di compromesso, inteso quale strumento di mediazione tra parti portatrici di differenze ideologiche, culturali e storiche, con l’obiettivo di addivenire all’individuazione di un terreno di valori comuni: perimetro entro il quale sviluppare il fecondo confronto che è proprio della politica.
Dopo il buon risultato in termini di voti alle elezioni del 1948, Dossetti resta nella Direzione Nazionale del partito e continua a perseverare nell’approccio dissidente rispetto a quello sostenuto da De Gasperi. Il “professorino” promuove, infatti, un progetto di partito capace di farsi carico di ampie riforme sociali, di indirizzare la diplomazia italiana verso il Mediterraneo e di rendersi autonomo tanto dagli influssi della Guerra Fredda quanto dalle improprie ingerenze di alcune gerarchie cattoliche. Alla base di tali prospettive politiche eterodosse vi è una articolata riflessione sul cattolicesimo, che, dalla sua prospettiva, deve essere capace di rinnovarsi al mutare delle crisi storiche per mantenere la sua efficacia. Nel 1950 Dossetti è rieletto Vicesegretario Nazionale, ma lo scoppio della guerra di Corea lo spinge ad approfondire sempre più la propria riflessione religiosa, e a aderire al sodalizio «Milites Christi», fondato da Lazzati.
Nell’ambito del Consiglio Nazionale DC del luglio 1951 si apre un durissimo scontro interno che lo spinge a prendere le distanze dall’esperienza nel partito.
Per questo motivo convoca, presso il castello di Rossena vicino a Reggio Emilia, persone che stima e con cui ha a lungo collaborato per annunciare il suo ritiro dalla politica attiva. Si dimette dalla Direzione e dal Consiglio Nazionale DC, mentre nel luglio 1952 termina la sua esperienza di deputato.
Di lì a qualche mese fonda a Bologna – città scelta in virtù del forte legame con il Cardinal Giacomo Lercaro – un centro di documentazione dedicato alla ricerca storico-teologica: quello che diventerà l’Istituto per le Scienze Religiose Giovanni XXIII (oggi Fscire).
È proprio il Cardinal Lercaro ad invitarlo a candidarsi a sindaco di Bologna nel 1956. Invito che accetterà, nonostante la recente fondazione della comunità monastica delle Piccole Figlie dell’Annunziata e la volontà di seguire la vita consacrata. Pur consapevole del radicamento del Partito Comunista nella “rossa Bologna”, Dossetti si lancia in questa ennesima sfida politica con entusiasmo e perizia, rifiutando accordi di coalizione con partiti di centro-destra ed elaborando, insieme a una squadra di giovani tecnici, il «Libro bianco su Bologna», un documento programmatico che illustra la sua strategia riformista per la città. L’esito dell’elezione riconferma sindaco il comunista Giuseppe Dozza, ma Dossetti rimane attivo nel Consiglio Comunale cittadino fino al marzo 1958. Nel frattempo, si è dimesso dall’incarico di docente universitario a Modena ed è, infine, ordinato sacerdote il 6 gennaio 1959.
Qualche settimana dopo Papa Giovanni XXIII convoca il Concilio Ecumenico. Dossetti è uno dei ricercatori che raccolgono gli atti dei concili in un’opera unica, che viene poi donata nel 1962 al Papa.
Nel 1961, intanto, il Centro dossettiano si struttura in Istituto per le Scienze Religiose: luogo di dialogo tra grandi personalità della teologia riformatrice, e dunque una delle sedi dove si elaborano le proposte da portare alla grande assemblea, per la quale Dossetti, nel 1963, è incaricato da Papa Paolo VI di scrivere i regolamenti. Il suo lavoro dietro le quinte del Concilio Vaticano II lo impegnano a lungo.
Rientra a Bologna l’8 dicembre 1965, per supportare il Cardinale Lercaro nel processo di adeguamento della diocesi ai dettami conciliari.
Dal 1968 in avanti Dossetti si dedica essenzialmente ai temi della vita monastica: nell’estate del 1972 si trasferisce, con una parte della sua comunità, in Medio Oriente – a Gerico – alla ricerca delle radici profonde della cristianità e del dialogo con altre forme di misticismo.
La sua vicenda politica e religiosa gode di sempre maggiore fama, tanto che nel febbraio 1986 è insignito, dalla città di Bologna, dell’Archiginnasio d’Oro.
Nel frattempo, insieme ad alcuni suoi confratelli e consorelle della Piccola Famiglia comincia ad operare anche nei territori di Monte Sole, teatro dell’eccidio nazifascista di Marzabotto del settembre 1944. Da questo luogo simbolo del dolore e delle ingiustizie si espone contro la guerra nel Golfo (1990-1991) e qui fonda, nel 1994, i Comitati di Difesa della Costituzione, impegno che lo assorbe fino alla morte che lo coglie proprio nella sua amata Monte Sole, il 15 dicembre 1996.
Nasce nel 1913 a Genova. Frequenta le scuole a Reggio Emilia, dove si è trasferito con la famiglia, fino alla maturità classica. Prosegue gli studi all’Università di Bologna e si laurea in giurisprudenza nel 1934.
Perfezionando in Diritto Romano all’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel 1942 diventa docente di Diritto Ecclesiastico all’Università di Modena.
Dopo l’8 settembre del 1943 aderisce alla Resistenza: è prima nel Comitato di Liberazione Nazionale di Cavriago e poi, nel dicembre 1944, in quello provinciale di Reggio Emilia, di cui è eletto presidente.
Al termine del conflitto entra nella segreteria nazionale della Democrazia Cristiana (DC) di cui è Vice Segretario fino al 1951. Figura di riferimento per la corrente di sinistra del partito, sostiene un vasto e radicale progetto di riforme sociali. Eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 e alla Camera nel 1948, si pone frequentemente in contrasto con Alcide De Gasperi, criticandone l’indirizzo. In aperta polemica con le scelte maggioritarie della DC si ritira dalla vita politica nel settembre 1951.
L’anno successivo fonda il Centro di formazione spirituale e ricerca storico-religiosa a Bologna. Alla fine del 1955 fonda la comunità monastica Piccola famiglia dell’Annunziata e manifesta il desiderio di essere ordinato sacerdote.
Nel 1956 si candida alle elezioni comunali di Bologna; sconfitto dal sindaco uscente Giuseppe Dozza, è eletto consigliere comunale, ma si dimette due anni dopo.
Libero da ogni impegno politico e accademico, il 6 gennaio 1959 è ordinato sacerdote e si ritira a Monteveglio. Nell’estate del 1972 si trasferisce a Gerico con un gruppo di fratelli della sua comunità. All’inizio degli anni Ottanta si stabilisce a Casaglia di Montesole, presso Marzabotto.
Nel 1994 è protagonista di una nuova stagione di mobilitazione a sostegno della Costituzione repubblicana, che difende in modo strenuo, ma non acritico.
Muore a Monteveglio, in provincia di Bologna, nel 1996.