Giacomo Ferrari

Giacomo Ferrari

  • 05.11.1887
  • 22.08.1974
  • Maschio
  • Ingegnere
  • Langhirano
  • Parma
Sommario

    Biografia

    Tra Ingegneria e Politica

    Nasce a Langhirano, nel parmense, il 5 novembre 1887, in una famiglia borghese profondamente segnata dalla tradizione democratica e risorgimentale. Il padre Ottavio è un convinto mazziniano, garibaldino a Mentana e protagonista delle battaglie repubblicane della seconda metà dell’Ottocento. In quell’ambiente, attraversato da ideali patriottici, laici e progressisti, il giovane Ferrari cresce sviluppando molto presto una forte sensibilità politica e sociale. A soli quindici anni aderisce, infatti, al Partito Socialista Italiano (PSI), dimostrando una precoce maturazione politica e una forte inclinazione all’impegno pubblico. Fin dall’adolescenza unisce lo studio alla militanza e considera la politica non come strumento di carriera, ma come servizio civile e morale. Dopo gli studi liceali al Romagnosi di Parma, conclusi brillantemente, frequenta il biennio di matematica all’Università di Parma e successivamente si trasferisce al Politecnico di Torino, dove consegue nel 1912 la laurea in Ingegneria industriale. Gli anni torinesi sono decisivi per la sua formazione intellettuale: Ferrari entra in contatto con il socialismo riformista, con il dibattito scientifico e con l’idea di una modernizzazione del Paese fondata sul progresso tecnico e sull’emancipazione sociale. La sua figura manterrà sempre questa doppia dimensione: l’ingegnere e il politico, il tecnico e il militante.

    Terminati gli studi, lavora in Puglia nei cantieri dell’acquedotto, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interrompe la sua esperienza professionale. Pur restando legato alle posizioni pacifiste del socialismo riformista, decide di partire per il fronte come ufficiale di artiglieria. Trascorre lunghi mesi in trincea, esperienza che segna profondamente la sua visione della società e dello Stato. La guerra gli mostra in modo drammatico le sofferenze delle classi popolari e rafforza la convinzione che il futuro dell’Italia debba fondarsi sulla giustizia sociale e sulla partecipazione democratica.

    Nel dopoguerra rientra a Parma e trova lavoro presso il Consorzio delle Cooperative, centro vitale del movimento operaio locale. Nel 1920 viene eletto Consigliere provinciale nelle file del PSI. In questi anni Ferrari si colloca nell’area riformista del socialismo italiano, pur mantenendo rapporti con ambienti sindacali rivoluzionari. Il clima politico nazionale, però, si fa rapidamente sempre più violento. L’ascesa del fascismo investe anche Parma, città di forte tradizione popolare e antifascista. In quei mesi Ferrari è in prima linea nella lotta contro il fascismo e nella difesa delle proprie idee politiche, partecipando alle barricate dell’agosto 1922, nei rioni popolari della città.
    Negli anni successivi subisce intimidazioni, controlli e persecuzioni. Il regime tenta in ogni modo di isolarlo professionalmente e politicamente. 

     

    L’esilio e la Resistenza

    Nel 1931 è costretto a lasciare l’Italia e si trasferisce a Tolosa, in Francia. L’esilio rappresenta per lui una scelta dolorosa ma necessaria. In Francia entra in contatto con altri antifascisti italiani e continua a seguire da vicino le vicende politiche europee. Sono anni difficili, segnati dalla nostalgia per la propria terra ma anche dalla convinzione che il fascismo non possa durare per sempre. Rientra a Parma nel 1936. La situazione italiana gli appare sempre più cupa e repressiva, ma non rinuncia all’impegno politico clandestino. 

    Dopo l’8 settembre 1943 diventa uno degli organizzatori della Resistenza parmense: partecipa alla riunione di Villa Braga, nella quale sono gettate le basi della lotta armata contro nazisti e fascisti repubblichini. Assume il nome di battaglia “Arta” e si dedica all’organizzazione militare delle formazioni partigiane nelle zone montane del Parmense. 

    Ferrari svolge un ruolo centrale nella costruzione del movimento resistenziale locale: è tra i promotori del Comitato di Liberazione Nazionale di Parma e sostiene con forza la necessità di passare rapidamente all’azione armata. Inizialmente incontra la prudenza di altre forze antifasciste, ma la sua determinazione e la sua esperienza organizzativa risultano decisive. Dopo l’eccidio di Bosco di Corniglio, perpetrato dai nazisti e che decapita il Comando Unico Parmense – con la morte anche del comandante Giacomo di Crollalanza “Pablo” – nell’ottobre 1944 Ferrari assume il ruolo di comandante unico dell’Ovest-Cisa.

    L’impegno nella Resistenza segna anche una tragedia personale durissima: il figlio Brunetto, medico e partigiano, viene ucciso in un rastrellamento nazista nel novembre del 1944. Ferrari affronta il dolore senza interrompere il proprio impegno politico e militare: in lui la dimensione privata e quella pubblica si intrecciano continuamente. La lotta contro il nazismo e il fascismo diventa non soltanto una scelta politica, ma una missione morale e civile.

     

    La Ricostruzione e la Costituente

    Alla Liberazione entra a Parma con le formazioni partigiane il 26 aprile 1945, prima dell’arrivo degli Alleati. Subito dopo viene nominato prefetto della città. In quella funzione dimostra equilibrio, pragmatismo e capacità amministrativa. Il dopoguerra è un periodo difficilissimo: occorre ricostruire infrastrutture, ristabilire l’ordine democratico, evitare vendette e conflitti sociali. Ferrari affronta tutto questo con autorevolezza e senso dello Stato. 


    Il momento centrale della sua carriera politica arriva nel 1946, quando viene eletto all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito Comunista Italiano.


    Ottiene oltre 21.000 preferenze, segno del prestigio conquistato durante la Resistenza e della grande considerazione di cui gode nel territorio parmense. La sua elezione, si può dire, rappresenti il riconoscimento di una lunga storia di antifascismo coerente e militante. 

    Ferrari vive questa esperienza con grande consapevolezza: per lui la Costituzione non deve essere solo un insieme di norme giuridiche, ma il fondamento morale e politico di una nuova Italia antifascista. La sua esperienza nella Resistenza lo convince che la democrazia debba essere difesa non soltanto formalmente, ma anche attraverso la partecipazione popolare e la giustizia sociale. Ferrari considera essenziale il riconoscimento del lavoro come fondamento della Repubblica e guarda con favore ai principi solidaristici che caratterizzano la Costituzione italiana. Pur non essendo tra i costituenti più celebri o più presenti nel dibattito teorico, Ferrari svolge un ruolo di spicco, grazie alla propria esperienza amministrativa, tecnica e resistenziale. Dentro la Costituente porta la concretezza dell’ingegnere e del dirigente locale, ma anche l’autorevolezza del comandante partigiano. La sua cultura politica nasce dall’incontro tra socialismo riformista, antifascismo militante e pragmatismo amministrativo. Nel corso dei lavori sostiene con convinzione la centralità del Parlamento, il ruolo delle autonomie locali e la necessità di uno Stato democratico capace di garantire diritti sociali effettivi. 


    La sua attenzione si concentra in particolare sui temi della ricostruzione materiale del Paese.


    Da ingegnere comprende che la democrazia deve accompagnarsi a un vasto programma di modernizzazione infrastrutturale. La rete ferroviaria, le comunicazioni, i trasporti e le opere pubbliche rappresentano per lui strumenti indispensabili per unire il Paese e favorire la crescita economica. Questa competenza tecnica spiega anche la fiducia che Alcide De Gasperi ripone nei suoi confronti: il 13 luglio 1946 Ferrari entra infatti nel suo secondo governo come Ministro dei Trasporti, incarico che mantiene anche nel terzo governo De Gasperi, fino al maggio 1947. La sua nomina assume un valore politico significativo, poiché, pur appartenendo al PCI, Ferrari riceve l’attenzione che si riconosce ad un tecnico di grande competenza e affidabilità istituzionale. In un’Italia ancora attraversata da profonde divisioni ideologiche, la sua figura riesce a rappresentare un punto di equilibrio tra capacità amministrativa e impegno politico. 

    Da ministro affronta il problema enorme della ricostruzione ferroviaria. Le infrastrutture italiane escono dalla guerra gravemente danneggiate: ponti distrutti, linee interrotte, materiale rotabile insufficiente. Ferrari lavora con metodo e pragmatismo per rilanciare il sistema dei trasporti nazionali. Crede che la rinascita economica italiana passi anche attraverso una rete moderna ed efficiente di collegamenti. La sua azione ministeriale si caratterizza per sobrietà, competenza tecnica e chiarezza programmatica, ma, soprattutto, la sua esperienza governativa si intreccia continuamente con il lavoro costituente. Ferrari partecipa alla stagione fondativa della Repubblica non soltanto come legislatore, ma anche come amministratore impegnato nella ricostruzione concreta dello Stato democratico. Una duplice dimensione che – come già sottolineato – costituisce l’aspetto più interessante della sua biografia politica.

     

    La politica a Parma

    Con la rottura dell’unità antifascista e l’uscita delle sinistre dal governo, nel 1947 termina anche la sua esperienza ministeriale. Ma Ferrari continua a svolgere un ruolo di primo piano nella vita pubblica italiana: nel 1948 viene eletto senatore della Repubblica; successivamente diventa sindaco di Parma, incarico che conserva dal 1951 al 1963, guidando la città in una lunga fase di ricostruzione e sviluppo urbano. Da sindaco promuove politiche di edilizia popolare, opere infrastrutturali e servizi pubblici. Mantiene uno stile sobrio e concreto, lontano dalla retorica. Per molti parmigiani rappresenta il simbolo di una politica rigorosa, onesta e profondamente legata agli interessi collettivi. Anche durante gli anni del centrismo e della guerra fredda continua a essere considerato una figura autorevole e rispettata, oltre gli schieramenti.

    Negli anni Sessanta torna in Senato e ricopre incarichi importanti nella Commissione Lavori Pubblici e Trasporti. Si impegna inoltre nella valorizzazione culturale del territorio parmense e sostiene progetti strategici come l’autostrada della Cisa. Negli ultimi anni della sua vita partecipa attivamente alle associazioni partigiane e alla memoria della Resistenza, convinto che la democrazia italiana debba custodire e trasmettere il patrimonio morale dell’antifascismo.

    Muore il 22 agosto 1974 a Bosco di Corniglio, luogo profondamente legato alla sua esperienza partigiana. La sua figura resta impressa nella memoria civile di Parma e dell’Emilia-Romagna come esempio di coerenza politica, coraggio personale e senso delle istituzioni.

    Il rapporto tra Ferrari e la memoria pubblica costituisce uno degli aspetti più interessanti della sua eredità politica. A Parma e nel territorio provinciale il suo nome viene progressivamente affidato alla toponomastica urbana e alle istituzioni scolastiche, secondo un processo tipico dell’Italia repubblicana del dopoguerra, nel quale la memoria della Resistenza e dei costituenti si traduce in una presenza concreta nello spazio pubblico. Numerose strade, piazze e istituti scolastici vengono a lui intitolati. 

    Tra gli esempi più significativi vi è l’Istituto Comprensivo “Giacomo Ferrari” di Parma, che lega esplicitamente la propria identità educativa alla figura del dirigente antifascista e costituente. L’intitolazione scolastica non assume soltanto una funzione commemorativa, ma riflette la volontà di trasmettere alle nuove generazioni una determinata idea di cittadinanza democratica fondata sull’antifascismo, sulla partecipazione politica e sul valore delle istituzioni repubblicane. Anche la toponomastica urbana parmense contribuisce a consolidarne la memoria pubblica. Le intitolazioni dedicate a Ferrari si inseriscono in un più ampio processo di ridefinizione simbolica dello spazio cittadino avvenuto nel secondo dopoguerra. In questo contesto Ferrari diventa una delle figure che incarnano, a livello locale, la continuità tra antifascismo, Resistenza e costruzione costituzionale. La sua presenza nella memoria pubblica parmense si distingue inoltre per una caratteristica particolare: Ferrari non viene ricordato soltanto come partigiano o dirigente comunista, ma anche come amministratore e uomo delle istituzioni. 

    Questa pluralità di immagini contribuisce a renderne più stabile e condivisa la commemorazione pubblica. La sua esperienza di prefetto della Liberazione, ministro dei Trasporti, costituente e sindaco permette infatti a culture politiche differenti di riconoscersi, almeno in parte, nella sua figura.

    L’archivio personale di Giacomo Ferrari, conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma, assume un ruolo di primo piano nella costruzione della sua memoria storica. La conservazione della documentazione relativa alla Resistenza parmense, all’attività amministrativa e ai lavori parlamentari consente agli studiosi di ricostruire non soltanto la biografia individuale di Ferrari, ma anche alcuni passaggi fondamentali della storia politica italiana – e parmense - del Novecento. In questo senso la sua figura continua a essere oggetto di interesse non solo commemorativo, ma anche storiografico.

    Sintesi biografica

    Nasce a Langhirano, in provincia di Parma, nel 1887. A quindici anni fonda la sezione del Partito socialista locale. Dopo il liceo classico e il biennio di matematica all’Università di Parma si laurea al Politecnico di Torino in Ingegneria Civile.

    Nei mesi che precedono la Prima Guerra Mondiale, l’aspro dibattito pubblico tra interventisti e neutralisti lo vede fedele alla linea del socialismo riformista di posizione pacifista. Tuttavia si arruola nel 1915.

    Rientrato a Parma, lavora al Consorzio delle Cooperative. Con l’avvento del fascismo subisce intimidazioni. Negli anni successivi, i costanti soprusi e il clima instaurato dal regime lo convincono a lasciare il Paese. Nel 1931 si trasferisce a Tolosa, dove rimane cinque anni. Dopo l’ingresso dell’Italia fascista nel secondo conflitto mondiale è richiamato nell’Esercito con il grado di capitano di artiglieria.

    Due giorni dopo la proclamazione dell’Armistizio prende parte alla riunione del gruppo dirigente comunista che decide della resistenza armata contro i nazifascisti nel parmense.

    Vice-commissario politico di brigata con i nomi di battaglia prima “Nasi” e poi “Arta”, in seguito riceve la nomina di Vice-comandante del Comando Unico Operativo nella provincia di Parma. Dopo la Liberazione tiene il discorso di commiato alle brigate partigiane in Piazza Garibaldi.

    Nominato prefetto di Parma dal Comitato di Liberazione Nazionale, è eletto all’Assemblea Costituente nelle file del Partito Comunista Italiano. Nel luglio del 1946 riceve la nomina di Ministro dei Trasporti, incarico che mantiene fino al maggio 1947. L’anno seguente è eletto Senatore.

    Nel 1951 il PCI parmense gli chiede di candidarsi sindaco: sarà un amministratore abile e molto attento al sociale.

    Rieletto Senatore nel 1963 e nel 1968, due anni dopo si ritira a vita privata.

    Muore a Bosco di Corniglio nel 1974.

    Strumenti bibliografici

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