Nasce a Galliera (BO) il 10 gennaio 1892. Cresce in una famiglia modesta, composta da sei figli e dai genitori Pietro, che di mestiere fa il falegname, e Anna Baccillieri. Inizia a lavorare sin da giovanissimo; già alle scuole elementari, infatti, contribuisce all’economia familiare lavorando nei pomeriggi presso una bottega di un fabbro ferraio come trituratore di carbone.
Nel 1906 si trasferisce, insieme alla famiglia, a Ferrara e, abbandonati suo malgrado gli studi, pur maturando una passione per la letteratura, inizia a lavorare presso un’officina meccanica.
È in questi anni che, complici l’esperienza diretta delle undici ore lavorative giornaliere e il clima di fermento che coinvolge Ferrara che nel 1901 aveva visto l’inaugurazione della Camera del lavoro e nel 1906 lo svolgimento del Congresso Provinciale delle organizzazioni sindacali che sanciva la vittoria della corrente rivoluzionaria su quella riformista, che si avvicina agli ideali del socialismo. Frequenta i circoli socialisti locali, prima di essere richiamato alla leva per la Grande Guerra.
Partecipa al conflitto con il grado di tenente della fanteria, ottenendo una croce di guerra al valor militare. Nell’immediato dopoguerra, rientra a Ferrara dove riprende a lavorare presso l’officina, sebbene ormai il suo primario interesse sia divenuto l’impegno sindacale e politico; attivo nelle organizzazioni sindacali degli operai del settore industriale, è iscritto al Partito Socialista Italiano (PSI) e alla Camera del lavoro (CdL).
Nel 1920 ottiene i suoi primi incarichi dirigenziali come segretario della Federazione Socialista e vice-segretario della CdL. Inizia, inoltre, un’intensa attività editoriale presso l’organo ufficiale della Federazione ferrarese, «La Scintilla» assumendo la direzione nel gennaio 1920. Sin dal suo primo articolo pubblicato il 17 gennaio col titolo «Ciò che s’impone», chiarisce il suo modo d’intendere la lotta politica, vicino alla corrente massimalista, criticando la «vecchia e rancida propaganda che si è fatta sin qui a base di astrazioni più o meno retoriche». Pone, quindi, l’accento sulla necessità di un processo di alfabetizzazione politica concreto, tale da eliminare quanto più possibile «una troppo diffusa ignoranza su tutti i problemi che si connettono a quello capitale della riedificazione socialista» delineando come obiettivo l’incremento della consapevolezza nelle coscienze dei lavoratori che «non può essere rivoluzionario chi non sa a che cosa deve e può condurre la rivoluzione».
Questo l’obiettivo primario che caratterizza i principali scritti di Villani editi per tutto il 1920 su «La Scintilla» nell’ottica della formazione di un PSI e una CdL tali da rifarsi su basi talmente solide da poter fronteggiare a viso aperto le forze conservatrici destinate nella sua ottica a dover cedere in un tempo non lontano, così come l’intero sistema capitalista.
Il pensiero di Villani si inserisce appieno nel clima che avvolge il ferrarese nell’immediato dopoguerra caratterizzato dall’incremento significativo dell’associazionismo di ispirazione socialista. Se, però, da un lato va estendendosi il tessuto di leghe e cooperative, d’altra parte si assiste all’aumentare della preoccupazione dei proprietari terrieri, costretti ad accettare le richieste dei braccianti, e alla fondazione del Fascio di Ferrara.
Il successo del movimento socialista si concretizza con la vittoria alle amministrative del marzo 1920 ma verrà travolto dalle conseguenze dei fatti di Castello Estense. Per il 20 dicembre è, infatti, prevista una manifestazione in centro città, organizzata dal segretario della CdL e della Federazione Socialista Gaetano Zirardini, in risposta all’aggressione squadrista subita il giorno precedente dal deputato socialista e presidente del Consiglio Provinciale di Ferrara Adelmo Niccolai all’uscita dal Palazzo di Giustizia di Bologna, dove s’era recato per difendere in sede legale dei lavoratori. Nello scontro scaturito con i fascisti perdono la vita, il giorno stesso e nei mesi a seguire come diretta conseguenza delle ferite riportate, quattro fascisti e due socialisti.
A pochi giorni dall’avvenimento, nonostante il sindaco Temistocle Bogianckino e il presidente dell’amministrazione provinciale Aroldo Angelini si fossero recati a Roma per chiedere un incontro col presidente del Consiglio Giolitti per denunciare le violenze fasciste antecedenti e conseguenti ai fatti del 20 dicembre, l’ondata di arresti coinvolge i soli dirigenti socialisti.
L’ipotesi di un “complotto socialista” conduce a processo, tra gli altri, il sindaco Bogianckino, il segretario della CdL Zirardini e il vice-segretario Villani, accusato di aver custodito illegalmente materiale esplosivo. Come gli altri imputati, è costretto a tre anni di carcere preventivo, prima che, con la sentenza del 23 agosto 1923 emessa dalla Corte di Cassazione di Mantova, cadrà l’accusa d’omicidio «per non provata reità» e Villani verrà condannato a 10 mesi di reclusione e ad una ammenda pecuniaria per «omessa denuncia di esplosivi».
Tornato in libertà, la vita durante il ventennio è caratterizzata da continui spostamenti in diverse città del paese per fuggire, con la moglie Maria Ghiglione e i figli Lilli e Pierotto, alle violenze fasciste. Già al momento del rilascio è vittima di percosse e minacce. Si trasferisce a Galliera, nella casa della madre, in seguito al “bando” emesso dai fascisti che gli impedisce di rientrare a Ferrara.
Strettamente sorvegliato, costretto alla vita clandestina e vittima di continue aggressioni, riesce a lasciare la sua abitazione vestito da donna per raggiungere un’automobile che l’avrebbe condotto a Bologna, dove lo attende il cugino Ezio Antonioni.
Nella sua breve esperienza bolognese non abbandona l’impegno politico dedicandosi principalmente all’attività editoriale quale direttore del periodico socialista «La Squilla». Lasciata l’Emilia, nel 1925 è a Torino dove, oltre a svolgere i più disparati mestieri, dal meccanico al fabbricante di bambole, è redattore capo de «Il Metallurgico», organo della FIOM.
Anche nel periodo torinese è sotto stretta sorveglianza da parte del regime; in una missiva presentata dal Prefetto di Torino, Umberto Ricci, al ministro dell’interno, datata 20 gennaio 1931, viene ribadita la necessità di mantenere sotto controllo l’azione di Villani, già arrestato il 16 marzo 1925, insieme al fratello Genunzio, poiché «sorpreso in una riunione di sovversivi». Trasferitosi a Verona nel 1931, nel 1932 dopo aver vissuto per qualche mese a Venezia e si stabilisce a Milano, prima di giungere a Roma nel settembre 1935, vivendo sempre in grosse ristrettezze economiche. È, infatti, per lui di estrema difficoltà trovare e mantenere un’occupazione; emblematici, in tal senso, sono l’impossibilità d’essere assunto presso lo stabilimento Ottico-Meccanico Italiano di Roma per il rifiuto da parte dell’Autorità Militare di concedere il “nulla osta” necessario e il licenziamento dalla fabbrica d’armi Breda, sempre a Roma, richiesto dal Questore capitolino in quanto «sebbene apparentemente non dia luogo a rilievi con la condotta» viene specificato che Villani «in genere risulta tutt’ora di idee socialiste».
Il 2 dicembre 1942 durante una perquisizione dell’abitazione vengono rintracciate e sequestrate «tre pubblicazioni a ciclostile comunista» relative a «La Scintilla» e un «questionario pure di carattere sovversivo comunista». È, quindi, arrestato dalla polizia e denunciato al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato con l’accusa di propaganda antifascista, quale «esponente del gruppo La Scintilla» e collaboratore «del giornaletto comunista omonimo, col pseudonimo di Ferro».
Condotto a Regina Coeli è liberato, poco dopo la caduta del regime, il 7 agosto 1943 «per revoca dell’azione penale». Si attiva, quindi, sin da subito nell’organizzazione della Resistenza rintracciando nella città armi e munizioni necessarie alla lotta clandestina, da combattere tra le fila delle brigate socialiste. Nel 1944 è arrestato dalle SS e condotto all’interno del carcere nazista di via Tasso luogo di torture e, spesso, anticamera della deportazione in Germania o della convocazione innanzi al Tribunale militare tedesco.
Durante i mesi di prigionia incontra Bruno Buozzi col quale aveva condiviso lotte sindacali e l’Aventino, e che vedrà, la notte del 3 giugno, con le truppe alleate pronte a cingere d’assedio la Capitale, prelevato dalle SS e caricato su un autocarro diretto a Verona. Buozzi verrà fucilato presso la località La Storta il 4 giugno; Villani verrà invece trasferito nel Campo di Farfa, campo d’internamento sito nei pressi di Rieti. Riuscito ad evadere si unisce alle Brigate Matteotti.
L’8 agosto 1944 è presente alla riunione congiunta fra le direzioni del PSI e del Partito Comunista Italiano (PCI), al termine della quale viene rinnovato il patto d’unità d’azione contro i nazifascisti. È tra i firmatari dell’accordo insieme a Pietro Nenni e Oreste Lizzadri per il PSI, Palmiro Togliatti, Giuseppe Di Vittorio e Giacomo Pellegrini per il PCI.
All’attività politica affianca, sin dall’indomani della Liberazione di Roma, quella editoriale; nominato redattore responsabile di «Avanti!», manterrà la carica sino alla fine del 1945. Ed è sulle pagine del quotidiano socialista che scrive diversi articoli attraverso i quali manifesta seria preoccupazione per la delicata transizione alla democrazia, puntando principalmente il dito contro la disoccupazione, l’atteggiamento ostile degli agrari restii ad accogliere le richieste dei mezzadri, e delle forze conservatrici che, anche a mezzo stampa, criticano l’azione dei partiti antifascisti.
Si distingue inoltre per una polemica con il segretario del Partito Repubblicano Italiano (PRI) Randolfo Pacciardi, che sulle pagine de «La Voce Repubblicana» non lesina polemiche all’azione governativa operante al fianco della Monarchia, difendendo, per contro, quanto l’azione delle forze al governo fosse motivata nient’altro che dalla delicata fase di avvicinamento alla Costituente e dalla necessità della difesa della democrazia.
Il 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio di Bologna con 17.496 voti di preferenza. Deputato del gruppo parlamentare del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), dopo la scissione di Palazzo Barberini aderisce al gruppo parlamentare del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Il suo maggior contributo al dibattito costituzionale si concentra sulle tematiche concernenti i diritti dei lavoratori, non lesinando critiche contro le illusioni create attorno alla Carta Costituzionale quale soluzione di tutti i problemi della classe lavoratrice e affermando, a più riprese, quanto i diritti sanciti dal testo costituzionale in formazione non dovessero restare sulla carta. Già in un articolo pubblicato su «Il Lavoratore Ferrarese» del 23 marzo 1947 denuncia la «seducente illusione che, con la nuova Carta fondamentale dello Stato repubblicano, i molti problemi che tormentano i lavoratori del nostro Paese saranno automaticamente risolti», auspicando la creazione «in Italia di forze politiche nuove, capaci di spostare l’intero asse della politica italiana» tale da «tramutare in realtà palpitante e concreta la fredda, inerte ed incerta elencazione dei diritti dei lavoratori che sarà inserita nel nuovo Statuto».
Tale concetto è ribadito nella seduta dell’8 maggio quando, in occasione della discussione relativa al Titolo III (Rapporti economici), illustra l’emendamento firmato insieme al socialista Arrigo Cairo, al primo comma dell’Art.31, proponendo la sostituzione della dicitura «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni per rendere effettivo questo diritto» con «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro», aggiungendo «Promuove e disciplina le condizioni per rendere effettivo questo diritto».
Per Villani, una formulazione simile avrebbe chiarito quali fossero i doveri dei futuri governi, sostenendo un doppio impegno per lo Stato; «creare nuove possibilità di lavoro» e «distribuire equamente il lavoro».
Nella seduta del 14 maggio, relativa alla discussione del medesimo Titolo, critica in maniera netta l’ultima parte del testo dell’Art. 43 dove, sancito il diritto dei lavoratori di partecipare alla gestione delle aziende, si delimita il loro raggio d’azione «ove prestano la loro opera». Ritiene, infatti, restrittiva e improduttiva una simile limitazione in quanto andrebbe a privare i lavoratori di «una visione più complessiva di quello che è il fenomeno produttivo»; «un lavoratore, per esempio, della Montecatini», aggiunge, «non saprà gran che di quello che è il complesso industriale di tutta l’azienda se partecipa soltanto alla conoscenza del processo produttivo del suo stabilimento».
Chiaro, quindi, quanto per Villani fosse importante che la nuova Carta desse ai lavoratori la possibilità di condurre negoziati, cooperare coi datori di lavoro e beneficiare al meglio degli effetti produttivi.
Villani mostra, inoltre, grande interesse per gli organismi sovranazionali a tutela della giustizia sociale come mostrato il 22 ottobre 1947 con la proposta, come relatore, del disegno di legge, che verrà approvato in seguito, di inserire nell’ordinamento italiano alcuni atti modificativi dell’assetto dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Parallelamente all’attività costituente, Villani vive direttamente la frattura interna al PSIUP conclusa con la scissione di Palazzo Barberini, sancita in occasione del XXV Congresso Nazionale del Partito celebrato a Roma dal 9 al 13 gennaio 1947.
Villani aderisce con convinzione alla nuova formazione politica guidata da Giuseppe Saragat, pur maturando la scelta non senza sincera sofferenza. Il 10 febbraio 1947 sulle colonne della nuova testata di riferimento della Federazione ferrarese del PSLI pubblica, a tal ragione, una lettera indirizzata agli ex compagni di partito, all’interno della quale definisce la separazione «cosa certamente penosa», pur ribadendo la bontà della scelta di dividersi da un partito che non riesce a comprendere «la sua vera ragion d’essere».
Villani difende la necessità che ci fosse un partito socialista integrato nella vita democratica del paese, capace di far proprie le istanze dei lavoratori ed operare, all’interno delle aule parlamentari, per la giustizia sociale. Un’azione di tal genere, secondo lui, è possibile per un partito socialista democratico, riformista e, soprattutto, autonomo da Mosca. La netta presa di distanza dalla linea politica sovietica e dei Partiti comunisti dell’Est Europa, emerge già in un articolo dell’11 febbraio 1947 dal titolo «Libertà ai Popoli» pubblicato su «L’Umanità» all’interno del quale è espressa seria preoccupazione per l’operato dei comunisti di Tito.
Ancor più duro il 14 marzo 1948 quando, in un pezzo intitolato «Il suicidio di Masaryk monito alla lotta per la libertà» pubblicato su «Il lavoratore ferrarese» invita a guardare con maggiore attenzione ai drammatici accadimenti nei paesi orientali in orbita sovietica. Il richiamo al processo e alla condanna a morte caduta sulla testa del bulgaro Nikolaj Petkov (26 settembre 1947) e alla defenestrazione di Jan Masaryk in Cecoslovacchia (10 marzo 1948), vittime, come scrive Villani, della «spietata Ragion di Stato», è occasione per rivolgersi agli ex compagni di partito a suo dire «incapaci non solo di onestamente ragionare, ma anche di umanamente sentire» in quanto ammaliati dal mito sovietico.
Nelle aspettative di Villani, l’autonomia dall’URSS sarà condizione necessaria per una possibile riunificazione delle forze socialiste, da lui auspicata a patto che fosse, come dichiarato sul fondo «L’Unità socialista» pubblicato su «Il Lavoratore ferrarese» il 14 settembre 1947, dettato da una chiara unità d’azione e non dalla «luce ingannatrice del sentimento».
Muore a Roma il 10 maggio 1955.
Nasce a Galliera, in provincia di Bologna, nel 1892.
Trasferitosi a Ferrara nel 1906, s’iscrive al Partito Socialista Italiano (PSI) ed entra nella redazione del periodico socialista locale «La Scintilla». Nel dicembre 1920 è arrestato con l’accusa d’aver partecipato agli scontri a Palazzo Estense tra fascisti e socialisti e condannato a dieci mesi di reclusione. Assolto, ritorna a Galliera, per poi trasferirsi a Torino.
Arrestato nel 1925, cambia ripetutamente dimora e, sempre controllato dalla polizia politica, si sposta nel corso degli anni Trenta fra Verona, Milano, Venezia e Roma. Attivo nella riorganizzazione del PSI romano, viene arrestato nel 1942 per “propaganda comunista”. Liberato nell’agosto 1943, prende parte attiva alla lotta di Resistenza contro l’occupazione nazista nella capitale. Nuovamente arrestato nel maggio 1944, è imprigionato nel tristemente famoso carcere di Via Tasso.
Dopo la Liberazione di Roma è tra i firmatari, nell’agosto 1944, del Patto d’unità d’azione tra partiti comunista e socialista.
Eletto alla Costituente, è deputato per il gruppo parlamentare socialista e membro della Terza commissione per l’esame dei disegni di legge.
Dopo la scissione di Palazzo Barberini s’iscrive al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
Muore a Roma nel 1955.