Cino Macrelli

Cino Macrelli

  • 21.01.1887
  • 25.08.1963
  • Maschio
  • Avvocato
  • Sarsina
  • Forlì
Sommario

    Biografia

    Giovane repubblicano

    Nasce a Sarsina (FC) il 21 gennaio 1887. Terminata la scuola si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, laureandosi all’Università di Bologna nel 1910. Subito dopo la laurea, pratica la professione di avvocato penalista aprendo uno studio legale a Cesena.  La sua grande passione è, però, la politica. Cresciuto in una famiglia di tradizione mazziniana, si avvicina da giovanissimo alle idee repubblicane. Si iscrive quindi al Partito Repubblicano Italiano (PRI) potendo, inoltre, contare sugli insegnamenti di Giuseppe Gaudenzi, principale fondatore e primo segretario del PRI, e Ubaldo Comandini, anch’egli avvocato e tra i più noti esponenti del Partito in Romagna, artefice nel 1901 della formazione della Federazione dei braccianti e della Fratellanza dei contadini, leghe che contrastano l’egemonia socialista e il nascente attivismo di stampo cattolico nelle questioni sociali. 

    Nel 1911 è impegnato nelle manifestazioni contro la guerra di Libia, definita da lui stesso «un salto nel buio». In occasione degli arresti, ordinati dal prefetto di Forlì, il 14 ottobre 1911, nei confronti di Pietro Nenni, Benito Mussolini e del sindacalista Aurelio Lolli, rei d’aver organizzato a Forlì lo sciopero generale contro la guerra il 27 settembre, fa parte del collegio di difesa del futuro segretario del Partito Socialista Italiano (PSI).

     

     «Il popolano» e la Grande Guerra

    Al primo impegno politico affianca un’intensa attività editoriale che lo porta a dirigere, dal maggio 1911 al settembre 1913, il giornale repubblicano edito a Cesena, «Il Popolano», fondato sempre da Comandini nel maggio 1901. Sua la firma sul fondo intitolato «Guerra» dell’1 agosto 1914, dove viene ribadita la linea neutralista del PRI. La posizione espressa da Macrelli è racchiusa dalla frase «né con l’Austria, né contro la Francia» che rispecchia appieno l’atteggiamento non interventista dell’elettorato repubblicano e, in particolare, dell’ambiente cesenate, il cui comune, dal 1902, è retto da una maggioranza repubblicana guidata da Vincenzo Angeli. Di questa giunta fa parte anche Macrelli, il quale il 18 luglio 1914, in seguito alle consultazioni amministrative, ottiene il primo incarico come consigliere comunale. È, però, sempre sulle pagine del foglio repubblicano che


    Macrelli chiarisce con un fondo nuovamente intitolato «Guerra», un primo mutamento d’opinione da parte dei repubblicani nei confronti della partecipazione italiana al conflitto bellico, dichiarando, a seguito dell’aggressione tedesca del Belgio e della violazione della sua neutralità, «con la Francia, contro l’Austria!».


    L’articolo di Macrelli rispecchia appieno la linea tracciata dalla Direzione politica del PRI in direzione dell’interventismo. In questo momento Macrelli si distanzia dalla linea di Gaudenzi e Comandini, contrari al coinvolgimento italiano nel conflitto. Nel 1914 aderisce progressivamente alle posizioni interventiste del PRI.  Il 24 ottobre, sempre sulle pagine de «Il Popolano», Macrelli si fa portavoce dell’avvicinamento alle istanze interventiste di una parte dei repubblicani cesenati, preludio dello schieramento sul fronte interventista di Comandini e Gaudenzi in dicembre, seppur con determinate condizioni; «noi siamo», scrive infatti Macrelli, «per la guerra di liberazione, per la guerra rivoluzionaria, contro l’imperialismo e il militarismo tedesco», precisando, inoltre, quanto i repubblicani fossero, d’altro canto, pronti ad insorgere «contro le imprese della monarchia sabauda, che costituiscono una viltà e un tradimento delle ispirazioni nazionali». Nel febbraio 1915 Macrelli fonda, insieme a Guido Marinelli, i Fasci interventisti di azione rivoluzionaria di Cesena e, dopo essere stato scartato dalla leva per problemi di vista, nel giugno si arruola volontario nell'XI Reggimento fanteria assieme al fratello Edgardo. Dopo aver frequentato nel settembre 1915 il corso allievi ufficiali presso il VI Corpo d'armata a Bassano, il 18 ottobre viene assegnato al LXXIII Reggimento fanteria.


    Il successivo 23 ottobre rimane ferito ad una gamba durante un combattimento e, catturato dall’esercito austriaco, è internato nel campo di concentramento per prigionieri di guerra di Mauthausen, dove rimarrà sino al termine del conflitto. Rientrato a Cesena è tra i fondatori della sezione locale dell’Associazione nazionale combattenti.

     

    Dall’Aventino alla rifondazione del Partito Repubblicano

    Nei primi anni del dopoguerra, riprende l’attività politica a Cesena e, dopo essere stato riconfermato consigliere comunale nell’ottobre 1920 su suggerimento di Comandini, Macrelli si candida nel Collegio di Ravenna. Eletto deputato alla Camera, durante l’esperienza parlamentare nella XXVI Legislatura è membro della Commissione permanente Affari di giustizia e culto. Nel biennio 1921-22 Macrelli è impegnato su due fronti; oltre all’attività in Parlamento è immerso in una delicata situazione interna al PRI, diviso dinnanzi all’avanzata del fascismo. Alla linea intransigente condotta dal neo-segretario Fernando Schiavetti, si contrappone una fazione autonomista, attiva principalmente in Romagna guidata da Comandini. A comportare questo atteggiamento ambiguo condotto dai repubblicani romagnoli nei confronti del fascismo è la condivisa avversione al socialismo e, sebbene caratterizzante solo il fascismo diciannovista, la volontà di rivoluzionare il regime monarchico. Non del tutto ostile alla politica di Mussolini, Comandini è, insieme a Gaudenzi allora sindaco di Forlì ed altri esponenti repubblicani romagnoli, a capo di una delegazione del PRI che, la mattina del 28 luglio 1922, firma al Palazzo comunale di Ravenna, il patto di pacificazione tra repubblicani e fascisti. Tra i delegati è presente anche Macrelli il quale, inizialmente è schierato in una posizione mediana tra la ricerca del dialogo espressa dai repubblicani romagnoli e la ferma condanna dichiarata da Schiavetti, si distanzia definitivamente da Comandini quando questi, nel gennaio 1923, concretizza la scissione interna al partito con la formazione della Federazione autonoma delle Marche e della Romagna.


    Una prima netta presa di posizione contro il fascismo, in realtà, Macrelli la esprime già all’indomani della Marcia su Roma quando, durante una discussione sulla concessione dei pieni poteri al Governo Mussolini, il 25 novembre 1922 alla Camera afferma un chiaro rifiuto ad un qualsivoglia compromesso con un governo che «come primo atto d’imperio, domanda oggi la soppressione della libertà, dell’autorità, della dignità del Parlamento italiano» oltre ad aver «provocato lo scioglimento di tre comuni di Romagna: Forlì, Cesena e Forlimpopoli».


    In occasione del XVI Congresso nazionale del PRI, tenutosi a Roma dal 16 al 18 dicembre 1922, rintraccia le «questioni più gravi e dolorose» provocate dal Governo Mussolini, nelle organizzazioni economiche, ponendo il suo antifascismo, oltre che in una connotazione democratica, nella vicinanza ai lavoratori schiacciati dal monopolio fascista in campo sindacale destinato da lì a breve a divenire realtà. Nel 1923, inoltre, fonda insieme a Randolfo Pacciardi e al genovese Raffaele Rossetti, «Italia libera», un’associazione antifascista di ex combattenti vicini al PRI. 

    Alle elezioni del 6 aprile 1924 è eletto alla Camera per la XXVII Legislatura nella Circoscrizione Emilia. La sua opposizione al regime fascista, espressa chiaramente nelle aule del Parlamento, è motivata da una causa legalitaria per la quale, come commissario per la Giunta alle elezioni, denuncia l’irregolarità dei seggi conquistati dalla Lista Nazionale, e al tempo stesso morale, nei confronti di «coloro che opprimevano l’animo, la coscienza, la vita dei liberi cittadini d’Italia». Dopo il delitto Matteotti è tra i principali esponenti della secessione dell’Aventino quale rappresentante del PRI nel comitato ristretto formatosi nel dicembre 1924. In una di queste adunanze, come riportato in una sua testimonianza successiva, è l’unico a non credere alla volontà del re di «mettere alla porta Mussolini e il Governo Mussolini», suggerita dal generale Arturo Cittadini a Giovanni Amendola; Macrelli, infatti, tra lo stupore generale sostiene d’aver imparato «che attraverso i secoli la Casa Savoia ha sempre tradito il popolo italiano» e, aggiunge, «tradirà anche questa volta». Durante i lavori del XVII Congresso nazionale del PRI, tenutosi a Milano il 9 e il 10 maggio 1925 è tra i firmatari della mozione presentata dal neo-eletto segretario Mario Bergamo che esprime la ferma contrarietà ad un qualsivoglia compromesso col regime. Ma l’attività politica di Macrelli è destinata da lì a poco a interrompersi; già oggetto di violenze è dichiarato decaduto dall’attività parlamentare il 9 novembre 1926. Dichiarato in un primo momento latitante, il 30 novembre 1926 è condannato in contumacia a quattro anni di confino. Arrestato l’11 novembre 1927 a Roma, dove s’era trasferito non sentendosi più al sicuro in Romagna, la condanna al confino è tramutata in ammonizione con l’obbligo di risiedere a Roma dove avrebbe potuto esercitare la sola professione d’avvocato.

    All’indomani del 25 luglio, riprende contatti diretti con la dirigenza romana del PRI, impegnandosi nella ricostruzione del partito, entrando da subito nella Direzione nazionale e riavviando un’intensa attività editoriale, collaborando con «La Voce Repubblicana». Nella frattura interna al PRI che vede contrapporsi la linea del segretario Randolfo Pacciardi, favorevole ad una partecipazione del PRI ai lavori della Consulta, alla linea intransigente impersonata da Giovanni Conti, fedele alla ferrea pregiudiziale antimonarchica, Macrelli, dopo un’iniziale propensione ad una tattica attendista, espressa durante il Convegno di tutte le forze aderenti al PRI Alta Italia (Milano, 27-28 luglio 1945) è tra i più accesi sostenitori della prospettiva partecipazionista.

     

    Costituente e senatore della Repubblica

    La vita pubblica di Macrelli nel dopoguerra si divide tra le dimensioni locale e nazionale. Alle amministrative del 7 aprile 1946 risulta primo tra gli eletti del PRI ed entra, di conseguenza, nel consiglio comunale di Cesena presieduto dal sindaco comunista Sigfrido Sozzi. Il 2 giugno 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio di Bologna, per il PRI, con 23.135 voti di preferenza. Deputato del gruppo parlamentare repubblicano, è ministro senza portafoglio del Governo De Gasperi II dal 13 luglio 1946 al 2 febbraio 1947, quando in seguito alla scissione di Palazzo Barberini alle dimissioni di De Gasperi segue la formazione di un terzo esecutivo ancora di unità nazionale guidato dal segretario della Democrazia Cristiana (DC) che, dopo centodiciotto giorni, cadrà nuovamente con l’esclusione delle sinistre dal governo e l’avvio della stagione del centrismo. In tale contesto storico-politico Macrelli, oltre che deputato alla Costituente, è costantemente in Parlamento dal 1948 al 1963, come senatore nella I e IV Legislatura e deputato nella II e nella III, sempre come esponente del PRI. Già consigliere comunale della giunta Sozzi, il 23 ottobre 1948 è eletto sindaco di Cesena. Manterrà l’incarico fino al 31 ottobre 1949 quando gli impegni parlamentari lo indurranno alle dimissioni. Non abbandonerà, però, la politica locale; nel 1956 è eletto consigliere comunale a Cesena, venendo riconfermato, insieme al sindaco stesso, alle consultazioni del novembre 1960. Fino alla morte sarà, inoltre, membro della Direzione nazionale del PRI, carica ottenuta la prima volta con l’elezione avvenuta in occasione del XIX Congresso nazionale di partito, svolto a Bologna dal 17 al 20 gennaio 1947, e riconfermata nelle seguenti consultazioni congressuali. 

    Durante i lavori della Costituente è attivo principalmente nelle discussioni relative alle materie della giustizia, interviene soprattutto sui temi della magistratura, delle autonomie locali e della scuola pubblica. A tal proposito, il 23 marzo 1947 interviene nella discussione relativa alle Disposizioni generali (articoli da 1 a 7), respingendo, a nome del PRI, la proposta del deputato del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), Angelo Carboni, di aggiungere «alla parola democratica» quelle di «una e indivisibile». Durante la discussione generale relativa al Titolo II (rapporti etico-sociali), il 21 aprile 1947 è protagonista di un’accesa discussione con i deputati democristiani, polemizzando riguardo all’opportunità di inserire nella carta un articolo relativo all’indissolubilità del matrimonio, rinviando un dibattito sul divorzio ad un momento successivo e comunque esterno al dibattito costituzionale, e dichiarando preoccupazione per il sempre maggior numero di studenti iscritti alle scuole private. La sua denuncia investe la mancanza di fondi sufficienti per un pieno sviluppo della scuola pubblica, di contrasto con la ricchezza degli istituti privati, beneficiari, inoltre, di contributi statali.

    Senatore di diritto nella I Legislatura repubblicana, partecipa all’attività parlamentare come membro del gruppo repubblicano del quale assume la presidenza dal gennaio 1950. Ricopre, inoltre, numerosi incarichi. Dal giugno 1948 al giugno 1953 è membro dell’XI Commissione permanente (Igiene e Sanità) e presidente della X Commissione permanente (Lavoro, emigrazione e previdenza sociale). Viene, inoltre, nominato membro di tre commissioni speciali e dal luglio 1952 al giugno 1953 è, infine, membro della Commissione parlamentare consultiva per il testo unico delle disposizioni sulle tasse di circolazione. 

    Alle consultazioni politiche del maggio 1953 è eletto alla Camera. Capogruppo del gruppo misto per l’intera II Legislatura (1953-58) è, inoltre, Vicepresidente della Camera dal marzo 1954 al termine del mandato.  Alle elezioni del 25 maggio 1958 è, nuovamente, confermato alla Camera mantenendo per l’intera III Legislatura (1958-63) il ruolo di capogruppo del gruppo misto. Componente della X Commissione (Trasporti) dal giugno 1958 al maggio 1963 e della Commissione speciale per l’esame del disegno e delle proposte di legge concernenti provvedimenti per la città di Napoli nel novembre 1959, dal dicembre 1960 al maggio 1963 è nominato membro della Rappresentanza della Camera nell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa. Vive in questi anni la frattura interna al partito relativa alla possibilità d’apertura alla forze della sinistra non comunista e al rinnovamento del partito avviata da Ugo La Malfa schierandosi al fianco della linea del nuovo leader e futuro segretario di partito. Entra, quindi, assieme a La Malfa, nel Governo Fanfani IV (febbraio 1962-giugno 1963), anticamera della stagione del centrosinistra. In seguito ad un accordo stipulato tra DC e PRI, è eletto senatore per la IV Legislatura ricoprendo, dal luglio 1963 al suo decesso, il ruolo di membro della VII Commissione permanente (Lavori pubblici, trasporti, poste e Marina mercantile). 

    Muore a Cesena il 25 agosto 1963.

    Sintesi biografica

    Nasce a Sarsina, in provincia di Forlì, nel 1887. Avvocato penalista s’iscrive giovanissimo al Partito Repubblicano Italiano (PRI). Direttore de «Il Popolano», rivista cesenate vicina al partito, ricopre cariche istituzionali di rilievo nella politica locale. Avverso alla guerra di Libia, partecipa alle manifestazioni antibelliche e difende in sede giudiziaria Pietro Nenni, processato per uno sciopero indetto contro la partecipazione al conflitto. Interventista allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, parte come volontario. Catturato nell’ottobre 1915, è internato in un campo di prigionia.

    Eletto Deputato nel 1921 è tra i firmatari della dirigenza romagnola per un patto di pacificazione con i fascisti locali. In seguito alle violenze squadriste subite e, soprattutto all’affare Matteotti, prende posizione contro il regime. Dichiarato decaduto dalla carica di Deputato nel 1926, è prima condannato al confino, poi al carcere, in seguito alla sola ammonizione, con l’obbligo di esercitare l’avvocatura a Roma.

    Con la caduta del regime riprende l’attività politica coordinando i rapporti fra PRI e Comitato di Liberazione Nazionale. Eletto all’Assemblea Costituente, è Deputato del gruppo parlamentare repubblicano. Ministro senza portafogli del Governo De Gasperi II, nel 1947 entra nella Direzione nazionale del PRI.

    Eletto sindaco di Cesena nel 1948, abbandona l’incarico dopo pochi mesi per gli impegni parlamentari. Senatore di diritto nella I Legislatura, è eletto Deputato per il gruppo parlamentare misto alle politiche del 1953 e del 1958, poi nuovamente Senatore nel 1962.

    Dal 1962 al 1963 guida il Ministero della Marina mercantile nel Governo Fanfani IV.

    Muore a Roma nel 1963.

    Strumenti bibliografici

    Riferimenti Bibliografici


    riferimenti sitografici