Benigno Zaccagnini

Benigno Zaccagnini

  • 17.04.1912
  • 05.11.1989
  • Maschio
  • Medico chirurgo
  • Faenza
  • Ravenna
Sommario

    Biografia

    Gli anni della formazione

    Nasce a Faenza il 17 aprile 1912, figlio di Aristide Zaccagnini e Rita Scardovi, quarto di sei fratelli. Al seguito del padre capostazione, la famiglia si trasferisce più volte, prima a Mozzecane, poi a Verona e infine a Parma. Da qui il giovane Zaccagnini torna a Ravenna dove prosegue gli studi e consegue il diploma liceale nel 1930. Nello stesso periodo frequenta la parrocchia di Santa Maria in Porto, dove rafforza la formazione cattolica iniziata tra le mura domestiche e coltivata sia nell’asilo delle suore della Sacra Famiglia nel veronese che presso i salesiani a Parma. A Santa Maria in Porto entra in contatto anche con l’ambiente dell’oratorio di don Giuseppe Sangiorgi – permeato da ideali di libertà e antifascismo – e dove incontra, per la prima volta, molti degli amici che lo avrebbero accompagnato negli anni a venire, fra questi Francesco Santacroce, Riccardo Magliozzi e Arrigo Boldrini.

    Dopo la maturità si iscrive alla Facoltà di Medicina a Bologna. Si laurea nel 1936 con una tesi in clinica medica sulla costituzione individuale e l’anno successivo si specializza in Pediatria a Siena.

    Entra nell’orbita dell’associazionismo cattolico, prima nel ramo giovanile e poi in quello universitario, acquisendo un ruolo di rilievo a livello locale: reggente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) nel 1937 e presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica (GIAC) dal 1938 al 1941. In questa fase conosce anche il suo futuro compagno di partito Aldo Moro, allora presidente nazionale  della FUCI e che visiterà Ravenna due volte tra il 1939 e il 1940. Dal 1937 esercita la professione medica presso gli ambulatori dell’Opera di Santa Teresa a Ravenna, prestando cura agli anziani ricoverati nell’ospizio fino al 1941, quando è richiamato alle armi per la Seconda Guerra Mondiale.

     

    L’arruolamento e l’esperienza nella Resistenza

    Arruolato come tenente medico, è inizialmente assegnato alla Divisione “Pavia” e poi trasferito al CXXI Reggimento fanteria della Divisione “Macerata”, con il quale, nel 1942, è inviato sul fronte balcanico. Il 2 ottobre di quello stesso anno prende parte a una delicata operazione bellica alle pendici dell'altopiano Črni Vrh, nei pressi di Lubiana: mentre sta prestando soccorso ad alcuni feriti, viene chiamato a rapporto dal comandante che ha perso in battaglia tutti i suoi ufficiali. Zaccagnini si offre volontario per recapitare gli ordini ai reparti avanzati, azione per la quale riceverà la Croce al valore militare. Nel periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, mentre la Divisione “Macerata” si trova sulla costa croata nei pressi di Rijeka (Fiume), Zaccagnini riceve la proposta di unirsi alla resistenza jugoslava, un’occasione resa possibile con il tramite del compagno d’armi Giacomo Vittorini, fratello del celebre scrittore. Declina, nella speranza di avvicinarsi al confine e ritornare al più presto in Italia. Il suo destino, però, è un altro: senza armi, senza comunicazioni dall’alto, abbandonata dai comandanti e in una situazione di completa anarchia, la Divisione “Macerata” è catturata dai tedeschi in seguito all’armistizio. Zaccagnini e i compagni vengono caricati su un convoglio ferroviario in direzione di Venezia e da qui in Germania. Durante una sosta il tenente medico entra in contatto con un ferroviere che riesce a fornirgli nuovi abiti e lo aiuta ad allontanarsi. Alla fine dell'ottobre 1943 Zaccagnini rientra a Ravenna.

    Dopo un primo periodo di volontario distacco dalla crudeltà della guerra, trascorrendo le sue giornate in clandestinità e prestando le sue cure all’ospizio di Santa Teresa, Zaccagnini è spronato dai cattolici ravennati – in particolare dall’amico Francesco Santacroce – a riprendere i rapporti con le altre forze antifasciste.


    Con il nome di Tommaso Moro – simbolo di libertà, di opposizione all’assolutismo di Stato, ma anche testimone della coerenza tra politica e fede – prende parte ai primi incontri con i rappresentanti dei vari gruppi politici impegnati nella Resistenza.


    La sua azione più efficace è quella di rinforzare le fila cattoliche, riunendo i vecchi membri del Partito Popolare Italiano (PPI) e le nuove leve cresciute all’interno dell’Azione Cattolica. Queste ultime in particolare, meno conosciute rispetto ai politici di vecchia data, svolgono la gran parte delle azioni di Resistenza del gruppo democratico cristiano che usa spesso pievi e canoniche come luoghi d’incontro e di rifugio. Grazie alle precedenti esperienze come dirigente diocesano, Zaccagnini è l’uomo più adatto a organizzare la lotta partigiana dei cattolici ravennati. Sul finire del 1943 riesce a prendere contatto anche con gli esponenti degli altri partiti antifascisti, e nei primi mesi del nuovo anno iniziano i lavori del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della provincia di Ravenna.


    Zaccagnini è eletto presidente del CLN, raccogliendo la stima e la fiducia delle altre formazioni politiche: Tommaso Moro è riconosciuto garante dei principi di libertà nel Comitato.


    È un ruolo, il suo, essenzialmente politico, ma non per questo semplice: deve essere una guida confessionale in una terra di forte matrice anticlericale, all’interno di un movimento partigiano composto per la maggior parte da comunisti e repubblicani. Il suo incarico lo porta spesso a mediare fra le richieste delle diverse forze, a fare da paciere nei momenti di scontro e a mettere freno alle divisioni che si accendono tra i movimenti. Le sue capacità divengono indispensabili in occasione della temporanea uscita del Partito Repubblicano Italiano (PRI) dal CLN provinciale: è proprio grazie alla mediazione di Zaccagnini se i repubblicani rientrano, dopo la sostituzione del loro rappresentante, in seno al Comitato.


    La necessità di rendere coeso lo sforzo dei partigiani nella lotta contro il nazifascismo lo porta a un incontro con Bulow, il leader militare della Resistenza ravennate. Presso la canonica di Piangipane scopre, con grande sorpresa, che si tratta del suo vecchio amico Arrigo Boldrini, cresciuto insieme a lui nella parrocchia di Santa Maria in Porto.


    Oltre all’impegno di guida politica, Zaccagnini continua a prodigarsi come medico: sfida più volte la sorte recandosi all’ospizio di Santa Teresa – nel pieno centro di Ravenna – per portare soccorso ai feriti. Insieme ad altri medici partigiani avvia dei corsi di infermeria per le Squadre d’Azione Patriottica (SAP). 

    Continua a vivere a Ravenna fino alla fine dell’estate, quando molti amici e parenti lo sollecitano ad allontanarsi, perché, proprio nei paraggi della sua abitazione, compare un manifesto dove si fa cenno al ricercato Tommaso Moro. Il giorno della liberazione della città, il 4 dicembre 1944, Zaccagnini e altri membri del CLN provinciale e comunale accolgono le truppe alleate, mentre il fronte di combattimento si sposta a nord, sul fiume Senio. Solo pochi giorni dopo Tommaso Moro e Bulow sono di nuovo insieme, nella piazza del mercato, per arruolare nuovi volontari. Si apre, così, per il CLN locale una nuova fase: dalla clandestinità si passa agli incarichi di governo cittadino, sotto l’osservazione dei comandanti alleati. Nella seduta del Comitato provinciale del 5 gennaio 1945, Zaccagnini rassegna le sue dimissioni per «impegni di professione», con il desiderio di tornare a occuparsi dei suoi pazienti di Santa Teresa. Assume, tuttavia, un altro incarico: tra gennaio e agosto – ormai convinto di avere chiuso la sua parentesi di impegno politico – è direttore del periodico del CLN «Democrazia».

     

    L’impegno politico 

    Il 26 maggio del 1945 sposa Anna Busignani e continua a lavorare nell’ospizio di Santa Teresa, mentre i cattolici ravennati insistono nel richiamarlo al suo ruolo di leader. Al termine del congresso provinciale, Zaccagnini viene eletto segretario della Democrazia Cristiana (DC) nella sezione di Ravenna. Alla prima prova elettorale del dopoguerra, nelle amministrative dell’aprile 1946, il partito raccoglie il 20% di voti in tutta la provincia e un totale di 71 consiglieri comunali, fra cui lo stesso Zaccagnini. È un incarico di breve durata, perché lo attendono impegni di ben altro rango. Il 24 aprile partecipa, come uno dei delegati della provincia, al primo Congresso nazionale della Democrazia Cristiana. Nel voto del 2 giugno ottiene più di 11.000 preferenze, risultando l’unico dei democristiani eletti alla Costituente nel territorio ravennate. 

    La sua partecipazione all’Assemblea è discreta: interviene nel progetto dedicato alle regioni e ai comuni, divenuto poi l’articolo 131, e in alcune interrogazioni in materia fiscale.


    Ancora in questa fase Zaccagnini prospetta per sé un ritorno alla professione medica, ma l’impegno politico finisce per togliergli definitivamente quello spazio.


    Alla Costituente trova, ancora una volta, l’amico Boldrini che milita nelle file del Partito Comunista Italiano (PCI). È un’amicizia che non viene mai meno, nonostante le divergenze politiche.

    Eletto deputato nel 1948, Zaccagnini negli anni ricopre numerosi incarichi e fa parte di molte commissioni parlamentari, ma non perde mai il contatto con la sua Ravenna, ostinandosi a non prendere casa a Roma per poter tornare ogni fine settimana nella sua terra.

    Nel settembre del '53 è nominato dirigente centrale per i problemi del lavoro, ruolo che mantiene per cinque anni, è poi sottosegretario di Stato al Lavoro e alla Previdenza Sociale durante il governo Fanfani (3 luglio 1958-15 febbraio 1959). Dal 1959 al 1962 ricopre incarichi ministeriali per tre governi consecutivi: è Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel II governo Segni (15 febbraio 1959-25 marzo 1960) e nel I governo Tambroni (25 marzo 1960-26 luglio 1960), mentre nel III governo Fanfani diviene Ministro dei Lavori Pubblici (26 luglio 1960-21 febbraio 1962). Durante i suoi lavori ministeriali dà avvio alla legge per attuare il programma autostradale italiano e riesce a vedere il completamento del porto-canale e della zona industriale di Ravenna.

    Nel periodo intercorso tra il 1962 e il 1968 è Presidente dei deputati democristiani alla Camera, saldando,così, l'asse Moro-Zaccagnini all’interno della DC. Nel 1975, diviene vicepresidente della Camera. Sono anni di grandi soddisfazioni politiche, ma anche segnati da tremendi lutti familiari: la morte della figlia Maria Grazia per un incidente stradale (1957) e del figlio Luca per malattia (1969). 

    Nel 1971, sul suo nome convergono indicazioni per il suo incarico alla Presidenza della Repubblica, ma Zaccagnini si oppone con forza a quella possibilità, non ritenendosi all’altezza di un così alto incarico. La scelta ricadrà su Giovanni Leone. Un ruolo di grande responsabilità è, però, nell’aria. Dopo essere stato presidente della DC dal 1969 al 1975, viene scelto come Segretario del partito. Quando viene eletto, il 22 luglio del 1975, molti pensano a lui come un uomo di transizione che accompagnerà il partito al successivo Congresso; ma il 18 marzo del 1976, proprio alla conclusione del XIV Congresso della Democrazia Cristiana, verrà riconfermato. Lui, però, non è presente alla proclamazione: all’arrivo della notizia della morte del suo amico Giordano Mazzavillani, lascia la sala in lacrime per far ritorno a Ravenna.

    Durante la sua leadership il partito conosce una fase di rifondazione, dopo la sconfitta nel referendum sul divorzio e la crescita di un Partito Comunista che sembrava avvicinarsi al “sorpasso”.

    Segretario dalla faccia pulita, simbolo dell'anti potere, politico che parla ai giovani, Zaccagnini-Segretario presenta la DC in una nuova veste di riforma e rinnovamento. Apre alla collaborazione con il Partito Socialista Italiano (PSI) e al confronto con il PCI, accantonando le pregiudiziali ideologiche. Nel giugno del 1976 il suo partito torna a crescere, evitando il temuto sorpasso comunista. Successivamente si apre la fase dei governi di solidarietà nazionale, con la non-sfiducia del PCI: momento delicato e di grandi speranze, funestato, però, da violenze inaudite.

    Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, il fallimento del compromesso storico e i numerosi attentati tolgono molta energia alla sua Segreteria e lo inducono alle dimissioni nel 1980. La morte dello statista pugliese, in particolare, lascia in Zaccagnini il rimpianto di non aver fatto abbastanza per salvarlo. 

    Nel 1983 viene eletto per la prima volta al Senato, nel collegio di Borgotaro-Firenzuola. Rimane senatore fino al giorno della sua morte, avvenuta il 5 novembre 1989 nella sua Ravenna. Al suo funerale, celebrato il 7 novembre in una chiesa di Santa Maria in Porto gremita, sono presenti il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani oltre a esponenti dell’ANPI, dei Volontari della libertà e all’amico Arrigo Boldrini.

    Sintesi biografica

    Nasce a Faenza nel 1912. Inizia a frequentare la parrocchia di Santa Maria in Porto quando con la famiglia si trasferisce a Ravenna. Studente di Medicina, partecipa alle riunioni di Azione Cattolica e si forma nell’ambiente antifascista dell’oratorio di Don Sangiorgi, dove conosce Arrigo Boldrini. Reggente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e Presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, si distingue come membro di spicco della nuova leva cattolica.

    Arruolato come tenente medico, partecipa alla Seconda Guerra Mondiale sul fronte balcanico. Fatto prigioniero dopo l’Armistizio, è condotto via nave a Venezia da dove riesce a fuggire per tornare a Ravenna. Da questo momento entra in clandestinità e assume il nome di “Tommaso Moro”. Leader del gruppo cattolico, diviene anche presidente del Comitato di Liberazione Nazionale provinciale.

    Alla fine del conflitto entra nelle file della Democrazia Cristiana (DC). Eletto all’Assemblea Costituente, il suo contributo si lega al progetto dell’articolo 131 e ad alcune interrogazioni in materia fiscale.

    Eletto deputato nel 1948, negli anni successivi ricopre numerosi incarichi e fa parte di molte commissioni parlamentari. Sottosegretario di Stato al Lavoro e alla Previdenza Sociale (1958-59), è Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (1959-60) e Ministro dei Lavori Pubblici (1960-62).

    Dal 1969 al 1980 ricopre la carica di Presidente e poi di Segretario della DC. La sua leadership coincide con una fase di rinnovamento, e tuttavia l’uccisione di Aldo Moro, il fallimento del compromesso storico e la stagione degli attentati rappresentano un grosso colpo per il partito.

    Nel 1983 viene eletto al Senato dove rimane per tutto il resto della sua vita.

    Muore a Ravenna nel 1989.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA

     

    SITOGRAFIA