Bartolomeo (Meuccio) Ruini

Bartolomeo (Meuccio) Ruini

  • 14.12.1877
  • 06.03.1970
  • Maschio
  • Laureato in giurisprudenza/attività politica
  • Reggio Emilia
  • Reggio Emilia
Sommario

    Biografia

    L’inizio con la Lista Radicale

    Bartolomeo Ruini, per tutti Meuccio, nasce a Reggio Emilia il 14 dicembre 1877. Si laurea in Giurisprudenza all'Università di Bologna nel 1903, con una tesi sulla filosofia del diritto. 

    Inizialmente vicino alle idee socialiste e prampoliniane, approda ad una visione liberal-socialista, pubblicando anche un documento programmatico intitolato: «Per un movimento radical-socialista». Collabora con varie testate, inclusa «La Giustizia» di Camillo Prampolini e «Critica Sociale» di Filippo Turati.

    Nel 1907 viene eletto consigliere comunale a Roma e consigliere provinciale a Reggio Emilia. 

    Nel 1912-13 ottiene i suoi primi incarichi di rilievo nazionale: dimessosi da consigliere comunale della capitale, viene nominato, in seno al Ministero dei Lavori Pubblici, Direttore Generale per i servizi speciali per il Mezzogiorno e successivamente eletto in Parlamento con la Lista Radicale (collegio di Castelnuovo Monti). 

    Ciò che segna il suo definitivo distacco dal prampolinismo.

     

    Le proposte di riforma, il Regime, la quarantena

    Con la Prima Guerra Mondiale alle porte, il deputato Ruini si arruola volontario come ufficiale. Sarà decorato con la medaglia d'argento al valor militare per il valore dimostrato sul campo di battaglia della Bainsizza, durante l'undicesima battaglia dell'Isonzo nell'agosto 1917. 

    In occasione delle elezioni del 1919 viene riconfermato deputato per i Radicali, eletto nel collegio dell'Appennino Reggiano. 

    Sul piano politico e istituzionale sostiene la necessità di riformare lo Stato attraverso un Consiglio Nazionale del Lavoro, organismo rappresentativo delle categorie economiche e sociali, pensato come base per trasformare il Senato in una camera tecnica e non partitica.

    Ricopre incarichi di governo come Sottosegretario all’Industria e Ministro delle Colonie nel secondo governo Nitti e di Vicepresidente della Commissione Finanze, nel Governo Giolitti. 


    Prende subito e apertamente le distanze dalla minaccia rappresentata dalle Camicie Nere, gesto che probabilmente gli costa il posto fra i candidati del Blocco Nazionale nelle elezioni del 1921.


    Convinto che la crisi del dopoguerra richieda nuove forme di rappresentanza democratica, promuove l’idea di una «democrazia senza aggettivi»: un movimento riformista e laico capace di unire liberali progressisti, radicali e socialriformisti. Nel 1922, insieme a Giovanni Amendola, è tra i fondatori del quotidiano «Il Mondo», che viene quasi subito costretto alla chiusura dai fascisti. 


    Con il rifiuto all'adesione al nuovo regime, Ruini viene forzato a lasciare il suo incarico al Consiglio di Stato e a rinunciare ad ogni carriera accademica.


    Inizia un periodo che lui stesso definirà di quarantena o di esilio interno. 

    Porta avanti la professione dell’avvocatura e di consulenza – condotta anche sotto falso nome – e si dedica all'attività culturale: unico spiraglio attraverso il quale continuare a far sentire la propria voce. 

    Nel 1942, con le prime avvisaglie di sconfitta per le forze dell'Asse di El Alamein e Stalingrado, e gli scioperi di marzo del 1943, intravede, ancora lontano nel tempo ma per la prima volta in modo concreto, la possibile sconfitta delle forze nazifasciste. 

    Gli antifascisti tornano a riorganizzarsi in vista di un futuro ipotetico e Ruini si adopera per creare il Partito Democratico del Lavoro, partecipando anche alle riunioni clandestine che, dopo l'8 settembre 1943, danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale. Dopo la Liberazione di Roma è Ministro senza portafoglio nel Governo Bonomi e poi Ministro per i lavori pubblici, dal novembre 1944 al giugno 1945.

     

    La Costituente

    Con la Liberazione diviene Presidente del Comitato Interministeriale per la Ricostruzione, un ente da lui stesso ideato. 

    Il governo Parri ha vita breve – tra giugno e dicembre 1945 – e alla fine dell'anno è nominato nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri il democristiano Alcide De Gasperi. Il suo governo si insedia ufficialmente il 10 dicembre ed è l'ultimo dell'Italia monarchica, con il ruolo di traghettare il paese verso il referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

    Ruini non prende parte al nuovo esecutivo, ma diviene membro della Consulta e del Consiglio di Stato, assumendo anche la presidenza e sostituendo Santi Romano fino al 1947.

    Sotto la guida di Ivanoe Bonomi, il Partito Democratico del Lavoro (DL) inizia ad organizzarsi in vista del referendum e crea una sorta di cartello di vari partiti e gruppi politici che porta il nome di Unione Democratica Nazionale (UDN). Ruini si candida in due differenti collegi elettorali: quello emiliano con Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena e quello romano comprendente, oltre alla capitale, Latina, Viterbo e Frosinone. 

    Il risultato elettorale per il partito è assolutamente negativo, ma Ruini e Bonomi riescono comunque ad ottenere un seggio e si iscrivono entrambi al gruppo misto.


    Il 19 luglio 1946 l'Assemblea Costituente indica Ruini come membro della Commissione per la Costituzione, più nota come la Commissione dei 75.


    La Commissione dei 75 è l'organo dell'assemblea incaricato di redigere materialmente gli articoli della futura Costituzione repubblicana, che sarebbero stati presentati all'aula per la votazione. Il 20 luglio proprio Ruini è nominato Presidente. Con il 1948 gli viene riconosciuta anche la nomina di senatore di diritto (in base alla III disposizione transitoria e finale della Costituzione che, per la sola I legislatura, aveva individuato alcune figure istituzionali aventi diritto al titolo). 

    Ne beneficiano, fra gli altri, figure come Umberto Terracini, Pietro Secchia, Emilio Sereni, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Benedetto Croce e Luigi Einaudi.

    La prima legislatura è anche l'unica per il Senatore Ruini. 

     

    La legge truffa, la via crucis, gli ultimi anni

    Nell'imminenza della sua scadenza, il Governo De Gasperi, cui partecipano, oltre alla Democrazia Cristiana, anche i partiti socialdemocratico, liberale e repubblicano, presenta una proposta di modifica della legge elettorale che concedeva un ampio premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50% dei voti, proposta tenacemente avversata dall'opposizione. 

    È la cosiddetta “legge truffa”, come sarà poi ricordata. Presidente del Senato è il liberale Giuseppe Paratore, che si dimette dalla carica poiché contrario all'intenzione dell'esecutivo di porre la fiducia, come già era stato fatto alla Camera dei Deputati. 


    Sarà Ruini a prendere il suo posto, divenendo nuovo Presidente del Senato ed accettando di porre subito in votazione la proposta di legge. 


    Pur giudicando eccessivo il premio di maggioranza previsto, Ruini pensa di poter mediare tra governo De Gasperi e opposizione. Inizia quella che nei suoi scritti definisce la sua “via crucis”. 

    Il 29 marzo, autorizza il voto di fiducia e l’approvazione della legge senza emendamenti, provocando dure proteste di comunisti e socialisti, che lo accusano di aver violato il regolamento del Senato.

    Fra tumulti e vibranti proteste dell'opposizione la legge viene approvata, ma non entra mai in vigore perché il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi preferirà sciogliere le camere e indire nuove elezioni che si terranno secondo la vecchia legge elettorale. 

    Colpito dalle critiche, decide di non candidarsi alle elezioni del giugno 1953 e da allora si tiene sempre più appartato. 

    Nel 1957 viene nominato presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ma si dimette nel gennaio 1959. Nel 1963, ottantaseienne, viene nominato Senatore a vita. 

    Muore a Roma il 6 marzo 1970 e viene sepolto nel cimitero comunale di Canossa (RE).

    Sintesi biografica

    Nasce a Reggio Emilia nel 1877. Nel 1903 si laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna. L’anno successivo si trasferisce a Roma, dove ottiene un impiego presso il Ministero dei Lavori Pubblici. Inizia così la sua carriera nell’Amministrazione dello Stato, che lo porterà nel 1912 alla nomina di Direttore Generale dei Servizi Speciali per il Mezzogiorno. Parallelamente si profila la sua attività politica: nel 1904 aderisce al Partito Radicale Italiano; nel 1907 è Consigliere comunale a Roma e provinciale a Reggio Emilia; nel 1913 è eletto Deputato; l’anno successivo è nominato consigliere di Stato.

    Nel 1915 parte volontario per la Prima Guerra Mondiale e, alla fine del conflitto, riceve la Medaglia d’argento al valor militare.

    Nel 1919 è rieletto alla Camera; sarà poi Sottosegretario all’Industria-Commercio e Artigianato nel Governo Orlando, Ministro delle Colonie nel Governo Nitti e Vicepresidente della Commissione Finanze nel dicastero Giolitti.

    Firmando il manifesto liberale di Giovanni Amendola dichiara con forza la propria opposizione al Fascismo: nel 1927 rifiuta la proposta di un incarico ministeriale da parte di Mussolini, inoltre non giura fedeltà al regime e perciò subisce l’estromissione dagli incarichi pubblici.

    Nel 1942 fonda in clandestinità il partito della Democrazia del Lavoro. Dopo la caduta del Fascismo, è tra i fondatori del Comitato di Liberazione Nazionale. Nel 1946 è eletto Deputato all’Assemblea Costituente e assume la carica di Presidente della Commissione dei 75.

    Nel 1948 è nominato Senatore di diritto. Nel 1953 si trova a presiedere il Senato durante le discussioni che portano all’approvazione della legge elettorale passata alla storia come “legge truffa”. Sceglie di non candidarsi alle elezioni che seguono tali fatti.

    Nel 1963 il Presidente della Repubblica Antonio Segni lo nomina Senatore a vita.

    Muore a Roma nel 1970.