Arturo Raffaello Colombi

Arturo Raffaello Colombi

  • 22.07.1900
  • 06.12.1983
  • Maschio
  • Muratore/Sindacalista/Pubblicista
  • Massa Carrara
  • Bologna
Sommario

    Biografia

    Giovane Socialista

    Nasce a Massa Carrara il 22 luglio 1900. Cresce nella modestia economica insieme ai quattro fratelli e al padre Luigi, operaio mugnaio. Nel 1909 si trasferisce a Vergato (BO), dove termina le scuole elementari. Le difficoltà economiche non gli permettono di proseguire gli studi; già all’età di 10 anni comincia a lavorare come spaccapietre nel greto del fiume Reno, a 12 anni è occupato come manovale muratore in un’impresa di costruzioni.


    Si avvicina alle idee socialiste in occasione delle manifestazioni contro la guerra di Libia, seguendo le orme dello zio e del cugino, impegnati nelle proteste di piazza.


    Nel 1913 trova impiego presso la Cooperativa muratori e affini. Nel 1914 entra nella Lega muratori e nel Circolo giovanile socialista, per il quale svolge il compito di diffusore de «L’Avanguardia», testata della Federazione Giovanile Socialista Italiana (FGSI). A 16 anni viene eletto segretario della FGSI di Vergato e vicesegretario amministrativo della Cooperativa muratori. Fermamente contrario alla Grande Guerra e critico nei confronti dell’atteggiamento del Partito Socialista Italiano (PSI) dinanzi al conflitto, in seguito ad un incontro organizzato con l’anarchico Giovanni Lenzi, viene destituito dalle cariche. Al termine della guerra, riprende l’attività politica mantenendo sempre una posizione critica nei confronti dei vertici del PSI. Nel 1919 è eletto segretario della Lega dei muratori e del Comitato direttivo della Camera del lavoro locale.

     

    Antifascista militante


    Dopo la scissione di Livorno aderisce al Partito Comunista d’Italia (PCd’I), partecipando all’organizzazione del Partito nella provincia bolognese e assumendo la segreteria della sezione di Vergato.  Sin da subito, però, è costretto ad affrontare l’avanzata del fascismo; nel marzo 1921, insieme ai compagni di partito affronta a viso aperto gli squadristi sopraggiunti per occupare la sezione.


    Colombi stesso si trova di fronte a cinque rivoltelle puntategli contro, non arretrando la posizione; la sua strategia si basa sulla resistenza all’avanzata squadrista, da combattere con qualsiasi mezzo. Il 17 maggio 1921 è arrestato insieme al gruppo dirigente anarco-sindacalista locale e ad alcuni esponenti del PCd’I e del PSI, con l’accusa d’aver organizzato e compiuto l’attentato contro l’abitazione del segretario del fascio di Vergato, Fulgenzi. Recluso nel carcere di Vergato, è tradotto a San Giovanni in Monte dove apprende di essere denunciato per complotto e attentato dinamitardo.Termina il periodo di reclusione nel penitenziario di Perugia, prima di essere assolto nel dicembre 1921.

    Fortemente critico riguardo al patto di pacificazione tra fascisti e socialisti, riprende da subito l’attività politica, riorganizzando la resistenza contro il fascismo; degli scontri contro gli squadristi, il più eclatante è il 1° maggio 1922 in località Pioppe di Salvaro. Fermato dai carabinieri e liberato la sera stessa, è oggetto di continue minacce e intimidazioni da parte degli squadristi locali. Nel febbraio 1923 è, nuovamente, arrestato nel corso di un'operazione di polizia.


    Assolto in istruttoria, decide di lasciare l’Italia e si trasferisce in Francia nel maggio 1923, dapprima a Reims, dove trova impiego come muratore, quindi a Lione, dove diviene dirigente dei gruppi comunisti italiani oltralpe.


     Agli inizi del 1926 collabora all’organizzazione tecnica del III Congresso del PCd’I che si celebra, clandestinamente, a Lione dal 20 al 26 gennaio. È in questa occasione che entra, per la prima volta, in contatto diretto con il gruppo dirigente del Partito e sostiene, pur come semplice uditore, la linea gramsciana.  

    Delegato italiano al VI congresso dell'Internazionale comunista, celebratosi a Mosca dal luglio al settembre 1928,  rimane per un periodo nella capitale sovietica, frequentando la Scuola leninista nella capitale sovietica tra la fine del 1929 e l’aprile 1931. La svolta del Comintern, sancita dal Congresso di Colonia del 1931, imprime un mutamento di strategia dei quadri comunisti operanti in Italia ponendoli in una direzione maggiormente offensiva nei confronti del regime, nella convinzione dell’ormai prossima vittoria della linea staliniana in Unione Sovietica con l’avvento al potere del Kommunistische Partei Deutschlands (KPD) in Germania e del rovesciamento della dittatura fascista in Italia con metodi rivoluzionari. Colombi è tra i numerosi quadri per i quali viene organizzato il rientro in Italia nel dicembre 1931; con lo pseudonimo di Bruno è operativo per il rafforzamento clandestino delle cellule comuniste in Toscana, Emilia e Liguria, nonché impegnato nel mantenimento dei contatti tra i centri interno ed estero a Parigi.

     

    “Nelle mani del nemico” 

    Tenuto sotto stretta sorveglianza dalla polizia fascista, la mattina del 10 settembre 1933 lascia la sua abitazione nel quartiere genovese di Sampierdarena, dove è ospitato in clandestinità da un operaio bolognese impiegato all’Ansaldo, e si dirige alla stazione di Piazza Principe, con l’intenzione di lasciare la Liguria in direzione Milano. Raggiunto dalla polizia è recluso nel penitenziario napoletano di Poggioreale, prima d’essere inviato al confino a Ponza quindi al carcere giudiziario di La Spezia. Qui conosce il suo atto d’accusa: essere stato visto «in compagnia del segretario della Federazione comunista» spezzina. Sottoposto a diversi interrogatori e deferito al Tribunale speciale, nel febbraio 1934 viene trasferito a Regina Coeli. Nei mesi passati nel sesto braccio del carcere giudiziario romano è più volte costretto all’isolamento, alle punizioni consistenti di solito in quindici giorni «a pane e acqua» oltre alle angherie delle guardie carcerarie. Il 16 luglio 1934 compare dinanzi al Tribunale. Rifiutatosi di fornire informazioni sul proprio operato e proclamatosi “rivoluzionario”, così come farà anche Pietro Vergati interrogato per la medesima accusa, è condannato a 18 anni di reclusione. Internato nel penitenziario di Civitavecchia, entra in contatto con dirigenti di primo piano del PCd’I, quali Umberto Terracini, Emilio Sereni e Gian Carlo Pajetta. Nell’aprile 1941, in seguito ad un’amnistia, sarebbe dovuto tornare libero ma viene condannato dalla commissione provinciale a cinque anni di confino, e condotto a Ventotene.


    In precarie condizioni di vita, ridotto alla fame e impossibilitato a comunicare con la terraferma, prosegue l’attività politica; assume, quindi, la responsabilità dell’organizzazione clandestina del Partito Comunista Italiano (PCI) stabilendo, inoltre, un rapporto d’amicizia, oltre che di comunanza partitica, con Eugenio Curiel, futura guida del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà. Dopo la caduta del fascismo, grazie anche all’intervento di due commissari nominati dal governo Badoglio alla Confederazione dei sindacati dell'industria, Bruno Buozzi e Giovanni Roveda, il 18 agosto 1943 è liberato insieme ad altri detenuti politici. Giunto a Gaeta su un barcone, il 20 agosto torna nella sua Vergato dove viene subito nominato segretario della Federazione comunista.

     

    La Resistenza in Piemonte e il Partito nuovo a Bologna

    Dopo l’otto settembre è inviato a Torino per assumere la segreteria del Comitato federale comunista clandestino. È protagonista delle Resistenza piemontese sia sul piano militare, quale promotore della formazione dei GAP, sia per quanto riguarda l’attività di propaganda, in qualità di direttore del periodico clandestino «Il grido di Spartaco». Nel giugno 1944 è nominato responsabile del Triumvirato insurrezionale del Piemonte coordinando, inoltre, le attività partigiane nelle campagne. Alla fine del 1944 entra nella direzione del PCI per l’Italia occupata, affiancando  Luigi Longo, Pietro Secchia, Giorgio Amendola, Giovanni Roveda e Luigi Grassi. Agli inizi del 1945 si trasferisce a Milano dove, a febbraio assume la direzione de «l'Unità» e, dopo aver collaborato assieme a Eugenio Curiel a «La nostra lotta», ne diviene direttore in seguito all’omicidio dell’amico e compagno di partito conosciuto negli anni del confino. Nell’agosto 1945 entra nella Direzione del PCI. Nello stesso anno si sposa con Nella Marcellino, tra le organizzatrici degli scioperi generali nel 1942-43 a Torino, iscritta al PCI e futura deputata comunista per la I Legislatura. 

    Lasciata la direzione de «L’Unità», nel maggio 1945 torna a Bologna, dove, su sollecito del gruppo dirigente provinciale, assume la segreteria della Federazione bolognese del PCI, divenendo, inoltre, una delle firme di primo piano de «La Lotta». Ed è proprio sulle pagine della testata di riferimento della Federazione bolognese che Colombi, in qualità di segretario, affronta le questioni più importanti che coinvolgono il Partito tra il 1945 e il 1948. In particolare, nell’ottica della formulazione del Partito nuovo, le cui caratteristiche erano state delineate nel discorso al Teatro Brancaccio di Roma dal segretario Palmiro Togliatti nell’agosto 1944, quale «partito nazionale italiano, cioè un partito che ponga e risolva il problema dell’emancipazione del lavoro nel quadro della nostra vita e libertà nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressive della nazione», la dimensione nazionale del PCI è ribadita dallo stesso Colombi, in due articoli intitolati «Responsabilità nazionale e Coscienza e responsabilità nazionale», pubblicati rispettivamente il 16 giugno e il 18 agosto. Allo stesso modo, chiara è l’indicazione fornita nell’articolo del 9 giugno, «Epurare nell’ordine e nella legalità», con la ferma condanna delle «azioni di elementi incontrollati» e il sollecito per un’azione concreta dei Tribunali militari. È, infine, proprio sulle pagine de «La Lotta» che, nel periodo pre-elettorale, difende i comunisti dalle accuse giuntegli dalla Democrazia Cristiana (DC) in una doppia polemica con due futuri costituenti, Raimondo Manzini e Angelo Salizzoni. Al direttore de «L’Avvenire d’Italia», risponde con l’articolo «Comunisti e cattolici» del 7 marzo 1946, contestando la tesi per cui «i cattolici non possono e non debbono aderire che al partito democristiano o ad altre correnti conservatrici», e respingendo le accuse giunte dagli ambienti cattolici che presentano i comunisti «come i disgregatori della famiglia». Alla lettera pubblicata da Salizzoni, sempre sulle pagine de «L’Avvenire», che accusa la testata della Federazione comunista «d’aver ecceduto nelle polemiche contro il suo partito», Colombi risponde il 20 aprile 1946 con «Noi e i democristiani», presentando l’interesse della testata per le attività democristiane come «legittima difesa contro gli attacchi mossi dalla stampa e dagli oratori democristiani».

     

    Ruolo da Costituente

    Già membro della Consulta nazionale, il 2 giugno 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio nella lista del Pci con 63.095 voti. Iscritto al gruppo parlamentare comunista, il 21 maggio 1947 interviene nella discussione sul Titolo IV (Rapporti politici), a riguardo dell’art.49 (art.52) del progetto di Costituzione sul servizio di leva. Dichiarandosi favorevole all’obbligatorietà sancita dalla norma, esplicita la necessità di utilizzare «a fondo l’esperienza della guerra partigiana, la quale non è stata soltanto un fatto politico di estrema importanza, ma anche una grande esperienza militare», indicando nella lotta partigiana «un elemento difensivo di primo ordine» non potendo, sottolinea, «avere un esercito che abbia la forza e i mezzi necessari per affrontare le battaglie campali con gli eserciti meccanizzati dei grandi paesi». Respinge, inoltre, «l’idea di un esercito di quadri», rigettando la possibilità di «affidare la difesa della libertà e dell’indipendenza della Patria esclusivamente a dei militari di mestiere che finirebbero per estraniarsi dalla Nazione, diventando una casta chiusa e reazionaria, costituendo un pericolo per la pace e per la libertà».

    Il 19 maggio 1947, ottiene una risposta all’interrogazione scritta presentata insieme a Giuseppe Dozza, circa l’azione governativa per l’identificazione e la citazione in giudizio dei «criminali di guerra responsabili dei massacri perpetrati nella Valle del Reno, ed in particolare nel comune di Marzabotto». Dichiarandosi, inoltre, «certi che qualora il Governo italiano facesse le pratiche necessarie presso le autorità alleate, queste non negherebbero il loro concorso ad un’opera di giustizia umana», la risposta ottenuta dal Sottosegretario di Stato, Paolo Cappa, rimanda ogni azione legale agli organi della giustizia militare, pur sottolineando l’azione della Presidenza nel sollecito di «opportuni contatti tra il capo dell’Ufficio militare per il movimento partigiano ed il Procuratore generale del Tribunale militare».

     

    Attività politica e parlamentare

    Nell’aprile 1948 è nominato senatore di diritto per  aver scontato anni di reclusione, in seguito a condanna del Tribunale Speciale Fascista per la Difesa dello Stato. Componente del Comitato direttivo del gruppo parlamentare comunista per l’intera I Legislatura (1948-53), è membro della III Commissione permanente (Affari esteri e colonie) dal giugno 1948 al gennaio 1951, della V Commissione (Finanze e Tesoro) dal febbraio 1951 al gennaio 1952 quando viene nominato nella IX Commissione (Industria, commercio interno ed estero, turismo), rimanendovi sino al termine del mandato. Nel dicembre 1951, inoltre, è membro della Commissione speciale per gli alluvionati. Nel giugno 1953 è eletto al Senato nel collegio di Ostiglia (MN), venendo, quindi, riconfermato nella II Legislatura (1953-58). Iscritto al gruppo parlamentare comunista, è membro della IV Commissione (Difesa) tra il luglio 1953 e l’ottobre 1955, quando viene nominato membro della VIII Commissione (Agricoltura e Alimentazione), incarico ricoperto sino al termine del mandato. Tra l’aprile 1955 e il giugno 1958, inoltre, prende parte ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia.

    Nel maggio 1958 è eletto alla Camera come capolista nella circoscrizione di Bologna. Nella III Legislatura è deputato e si occupa principalmente di temi agricoli e di riforma economica.

    Rientra al Senato dal 1963 al 1979, dove continua l’attività parlamentare occupandosi soprattutto di agricoltura e lavoro, ricoprendo anche incarichi di rilievo nelle commissioni permanenti. Nella IV e nella V Legislatura (1963-68; 1968-72) è membro della VIII Commissione permanente (Agricoltura e Foreste), della quale ricopre, inoltre, l’incarico di vicepresidente tra il luglio 1968 e il settembre 1971. Nella VI e VII Legislatura (1972-76; 1976-79) è membro della XI Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale). 

    Oltre all’attività parlamentare, Colombi dedica gran parte del suo impegno politico al PCI, ricoprendo sino al 1979 incarichi di primo piano. Segretario della federazione di Bologna fino al 1947, dirige il Comitato regionale emiliano-romagnolo fino all'autunno del 1948, quando viene chiamato alla segreteria del Comitato regionale lombardo. Nel PCI ricopre incarichi di primo piano a livello regionale e nazionale, dirigendo l’organizzazione del partito in Emilia-Romagna e Lombardia e guidando le lotte agrarie del secondo dopoguerra. Dal 1955 al 1969 è responsabile della Commissione agraria del PCI, entrando successivamente nella Direzione e nella Commissione centrale di controllo, incarichi che mantiene fino al 1979.

    Muore a Roma il 6 dicembre 1983. 

    Sintesi biografica

    Nasce a Massa Carrara nel 1900. All’età di nove anni si trasferisce insieme alla famiglia a Vergato, in provincia di Bologna, dove, dopo la licenza elementare inizia a lavorare come muratore. Affascinato dalle idee socialiste, già a quattordici anni è iscritto alla Federazione Giovanile Socialista Italiana. Due anni dopo è Segretario della sezione di Vergato, cinque anni dopo Segretario del Comitato Direttivo della Camera del Lavoro. All’indomani della scissione di Livorno, aderisce al Partito Comunista d’Italia assumendo la Segreteria della sezione locale.

    Perseguitato dagli squadristi subisce più volte l’arresto. Nel 1923 si trasferisce a Lione, dove è dirigente dei gruppi comunisti italiani esuli nella città francese. È di nuovo in Italia nel 1931, quando svolge attività clandestina nelle regioni settentrionali. Arrestato a Genova nel 1933 è condannato al confino prima a Ponza, poi, dopo un breve periodo di libertà, a Ventotene.

    Liberato alla caduta del Fascismo, assume la carica di Segretario della Federazione comunista di Bologna, poi impegnato nella lotta resistenziale in Piemonte.

    Eletto Deputato all’Assemblea Costituente svolge attività parlamentare fino al 1979: come Deputato nella III legislatura, e, come senatore, nelle legislature I, IV, V, VI, VII.

    Esponente del Partito Comunista Italiano è al vertice della Commissione Agraria interna al partito dal 1955 al 1969 e Presidente della Commissione centrale di controllo dal 1969 al 1979.

    Muore a Roma nel 1983.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA


    SITOGRAFIA