Aldo Spallicci nasce il 22 novembre 1886 a Santa Croce di Bertinoro, in provincia di Forlì, da Silvestro, medico condotto, e Maria Imperatrice Bazzocchi. Eredita dal padre la vocazione alla medicina, un certo fervore umanitario di stampo carducciano e il credo filantropico. Frequenta le scuole elementari a Santa Maria Nuova, a stretto contatto con il mondo contadino romagnolo e le sue tradizioni, di cui diventerà appassionato cantore. Tra il 1902 e il 1904, a seguito della morte del fratello Silvestro e del padre, si trasferisce con la madre e il fratello Mario a Forlì.
Nel capoluogo frequenta il Liceo presso l’Istituto Morgagni per poi iscriversi, nel 1906, alla Facoltà di Medicina, prima a Firenze e poi a Bologna. Sempre a Forlì entra in contatto con l’ambiente mazziniano e inizia a collaborare con alcuni periodici giovanili locali tra cui «L’idea socialista», «Il pensiero romagnolo», «Lo studente» e «Vita studentesca». Nel 1907 fonda e dirige il periodico satirico «E’ Pestapevar», al quale collabora anche Antonio Beltramelli. Nel 1909 esce la sua prima raccolta di versi in dialetto «Rumâgna» e nel 1911 fonda e dirige il quindicinale di illustrazione romagnola «Il Plaustro».
Nello stesso anno Spallicci sposa la compagna di ginnasio Maria Martinez da cui avrà tre figli (Ada, Anna e Mario). Nel 1912 consegue la laurea in Medicina all’Università di Bologna e inizia a lavorare presso l’Arcispedale S. Anna di Ferrara.
È un biennio davvero importante per la biografia di Spallicci:
nel 1912 si iscrive al Partito Repubblicano Italiano e partecipa alla spedizione garibaldina in Grecia guidata da Ricciotti Garibaldi.
Fervente mazziniano e garibaldino, sente fortemente il richiamo all’impegno in difesa della Grecia minacciata dall’Impero ottomano.
Allo scoppio della Grande Guerra si schiera tra gli interventisti e parte volontario per Nizza con la formazione italiana intitolata a Giuseppe Mazzini. Per lui il conflitto costituisce l’occasione per il completamento dell’unità nazionale, nel contesto di una più ampia ridefinizione dell’Europa, non più soggetta agli imperi e posta al riparo da scontri fratricidi.
Si arruola come medico volontario con il grado di sottotenente nell’XI Reggimento di fanteria della Brigata “Casale”. Si tratta di un reggimento composto in gran parte da romagnoli con i quali trascorre lunghi mesi. Qui matura il concetto di una specificità delle comunità regionali, ognuna portatrice di peculiarità storiche e culturali, entro la cultura nazionale.
Congedato con il grado di capitano e tre croci di guerra, Spallicci rientra a Forlì nel 1919 e affianca alla sua professione di medico pediatra un’intensa attività di divulgatore e pubblicista negli ambiti della storia della medicina, del folklore, della lingua dialettale, della linguistica, della poesia, della cultura romagnola in tutti i suoi aspetti.
Nel dicembre fonda la rivista «La Piê: rassegna d’illustrazione romagnola» interamente dedicata agli studi locali, al recupero e alla valorizzazione del dialetto e delle tradizioni popolari romagnole, alla ricerca poetica e culturale in genere. Tra i fondatori anche Francesco Balilla Pratella e Antonio Beltramelli. Le rubriche della rivista spaziano dalla letteratura, all’arte, alla storia e alle tradizioni della Romagna, con trascrizione di testi della tradizione orale, rielaborazioni letterarie della favolistica popolare, studi demologici, filologici e comparativi, profili biografici. La rivista riceve ampi consensi: dedica spazio ad ogni avvenimento culturale che interessi particolarmente la terra romagnola, indipendentemente dal colore politico di chi contribuisce.
Anche l’ambiente mussoliniano e fascista mostra apprezzamento: si tratta di una forzatura che rischia di snaturare l’esperienza e ridurre il culto delle tradizioni, del dialetto e del folklore alla prova della grandezza e nobiltà della stirpe italica, in sintonia con gli ideali fascisti di religione, famiglia e patria.
Spallicci interviene dichiarando la rivista apolitica e rifiutando ogni utilizzo e piegatura ideologica. Il carattere libero, il sostegno al regionalismo e il manifesto antifascismo del fondatore sono tra gli elementi che portano alla soppressione de La Piê nel 1933.
Ma lo scontro con il regime è più profondo e sostanziale. Dal 1921, quale Presidente della sezione forlivese dell’Associazione Nazionale Combattenti (ANC) – in seguito Federazione romagnola dei combattenti – Spallicci enfatizza la chiara matrice mazziniana e non nasconde il sostegno della maggioranza dei suoi aderenti al partito repubblicano. Si dichiara, inoltre, indipendente da ogni partito e aperto ai combattenti di qualsiasi colore politico. Fino al delitto Matteotti i rapporti dell’associazione con il fascismo sono alterni, con un costante corteggiamento da parte di Benito Mussolini. Fra gli aderenti c’è chi vede nel fascismo al governo un possibile elemento di pacificazione nazionale e nel duce un portavoce delle istanze degli ex combattenti di guerra. Ma il palesarsi della dittatura spinge Spallicci, ormai guida di tutto il combattentismo romagnolo, a criticare fortemente la violenza fascista e a difendere l’associazione dalle mire mussoliniane e dai tentativi di screditamento. Nei confronti dell’ANC, l’ultima organizzazione rimasta libera, dopo la soppressione dei circoli, l’attacco alle organizzazioni politiche e alle strutture cooperative, giungono minacce verbali e scritte e nel 1926 Spallicci è costretto alle dimissioni. Arrestato e recluso nel carcere della Rocca di Forlì, è costretto a lasciare la città.
Nel 1927 si trasferisce con la famiglia Milano. Vittima di un’aggressione fascista è condotto con la forza in una sede del Fascio locale e solo l’intervento di Arnaldo Mussolini ne consente il rilascio. Sarà sempre il fratello del duce a favorire a Spallicci l’assegnazione di un ambulatorio pediatrico.
Interdetto ad ogni impegno politico, Spallicci subisce la sospensione della libera docenza in clinica pediatrica, vive con pochi mezzi economici e quasi del tutto isolato, dedicandosi, soprattutto, agli studi di storia della medicina. La sua situazione si aggrava con l’entrata in guerra dell’Italia: nel 1941 viene condannato al confino nell’avellinese, a Mercogliano, dove trascorre cinque mesi. Nel 1943 giunge come sfollato a Milano Marittima e, presso la Tipografia Saporetti di Cervia, pubblica clandestinamente «Esame di coscienza di un repubblicano antifascista».
Dopo il 25 luglio riprende i contatti con i repubblicani romagnoli, viene arrestato dall’Opera Vigilanza Repressione Antifascismo (OVRA) e subisce una breve carcerazione a Milano. Una volta liberato vive alla macchia nel ravennate portando avanti un’attiva propaganda antifascista e antinazista attraverso la stampa clandestina e la radio dell’VIII Armata britannica per la quale pronuncia undici discorsi, raccolti nel 1952, con altri scritti, in «Tribuna Repubblicana». Segue con apprensione l’intera campagna di liberazione, preoccupato dalle notizie di violenze e rappresaglie sui civili.
Nel 1945, rientrato a Forlì, è immediatamente riconosciuto come una delle figure di riferimento dell’intero territorio romagnolo e il movimento repubblicano locale riconosce in lui uno dei suoi leader più eminenti.
Assume la direzione del settimanale «La voce di Romagna» e si dedica alla pubblicazione di varie biografie di antifascisti. Nel 1946 ricomincia la pubblicazione de «La Piê».
Il 2 giugno 1946 viene eletto deputato alla Costituente per il Partito Repubblicano Italiano (PRI) nel Collegio di Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì ottenendo 9.552 voti.
Tra i suoi interventi in Assemblea sono particolarmente degni di nota quello del 21 aprile 1947, sulla tutela della salute e la promozione dell’igiene, e quello del 7 maggio 1947, all’interno della discussione sull’articolo 33 in materia di protezione della donna. Collabora, inoltre, alla stesura del punto 5 dei Principi fondamentali, sui temi a lui cari delle autonomie locali e del decentramento amministrativo. Interviene in Assemblea anche in difesa del patrimonio naturale (faunistico, botanico e paesaggistico) della sua terra.
Le sue battaglie politiche in favore del territorio gli meritano il titolo di E' ba' dla Rumâgna, il babbo della Romagna.
È nuovamente eletto come senatore repubblicano nella prima e seconda Legislatura, prima nel collegio di Ravenna e poi in quello di Cesena.
Nel V Gabinetto De Gasperi è Alto Commissario aggiunto per l'igiene e la sanità pubblica e collabora alla nascita del Ministero della Sanità, in virtù delle sue competenze di medico ed esperto di storia della medicina. Nei suoi numerosi interventi in Parlamento affronta le più svariate questioni inerenti la sanità pubblica: spesa sanitaria, pronto soccorso, assistenza ai malati, lotta alla malaria. Nel VI e VII Governo de Gasperi ricopre anche il ruolo di Sottosegretario al Turismo.
Nel 1964 aderisce alla scissione di Randolfo Pacciardi ed entra nell’Unione Democratica per la Nuova Repubblica.
Conclusi i suoi incarichi in Parlamento rientra a Forlì dove continua la sua attività di divulgatore e promotore della cultura romagnola. Nel 1965 inizia a pubblicare il bimestrale «Avvenire e Fede» e nel 1968 fonda «Romagna Nostra». Scrive testi di storia della medicina, la silloge dei proverbi romagnoli e altre raccolte poetiche.
È ancora oggi il poeta romagnolo che ha composto il maggior numero di opere nell’arco di più di sessant’anni (1909-1973).
Si spegne il 14 marzo 1973, a Premilcuore.
Aldo Spallicci nasce a Santa Maria Nuova di Bertinoro in provincia di Forlì nel 1886. Figlio di un medico condotto si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna nel 1912. Affianca alla professione medica quella di poeta dialettale e pubblicista, collaborando e dirigendo periodici locali d’ispirazione democratica e repubblicana.
Nel 1912 s’iscrive al Partito Repubblicano Italiano (PRI) e, fedele alla tradizione risorgimentale, partecipa alle campagne garibaldine in Grecia e in Epiro. Nel 1915 si arruola volontario e partecipa alla Prima Guerra Mondiale.
Nel 1919, congedato con il grado di capitano e tre croci di guerra, rientra a Forlì e riprende la sua professione di medico e di divulgatore della cultura romagnola.
Nel 1920 fonda la rivista «La Piê: rassegna d’illustrazione romagnola», dedicata agli studi locali e al recupero e alla valorizzazione del dialetto e delle tradizioni popolari romagnole.
Presidente della Sezione forlivese dell’Associazione Nazionale Combattenti, fin dagli albori del fascismo subisce controlli e persecuzioni e nel 1927 è costretto a trasferirsi con la famiglia a Milano. Dopo la soppressione de «La Piê» nel 1933, è condannato al confino in Irpinia. Sfollato a Milano Marittima, nel 1943 è arrestato dall’OVRA e incarcerato a San Vittore.
Dopo la Liberazione, pubblica studi di storia della medicina, biografie di antifascisti e una vasta raccolta di poesie in volgare romagnolo. Rifonda, inoltre, «La Piê» e s’impegna in iniziative culturali e associative nel forlivese.
Il 2 giugno 1946 è eletto deputato alla Costituente per il PRI. Rieletto senatore nella Prima e Seconda Legislatura ricopre il ruolo di Commissario aggiunto alla Sanità e Sottosegretario al Turismo.
Nel 1964, quasi ottantenne, aderisce all’Unione Democratica per la Nuova Repubblica fondata da Randolfo Pacciardi.
Muore nel 1973 a Premilcuore.