Nasce a San Giovanni in Persiceto (BO) il 1° giugno 1871. Cresce in una famiglia modesta, composta dai genitori Luigi e Gaetana Ansaloni.
Frequenta il locale istituto tecnico quando, ancor prima di conseguire il diploma, si avvicina al mondo del giornalismo, iniziando a collaborare con il periodico locale «L’Eco di Persiceto». Nel 1888 è notato dall’allora direttore de «Il Resto del Carlino» Amilcare Zamorani. Trasferitosi a Bologna, oltre a scrivere per il principale quotidiano cittadino, collabora con un’altra testata locale, «Bologna», anch’essa, come il foglio di Zamorani, d’orientamento politico democratico-radicale.
Nel 1891 si trasferisce a Rovigo dove inizia la collaborazione con il quotidiano di estrazione monarchica «Corriere del Polesine», divenendone direttore nel 1893. Mantiene la carica sino al 1899, modificando nel corso degli anni l’impostazione editoriale del quotidiano, tralasciando la natura prettamente elettoralistica e rendendo il più possibile indipendente la testata, ottenendo garanzie economiche dagli introiti pubblicitari. Si distingue per numerosi articoli e fondi di carattere politico nazionale, attirando su di sé critiche ma, soprattutto, ammirazione. Ciò lo porta a ricevere numerose offerte lavorative; i proprietari della «Gazzetta di Ferrara» e della «Gazzetta Provinciale di Bergamo», gli offrono più volte la direzione, ricevendo sempre risposte negative. Nel 1899 accetta l’invito giuntogli direttamente da Luigi Albertini e si trasferisce a Roma, dove diviene corrispondente per «Il Corriere della Sera».
Con la direzione di Albertini, il «Corriere» assume una precisa connotazione politica, di opposizione a Giovanni Giolitti il quale, dopo le difficoltà seguite allo Scandalo della Banca Romana, nel febbraio 1901 è nominato Ministro dell’Interno dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Zanardelli, riassumendo un ruolo di primo piano nella politica italiana e, dapprima, all’interno del Partito Liberale, in contrapposizione alla linea conservatrice di Sidney Sonnino. Ed è proprio su iniziativa di quest’ultimo che Bergamini dà vita nel giugno 1901 a «Il Giornale d’Italia», testata con sede a Roma, ispirata alla società in accomandita semplice “A. Bergamini e C.”, della quale Bergamini è nominato gerente. La società è istituita sul modello di quella di Albertini e finanziata da figure dell’alta aristocrazia e dell’ambiente immobiliare romano, nonché personalità politiche come Sonnino stesso e Antonio Salandra.
L’opposizione antigiolittiana espressa dalle pagine del quotidiano di Bergamini rappresenta, in tal modo, il contraltare centro-meridionale all’opposizione settentrionale del giornale di Via Solferino. La testata, di chiara ispirazione conservatrice, non mira a raccogliere le direttive politiche dell’intera ala, bensì esclusivamente quella sonniniana, il cui programma è sintetizzato in una lettera apparsa sul giornale a firma di Bergamini, nell’agosto 1901, dove tra gli obiettivi vi è la difesa delle «classi conservatrici e capitalistiche», esercitando però, «sempre una forte pressione anche su di esse perché non confidino soltanto nella violenza e nella prepotenza, e perché facciano una parte equa anche alle classi lavoratrici».
Nel corso degli anni nel quotidiano, trovano ampio spazio argomentazioni di politica estera, servizi approfonditi sulla questione balcanica e sulla guerra di Libia, una serrata e puntuale cronaca parlamentare, nonché un interesse particolare dedicato alle discussioni sul modernismo che travolgono l’ambiente cattolico tra il 1904 e il 1909. Il giornale, inoltre, può rifarsi a firme di primo piano, come Luigi Federzoni e Mario Missiroli, impegnate ad argomentare questioni di politica interna.
Il contributo maggiore dato da «Il Giornale d’Italia» alla storia del giornalismo italiano è l’invenzione della cosiddetta “Terza Pagina”, apparsa per la prima volta l’11 dicembre 1901, in occasione della rappresentazione della Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio, la cui trasposizione teatrale della compagnia di Eleonora Duse era in programma al teatro Costanzi di Roma. Vera ossessione di Bergamini è stata, infatti, dal momento stesso della fondazione del quotidiano, la necessità di fornire una novità nell’ampio panorama giornalistico italiano. Come egli stesso ricorderà nel 1955, «a che serve un giornale nuovo se non ha qualche cosa di più o di meno degli altri che già esistono?».
Sino ad allora, infatti, i quotidiani erano formati da quattro pagine; nella prima pagina la cronaca dei fatti più rilevanti, nella seconda la cronaca politica, nella terza il romanzo d’appendice (il feuilleton), nella quarta la cronaca non di primo piano e le inserzioni pubblicitarie. Secondo Bergamini, un avvenimento culturale di tale portata, «aveva non minore importanza di un discorso dell’on. Giolitti ai suoi elettori di Dronero, o di una crisi ministeriale, o di un concitato congresso socialista» e decide di inviare Diego Angeli, Nicola D’Alatri e Domenico Oliva per fornire un resoconto dettagliato. L’11 dicembre 1901, «Il Giornale d’Italia» esce con due fogli in più rispetto al solito, posizionati dopo la seconda pagina. A firma di Angeli la descrizione della scena, di D’Alatri la musica e di Oliva un’analisi critica. Nel corso degli anni la Terza Pagina verrà riproposta su quasi tutti i quotidiani nazionali, divenendo la sede dell’avvicinamento del grande pubblico alla cultura.
La Terza Pagina del «Giornale», nel corso degli anni, potrà fregiarsi di figure di primissimo piano, quali, tra i molti, Antonio Fogazzaro, Luigi Pirandello, Pasquale Villari e Benedetto Croce, il quale riproporrà la sua analisi delle opere di Alfredo Oriani, apparsa contemporaneamente su «La Critica».
Nel primo dopoguerra il giornale di Bergamini diviene uno dei principali megafoni delle rivendicazioni nazionali italiane, contestando la politica di Saverio Nitti e guardando con simpatia la spedizione fiumana guidata da Gabriele D’Annunzio. Dopo il successo elettorale del Partito Socialista Italiano (PSI) e del Partito Popolare Italiano (PPI) alle politiche del novembre 1919, col ritiro dall’attività parlamentare di Sonnino, Bergamini guarda con favore ad un esecutivo guidato da Giolitti. Privo dei riferimenti politici tradizionali e avverso al partito socialista, accoglie con simpatia l’avanzata del movimento fascista, giudicato espressione dell’ala giovane del liberalismo e capace di far proprie le rivendicazioni nazionali “tradite” dai governi che si erano succeduti dopo il conflitto.
Dopo un convinto sostegno, garantito sulle pagine del «Giornale» nel triennio 1920-22, Bergamini, strenuo difensore della destra liberale, si oppone al tentativo di monopolizzare il quotidiano da parte degli organi direttivi fascisti. Si batte, inoltre, per un incremento della componente liberale all’interno del governo Mussolini. Nel settembre 1923, nonostante la forte candidatura di Enrico Corradini, sostenuto dagli organi fascisti, viene eletto presidente dell’Associazione della stampa. Nel difficile clima creatosi attorno alla sua figura, decide di rassegnare le dimissioni da direttore del «Giornale» per garantire una maggiore autonomia alla testata, obiettivo da raggiungere anche grazie all’insediamento di un nuovo Consiglio di amministrazione presieduto dagli esponenti del Partito Liberale Italiano (PLI).
La sua ormai netta opposizione al regime lo mette al centro delle attenzioni fasciste che raggiungeranno l’apice della violenza nel febbraio 1924 quando, durante una passeggiata a Villa Pamphili a Roma, è aggredito e pugnalato. Dimessosi da presidente dell’Associazione nazionale della stampa periodica nel marzo 1924, nel 1928 è espulso dal Circolo della stampa e dal sindacato dei giornalisti. Ritiratosi dalla vita giornalistica, prosegue un’attiva opposizione in Senato, dove era stato nominato nel 1920. Dall’aula di Palazzo Madama, esprime il suo voto contrario all’istituzione del Tribunale speciale e della pena di morte contenuti nel Disegno di legge “per la difesa dello Stato” presentato dal ministro Rocco nel 1926, contro la riforma della legge elettorale nel 1928 e contro la ratifica dei patti lateranensi nel 1929.
All’inizio degli anni Trenta si trasferisce a Gubbio (PG), abbandonando la vita pubblica, pur non perdendo mai i contatti con gli ambienti liberali avversi al regime mussoliniano.
Alla fine del 1942 Bergamini intensifica i contatti con i gruppi liberali guidati da Ivanoe Bonomi e Alessandro Casati, ospitando nella sua abitazione romana, a Piazza del Popolo, alcune riunioni di vertici dell’opposizione antifascista. Nella sua casa, oltre a Casati e Bonomi, si incontrano i futuri esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) quali Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi, Giuseppe Spataro, Meuccio Ruini e, in una riunione stabilita per approfondire una linea comune con il Partito Comunista d’Italia (PCd’I), Concetto Marchesi. In questi mesi, però, l’azione di Bergamini si concentra, principalmente, su una pressione esercitata sul sovrano per invitarlo a un'azione sollecita e decisa nei confronti del governo Mussolini e per persuaderlo a costituire un governo composto da esponenti politici e non da soli tecnici.
Dopo la caduta del regime, assume nuovamente la direzione de «Il Giornale d'Italia»; durante l’occupazione nazista viene, però, subito segnalato come un elemento pericoloso e, in seguito al rifiuto espresso di pubblicare sul suo quotidiano il duro discorso di Hitler contro l'Italia, è arrestato e condotto a Regina Coeli. Trasferito in un convento presso S. Gregorio al Celio, grazie all’aiuto di un ufficiale dei carabinieri, riesce ad evadere e trovare rifugio in Vaticano e, in seguito, in Laterano, dove rimarrà sino alla Liberazione di Roma.
Tornato in libertà, insieme ad Alfredo Covelli dà vita alla Concentrazione nazionale democratico-liberale (CNDL), raggruppamento che intende porsi come cellula embrionale e punto di raccordo di un grande partito monarchico che, come emerge dalle Linee programmatiche, testo fondamentale la cui stesura è affidata a Bergamini, mira a «raccogliere in un blocco serrato, concorde, i dispersi nostri gruppi di ogni gradazione – liberali, democratici, riformisti – che sostanzialmente nulla divide». La segreteria del raggruppamento è affidata ad Emilio Patrissi, Covelli è nominato vicesegretario e Bergamini assume la presidenza. Dalle proposizioni pubblicate nel documento costitutivo dell’agosto 1944, emergono i caratteri centrali del partito che ha come prerogative «animare la fede di tutti i cittadini nella Patria, libera e indipendente: senza mai più dittatura di destra sia di sinistra ugualmente detestabili», «preparare il Paese alla suprema sua decisione della forma istituzionale» per mezzo dell’istituto referendario, «consultazione del popolo più diretta, più sicura, più democratica». Vengono, inoltre, stabilite come fondamentali le libertà di pensiero, di religione, di stampa e i diritti alla proprietà e all’iniziativa privata, condannando «quella vorace piovra che è la statizzazione cara ai partiti estremi». In vista delle elezioni per la Costituente, il CNDL e il Partito Democratico Italiano (PDI), formazione monarchica guidata da Roberto Lucifero e Vincenzo Selvaggi, danno vita all’alleanza elettorale denominata Blocco Nazionale della Libertà.
Bergamini, già membro della Consulta nazionale, il 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nel Collegio unico nazionale del Blocco della Libertà. Iscritto al gruppo misto, ne assume per l’intero mandato la presidenza. Durante i lavori della Costituente, ricopre numerosi incarichi sia negli Uffici parlamentari, come Presidente della Commissione speciale per l’esame del disegno di legge costituzionale che proroga il termine di otto mesi per la durata dell’Assemblea (febbraio 1947-gennaio 1948), sia negli organi parlamentari, mantenendo tali impegni sino al termine del mandato. È, quindi, componente della Prima Commissione per l’esame dei disegni di legge dal settembre 1946, della Commissione speciale per l’esame del disegno di legge sulle nuove formule di giuramento dal dicembre 1946 e, dal luglio 1947, della Commissione parlamentare per la vigilanza sulle radiodiffusioni.
Si distingue per diversi interventi durante le discussioni, principalmente su questioni etico-sociali e in materia di comuni. Di particolare rilievo è la dichiarazione favorevole all’articolo 7 e la motivazione espressa durante la seduta del 25 marzo 1947.
Premesso, infatti, d’essere stato uno dei pochi a votare contro all’atto di approvazione dei Patti Lateranensi nel 1929, per un suo «proposito fermo, irriducibile, inflessibile di non votare mai per Mussolini» e per non volerlo forgiare del prestigio d’aver garantito l’agognata pace religiosa al Paese, esprime, per contro, l’inserimento di tali Patti nella Costituzione repubblicana sia per garantire il mantenimento della pace religiosa sia per una motivazione personale, quando ottenne protezione dal Vaticano tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944.
Il 16 aprile 1947 interviene nella discussione sulla Relazione della Commissione degli Undici sulle accuse mosse dal deputato Finocchiaro Aprile ai deputati Campilli e Vanoni, astenendosi dal voto. Si distingue, infine, per un contributo alle commemorazioni di Filippo Turati, Bruno Buozzi, Carlo e Nello Rosselli, Giacomo Matteotti.
Senatore di diritto per la I legislatura (1948-1953), assume per l’intero mandato la vicepresidenza del gruppo misto. Tra l’ottobre e il novembre 1948 viene nominato membro della Commissione d’inchiesta sulle accuse mosse al senatore Girolamo Li Causi. Per l’intera legislatura, infine, assume la presidenza della Commissione per la Biblioteca e membro della I Commissione permanente (Affari della Presidenza del Consiglio e dell’Interno).
Terminata l’esperienza parlamentare, decide di abbandonare l’attività politica dedicandosi interamente alla sua primigenia passione, il giornalismo. Nel 1956 viene, nuovamente, nominato alla presidenza della Federazione nazionale della stampa, carica che manterrà sino alla morte, nel 1962.
In questo suo ultimo impegno, si distingue per una battaglia in nome dell’autonomia del giornalismo dalla politica tale da porlo in prima linea nella difesa dei giornalisti comunisti allontanati dalla Federazione.
Nel 1959 viene insignito del prestigioso Premio Saint-Vincent per il giornalismo, con una onorificenza speciale “per una vita dedicata al giornalismo”.
Nell’atto testamentario comunica la volontà di donare il materiale della biblioteca personale e i documenti raccolti de «Il Giornale d’Italia» alla biblioteca del suo paese natale, dove tuttora sono conservati oltre 8.000 volumi e più di 3.000 lettere.
Muore a Roma il 22 dicembre 1962.
Nasce a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna nel 1871. Diplomato presso l’istituto tecnico locale si distingue per la sua passione per il giornalismo. Mentre è ancora studente dirige «L’Eco di Persiceto», per poi passare al quotidiano bolognese «Il Resto del Carlino» (1888). Nel 1891 si trasferisce a Rovigo, dove inizia la collaborazione con il quotidiano monarchico «Corriere del Polesine» di cui diventa direttore nel 1893. Passato al «Corriere della Sera» nel 1898, nel 1901 segue le sollecitazioni di Sidney Sonnino e fonda il «Giornale d’Italia», vicino all’ala conservatrice della destra storica antigiolittiana. Ne resta direttore sino al 1923.
Inizialmente favorevole alla collaborazione tra liberali e fascisti è vittima di un’aggressione squadrista nel 1924. Costretto ad abbandonare la carica di presidente della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), nel 1926 è espulso dall’ordine dei giornalisti e abbandona la vita pubblica.
Nel 1942, con Benedetto Croce, è tra i promotori del Movimento di ricostruzione liberale. Nel 1944 riottiene per breve tempo la presidenza della FNSI ed è tra i fondatori della Concentrazione nazionale democratico-liberale (confluita nel 1946 nel Partito Liberale Italiano).
Di fede monarchica, è eletto all’Assemblea Costituente nel gruppo misto, prima di ricevere la nomina a senatore di diritto per la I legislatura.
Riottenuta nuovamente la presidenza della FNSI (1956), Bergamini si distingue per la difesa dell’autonomia del giornalismo dalla politica.
Muore a Roma nel 1962.