Giovanni Braschi

Giovanni Braschi

  • 27.02.1891
  • 05.01.1959
  • Maschio
  • Avvocato
  • Mercato Saraceno
  • Forlì
Sommario

    Biografia

    Il seminario, le prime organizzazioni sociali e la Grande Guerra

    Nasce a Mercato Saraceno (FC) il 28 febbraio 1891, da una famiglia cattolica benestante impegnata nel commercio dei legnami.

    Compiuti gli studi inferiori alle scuole elementari e medie di Cesena, si iscrive al Seminario di Faenza. Consegue, quindi, gli studi liceali presso l’istituto ecclesiastico retto da monsignor Francesco Lanzoni, fautore di un rinnovamento delle metodologie d’insegnamento e favorevole all’impegno mostrato dai suoi allievi nel movimento democratico-cristiano. Gli anni del Seminario vedono Braschi entrare in contatto con le ultime formazioni democratico-cristiane, decimate dalla condanne inflitte dalla Chiesa di Pio X, e in particolare con l’ambiente cesenate, animato dagli scritti di Eligio Cacciaguerra. Il suo impegno, inoltre, si concentra nelle zone vicine a Faenza dove, dai primi anni del secolo, le forme di associazionismo cattolico si traducevano in cooperative e sigle sindacali.


    Braschi ancora studente, nel 1911, organizza lo sciopero dei contadini di Mercato Saraceno per il patto colonico. L’anno seguente guida un’agitazione che si conclude con un insperato concordato tra i contadini e i proprietari terrieri. Parallelamente alle prime esperienze vissute nelle organizzazioni cattoliche, terminati gli studi seminariali, si trasferisce a Bologna dove s’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lo scoppio della Grande Guerra, ancora studente universitario, si arruola come volontario.


    Come ufficiale della fanteria, è fatto prigioniero il 18 ottobre 1915 dall’esercito austro-ungarico, durante il tentativo di presa del Sass de Stria, vetta strategica e fortificazione austriaca dall’ingresso italiano nel conflitto. Durante gli anni di prigionia, passati dapprima a Bolzano quindi a Mauthausen in Austria e, infine a Samorja in Ungheria, Braschi annota sensazioni e progetti futuri che verranno raccolti in un volume edito nel 1973 dal titolo «Non c'è prigione per lo spirito. Diario e lettere» a cura di Gabriella Tronconi Medri. È in questi anni difficili che giungono a piena maturazione le sue idee politiche; nelle pagine del suo diario è possibile intravedere quel «desiderio infinito del futuro» che nel giovane studente prossimo all’impegno politico viene riassunto come esito dell’incontro tra «fede, circolo, giornale, lavoro, organizzazione». 

    Al termine del conflitto, liberato e rientrato in Italia conclude gli studi universitari, laureandosi in Giurisprudenza nel 1919 con una tesi sulla Pace perpetua di Immanuel Kant.

     

    Il Partito Popolare nel forlivese

    Il primo anno del dopoguerra vede Braschi alternarsi tra l’esercizio della professione di avvocato e un crescente impegno nell’associazionismo cattolico. La situazione economica e sociale di Forlì riflette il drammatico sconvolgimento in cui si trova l’Italia postbellica, in particolare per quanto concerne i problemi delle abitazioni, della disoccupazione e delle condizioni del bracciantato; ragioni di malcontento, principalmente tra la classe lavoratrice, e terreno fertile per l’associazionismo di stampo socialista e repubblicano. Già dai mesi della prigionia era cresciuta in Braschi la convinzione che le organizzazioni cattoliche dovessero, sulla scorta delle dottrine murriane e dell’azione svolta dai democratico-cristiani nel cesenate, dedicarsi maggiormente alla tutela delle classi meno abbienti ponendo come obiettivo primario la giustizia sociale e fronteggiando, anche sul terreno politico, in primo luogo le associazioni socialiste.


    Con tale convinzione accoglie senza remore le istanze di Don Luigi Sturzo e assume un ruolo di primo piano nella fondazione del Partito Popolare Italiano(PPI) nel forlivese.


    Operando anche nella provincia ravennate, Braschi s’impegna nella difficile costruzione di una strada autonoma per un partito cattolico in una regione fortemente anticlericale dove erano solidamente radicate le sigle socialiste e repubblicane. Il problema principale per i popolari romagnoli consiste nell’affrontare la disorganizzazione delle formazioni cattoliche. L’azione di Braschi, che in breve diviene propulsore del movimento politico-sindacale cattolico romagnolo, ancor prima che sul piano della competizione elettorale si concentra, però, sul terreno sindacale. Già segretario di una organizzazione di contadini cattolici riuniti in una lega bianca, decide di sfidare a viso aperto socialisti e repubblicani, costituendo casse rurali, mutue e leghe di ispirazione cattolica. La lotta al fianco dei contadini, impegnati nella conquista di un patto colonico meno oneroso, pone i popolari in contrasto con i socialisti nella conquista delle campagne romagnole. Nel forlivese, le associazioni sindacali cattoliche devono fronteggiare la compresenza di due Camere del Lavoro, repubblicana e socialista, faticando a radicarsi. Ancor più complessa la situazione nella provincia di Cesena, dove allo scontro con socialisti e repubblicani, i popolari di Braschi devono conquistare il sostegno dei democratico-cristiani, in un primo momento per nulla disposti a perdere la propria autonomia e che solo per merito della mediazione di Braschi decideranno di rinunciare alla formazione di una lega autonoma sostenendo l’azione dei popolari. Per Braschi è fondamentale raggiungere l’unione di tutte le forze cattoliche, unica possibilità per contrastare le forze repubblicane e socialiste nelle province romagnole.  Di particolare intensità è, inoltre, la formazione delle cooperative cattoliche che nell’agosto 1920 raggiungeranno le oltre cento unità, triplicando il numero attivo sul territorio romagnolo prima del 1918.

    Le elezioni del novembre 1919 vedono una importante affermazione del PPI che ottiene il 20,5% delle preferenze, portando in Parlamento cento deputati. Di questi, Carlo Zucchini, è eletto nel Collegio Ravenna-Forlì con 25.659 voti. In soli dieci mesi il partito di don Sturzo riesce, nella competizione elettorale, a raccogliere un numero di consensi tale da essere secondo al solo Partito Socialista Italiano (PSI) ed eleggere un deputato in una regione tradizionalmente presidiata dalle forze socialiste e repubblicane. Sebbene non candidato, l’intera azione del PPI nelle province romagnole, è da identificarsi con l’azione di Braschi sebbene, in questo momento, il suo lavoro si concentri principalmente nelle attività di propaganda con numerosi comizi in tutto il territorio e con la fondazione della «Rivista Agricola Romagnola», e nelle lotte sindacali. Su quest’ultimo terreno avvia un acceso e intenso dibattito in difesa delle leghe popolari con il segretario generale della Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL) Giovanni Gronchi, prima di essere nominato nella direzione nazionale al fianco del futuro terzo presidente della Repubblica e del fondatore della CIL Achille Grandi. Nel 1920 è candidato alle amministrative di Forlì ma non ottiene i voti necessari per essere eletto consigliere e, complice anche la linea intransigente dettata da don Sturzo, nonostante la legge elettorale favorisse la formazione di blocchi, i popolari non ottengono alcun posto in Comune.

     

    Deputato del Regno d’Italia


    Alle elezioni politiche tenutesi il 15 maggio 1921, Braschi è tra i nove candidati popolari al Collegio di Ravenna-Forlì. Ottenute 16.513 preferenze viene eletto, insieme a Carlo Zucchini e Fulvio Milani, deputato del Regno d’Italia nella XXVI legislatura.


    La sua attività parlamentare si distingue per il mantenimento del legame col territorio e delle ragioni che l’avevano avvicinato alla politica nei primi anni del dopoguerra, quali il problema delle abitazioni, come mostrato con una interpellanza sull’Unione Edilizia,  e le questioni relative alla disoccupazione e alla piccola proprietà presentate alla Camera con un ordine del giorno da lui firmato esposto nel luglio 1922 nel quale reclama una «politica agraria ispirata alla pacificazione sociale» e un intervento governativo per le «opere di bonifica e colonizzazione interna». All’attività svolta a Roma, affianca un impegno costante in Romagna con la promozione continua di Consorzi e leghe bianche. 

    Di fronte all’avanzata del fascismo, Braschi decide di evitare ogni scontro aperto pur perseverando nell’opera di organizzazione delle forze cattoliche. Pur condannando fermamente la violenza squadrista, nel 1922, nell’illusione di combattere contro il medesimo nemico, il socialismo, non esclude un possibile compromesso con le forze fasciste. La soluzione compromissoria è espressa chiaramente in un discorso del 9 novembre a Forlì, in occasione dell’adunanza dei Comitati Provinciali del PPI di Ravenna e Forlì, quando Braschi afferma che una collaborazione tra popolari e fascisti, qualora quest’ultimi «non devieranno da una linea di governo veramente democratica», potrà divenire «più feconda che non fosse la nostra coi liberali». Quella di Braschi è un’apertura ufficiale strategica nella speranza di preservare l’indipendenza delle organizzazioni cattoliche e tutelare i militanti popolari, già vittime delle violenze squadriste. La ferma opposizione al fascismo pronunciata da don Luigi Sturzo e l’apertura ad una possibile alleanza col PSI nella lotta contro Mussolini, oltre a incrinare definitivamente i rapporti tra Santa Sede e PPI, pone i popolari, ad eccezione di alcuni esponenti parlamentari, in una posizione di contrapposizione al governo fascista. 

    La violenza squadrista che investe la campagna elettorale per le elezioni del maggio 1924, travolge anche i popolari. È «La Civiltà Cattolica», rivista gesuita al tempo diretta da padre Enrico Rosa, a denunciare le aggressioni subite dai membri delle organizzazioni popolari e delle associazioni cattoliche. Lo stesso Braschi, in marzo, è percosso da squadristi mentre si trova a Savignano sul Rubicone (FC).

    Eletto deputato nella XXVII legislatura sempre nel Collegio di Ravenna-Forlì, siede al fianco di Giacomo Matteotti quando il deputato socialista denuncia in Parlamento le violenze e i brogli commessi dai fascisti. Su posizioni ormai intransigenti nei confronti del regime di Mussolini, si schiera al fianco dei deputati nella protesta dell’Aventino. Arrestato, e subito rilasciato, a seguito dell’attentato fallito a Mussolini ad opera del giovane Anteo Zamboni, il 9 novembre 1926 quando la Camera si riunisce per l’approvazione delle cosiddette leggi eccezionali, Braschi, insieme ad altri centoventicinque deputati aventiniani, è dichiarato decaduto dal mandato di parlamentare. Intimato a lasciare la Romagna, dopo un breve periodo vissuto a Milano, decide di tornare a Forlì dove, fino alla caduta del regime, abbandonerà l’attività politica, dedicandosi interamente all’avvocatura.

     

    Costituente e Senatore della Repubblica

    Il ritorno di Braschi sulla scena pubblica avviene il 25 luglio 1943 quando, venuto a conoscenza della caduta del regime fascista, dal balcone della sua abitazione nel centro di Forlì saluta una massa festante, convinta del ritorno della democrazia e della fine del conflitto mondiale. Con l’avvento della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista, riprendono le persecuzioni contro le forze antifasciste e lo stesso Braschi viene arrestato il 2 dicembre 1943 e recluso nel carcere di Forlì. Liberato il mese seguente, gli viene intimato di lasciare la Romagna e rifugia, nuovamente, a Milano. Rientrato clandestinamente a Forlì, non assume un ruolo attivo durante la Resistenza.


    Aderisce alla Democrazia Cristiana (DC) e, nel 1945, viene nominato rappresentante del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) per la nuova formazione politica di ispirazione cattolica.


    Nominato membro della Consulta nazionale nel settembre 1945, prende parte ai lavori della Commissione agricoltura e alimentazione. Alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 è candidato democristiano nel XIII Collegio di Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì e, ottenute 14.165 preferenze, viene eletto all’Assemblea Costituente. È deputato del gruppo parlamentare democristiano. Durante i lavori presenta numerose interrogazioni scritte, principalmente in materia di danni di guerra e di lavori agricoli, come la richiesta di «Assegnazione agli operai agricoli del grano necessario al consumo famigliare» del luglio 1947. Già tra il luglio e la prima metà del settembre 1946, però, presenta interrogazioni riguardanti il «Risarcimento per danni di guerra agli agricoltori proprietari di piccole aziende», «Rimborsi agli agricoltori per il risarcimento dei danni di guerra», «Prezzo del carbone per le aziende di pubblica utilità», lo «Sminamento di campi minati». Componente della Terza Commissione per l’esame dei disegni di legge dal 24 settembre 1946 al 19 febbraio 1947, dal 6 febbraio al 31 maggio 1947 è sottosegretario di stato per le finanze e il tesoro, in materia di danni di guerra; con tale carica presenta un’interrogazione con risposta scritta per gli indennizzi in favore dei sinistrati di guerra. Tra le altre numerose interrogazioni presentate, degne di nota sono quelle riguardanti la «Riparazione e ricostruzione di case coloniche di parrocchie danneggiate dalla guerra», presentata nel febbraio 1947, e le numerose richieste d’intervento per le zone del suo territorio colpite dal conflitto.

    Senatore di diritto per la I legislatura, è eletto al Senato nella II e nella III, sempre tra le fila della DC. Negli undici anni passati a Palazzo Madama ricopre numerosi incarichi istituzionali. Nella I legislatura è componente del Comitato Direttivo della DC dall'8 maggio 1948 al 31 dicembre 1949, è nominato membro dell’VIII Commissione permanente (Agricoltura e alimentazione) dal 16 giugno 1948 al 28 luglio 1950, della quale ricopre, inoltre, la carica di vicepresidente dal 29 luglio 1950 al 24 giugno 1953. Dal 2 dicembre 1949 al 24 giugno 1953 è, inoltre, membro della Commissione speciale per le locazioni. Ministro delle Poste e Telecomunicazioni del primo governo guidato da Antonio Segni, dal luglio 1955 al maggio 1957, durante la medesima II legislatura è, nuovamente, membro dell’VIII Commissione permanente e della Commissione speciale locazioni, nonché vicepresidente, tra il novembre e il dicembre 1953, della Commissione speciale per l'esame del disegno di legge relativo alla concessione di indennizzi e contributi per danni di guerra (n. 136). I suoi ultimi incarichi istituzionali, interrotti solo dal suo decesso, li ricopre nella III legislatura tra il luglio 1958 e il gennaio 1959, come membro della Commissione parlamentare consultiva per l'esame dello schema delle norme delegate sulla disciplina della circolazione stradale e della VIII Commissione permanente. 

    Muore a Faenza il 5 gennaio 1959.

    Sintesi biografica

    Nasce a Mercato Saraceno, in provincia di Forlì-Cesena, nel 1891.

    Sin da giovane è vicino alle associazioni cattoliche giovanili locali e si distingue in occasione delle lotte contadine per il rinnovo dei patti agrari nel biennio 1911-12. Compiuti gli studi liceali presso il Seminario di Faenza, s’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Bologna, dove entra in contatto con numerosi intellettuali, eredi dell’esperienza di Romolo Murri.

    Da volontario partecipa, coi gradi di tenente di fanteria, alla Prima Guerra Mondiale. Prigioniero in un campo austriaco, al termine del conflitto accoglie le istanze di Don Luigi Sturzo ed è tra i fondatori del Partito Popolare Italiano nel forlivese, di cui diviene Segretario provinciale.

    Sono anni difficili. Come Segretario della Federazione contadina, membro della dirigenza nazionale della Confederazione Generale del Lavoro, direttore della «Rivista Agricola Romagnola» e parlamentare eletto nella circoscrizione forlivese (1921 e 1924), è un personaggio impegnato e molto esposto: numerose volte vittima della violenza fascista.

    Dichiarato decaduto dal Parlamento nel 1927, subisce la devastazione del suo studio a Forlì e l’incendio della casa. Torna alla vita pubblica solo alla caduta del regime. Dopo un breve periodo di reclusione nel dicembre 1943, è nominato membro del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza della Democrazia Cristiana (DC).

    Alle elezioni del 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente. Deputato del gruppo parlamentare democristiano, è senatore di diritto per la I legislatura, e senatore eletto nella II e nella III.

    Sottosegretario al Tesoro con delega ai danni di guerra nel governo De Gasperi III, è Ministro delle Poste e Telecomunicazioni dal 1955 al 1957, durante il primo Governo guidato da Antonio Segni.

    Muore a Faenza nel 1959.

    Strumenti bibliografici

    BIBLIOGRAFIA

     

    SITOGRAFIA