Nasce a Mercato Saraceno (FC) il 25 febbraio 1912. Cresce in una famiglia modesta, rientrata in Italia dal Belgio poco prima della sua nascita. Agli inizi del secolo, infatti, i genitori si erano trasferiti a Ransart, in Vallonia, dove il padre aveva trovato lavoro come minatore. All’età di sei anni rimane orfano di padre, caduto nella Grande Guerra. Bucci, unico sopravvissuto di sei fratelli morti prematuramente, cresce con la sola madre, impiegata a servizio presso la famiglia del direttore delle scuole elementari di Cesena. Completa la formazione primaria a Cesena e, al termine della sesta elementare, abbandona gli studi per essere avviato al lavoro. Appreso il mestiere di marmista, presso gli Artigianelli di Cesena, nel 1931 decide di tentare la fortuna lontano dai confini italiani. Si trasferisce, quindi, in Belgio dove lavora come minatore.
Nel 1933 torna in Italia e viene assunto come muratore addetto alla manutenzione presso l’Arrigoni di Cesena, industria operativa nel settore alimentare.
Nell’ambiente operaio romagnolo entra in contatto con militanti antifascisti vicini al Partito Comunista d’Italia (PCd’I) quali Giordano Dall’Ara, Alberto Montalti ed Eugenio Santarini. Aderisce, quindi, al PCd’I, partecipando all’organizzazione delle sue cellule nel territorio romagnolo.
Il 21 novembre 1941, in seguito ad una retata della polizia, è arrestato insieme ad altri 20 “sovversivi”, e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Sconta, quindi, dieci mesi di carcere preventivo, prima nel penitenziario di Forlì e, in seguito, a Regina Coeli, dove conosce Mauro Scoccimarro. L’11 agosto 1942 è, definitivamente, condannato a tre anni di carcere, reo d’aver operato alla ricostituzione del partito comunista e aver partecipato ad una sottoscrizione indetta dal Soccorso rosso in sostegno di un operaio comunista e, in generale, in sostegno dei perseguitati politici. Recluso nel penitenziario di Fossano, in provincia di Cuneo, è liberato dopo la caduta di Mussolini.
Rientrato a Cesena ai primi di agosto, torna a lavorare all’Arrigoni e, eletto membro della Commissione interna di fabbrica e del Comitato clandestino del Partito comunista, riprende già dai primi di agosto l’attività politica e sindacale. Dopo l’otto settembre, come dirigente dell’organizzazione di fabbrica, organizza le sottoscrizioni degli operai e degli impiegati a sostegno della lotta partigiana. Divenuto nel giro di pochi mesi una delle personalità maggiormente esposte nel territorio romagnolo, è costretto alla clandestinità. Ciononostante è in prima linea per l’organizzazione delle agitazioni nelle fabbriche contro la direzione dell’economia dei territori occupati e le prime requisizioni dei prodotti industriali e agricoli, imposte dall’esercito nazista. Se, da un lato, la natura delle proteste creerà le condizioni per i grandi scioperi politici del febbraio-marzo 1944, dall’altro lato Bucci stesso è costretto ad allontanarsi dal lavoro dopo essere stato più volte minacciato d’arresto. A tal ragione, il 5 febbraio 1944, duemilacinquecento tra operaie e operai dell’Arrigoni organizzano uno sciopero di ventiquattro ore per rivendicare il pagamento delle centonovantadue ore di gratifica natalizia ma, soprattutto, la riassunzione di Bucci con «la garanzia che le autorità fasciste non lo avrebbero più molestato». In quest’occasione, quindi, l’agitazione non si basa, esclusivamente, su una rivendicazione di natura economica ma s’incentra su di un carattere prettamente politico, ovvero la fine della persecuzione di un antifascista. Bucci sarà, quindi, portavoce degli operai dell’Arrigoni in occasione dello sciopero generale del 1° marzo organizzato dalla federazione comunista forlivese, su indicazione ricevuta in gennaio dal Comitato Centrale (CC) del Partito Comunista italiano (PCI).
All’attività sindacale, Bucci affianca quella politico-militare nella lotta resistenziale, con il nome in codice di “Alfredo”. Nel luglio 1944 è nominato Commissario politico del III battaglione dell’VIII Brigata Garibaldi Romagna, attiva dall’aprile 1944 e principale formazione partigiana operativa nella provincia di Forlì, in particolare nelle zone di Santa Sofia, San Piero in Bagno, Mandrioli, Campigna, Muraglione, Tredozio.
L’incarico lo porta ad affrontare direttamente la frattura emersa alla fine di agosto all’interno della Brigata tra due differenti modi d’intendere la lotta resistenziale; da un alto coloro i quali, come Rino Malmesi, richiedono che l’azione partigiana fosse il più possibile mirata e priva di rappresaglie contro fascisti e presunte spie, dall’altro la linea più intransigente fatta propria dai vertici della Brigata, che nella lotta contro il nemico invasore non lesina azioni tali da infliggere danni materiali e morali all’avversario e, soprattutto, non vuole essere condizionata dalla paura dalla reazione nemica. Emblematica, a tal proposito, una lettera inviata da Malmesi e altri partigiani al PCI forlivese, il cui contenuto critica fermamente l’azione del gruppo facente capo a Maciste, Sante Fabbri, la cui violenza è ritenuta causa della reazione nazista. In seguito all’abbandono della Brigata da parte di Malmesi e dei partigiani a lui sodali, Bucci, in qualità di Commissario politico, firma, per tutta risposta alle critiche ricevute, una lettera insieme al comandante Paolo, Guglielmo Marconi, indirizzata a tutti i distaccamenti della zona, definendo i dissidenti "filotedeschi e fascisti”, accusandoli «d’aver condotto un’opera di disgregamento» con la loro azione attendista e la loro critica all’azione militare condotta dalla brigata. Il 20 ottobre 1944 Bucci è tra i primi ad entrare a Cesena, dove aveva operato anche al fianco della XXIX Brigata GAP. Nominato vicepresidente del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) di Cesena fino al suo scioglimento, il 20 ottobre 1944 entra a far parte del Consiglio comunale di Cesena nella giunta guidata dal comunista Sigfrido Sozzi e confermata, sino alle elezioni previste per il 7 aprile 1946, il 25 ottobre 1944 dal Governo militare alleato con un decreto firmato dal maggiore J. Kitson Harris. Fino al 5 gennaio 1945, inoltre, è assessore supplente al Lavoro e alla Previdenza sociale. Nello stesso periodo entra a far parte del Comitato direttivo della Federazione comunista provinciale di Forlì.
Oltre all’azione svolta nella prima giunta comunale postbellica, incentrata principalmente nell’opera di ricostruzione materiale ed economica della città, Bucci decide di dedicarsi alla politica nazionale, accettando di candidarsi per il PCI alle elezioni del 2 giugno 1946. Ottenuti 15.790 voti, è eletto all’Assemblea Costituente nel XIII Collegio di Bologna.
Prende parte ai lavori come membro del gruppo parlamentare comunista, non presentando interrogazioni né intervenendo nelle discussioni. Sarà la sua unica esperienza parlamentare; terminati i lavori della Costituente, infatti, decide di dedicarsi interamente agli impegni amministrativi a Cesena e al movimento sindacale nel forlivese. Alle amministrative del 7 aprile 1946, infatti, era stato eletto al Consiglio comunale, prendendo parte ai lavori guidati dalla giunta Sozzi.
L’incarico gli verrà riconfermato nelle successive consultazioni amministrative, per quasi venti anni, prendendo parte ai lavori delle giunte guidate dai repubblicani Cino Macrelli (1948-49), Corradino Fabbri (1951-56) e Antonio Manuzzi (eletto la prima volta nel 1956, sarà sindaco di Cesena fino al 1970) fino a quando, complici ulteriori impegni, rassegnerà le dimissioni nel marzo 1964. Fra il maggio 1951 e l’ottobre 1954 ricopre la carica di Assessore alla Polizia Urbana. Nel 1957 quando l’allora segretario provinciale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) di Forlì, Luciano Lama, succede alla guida della segreteria nazionale a Giuseppe Di Vittorio, è affidata la direzione del sindacato forlivese a Bucci. Nel novembre 1964 è eletto consigliere provinciale a Forlì, entrando a far parte della Giunta presieduta da Enzo Mingozzi (IV Mandato), in qualità di assessore effettivo. Mantiene la carica fino al 22 settembre 1965 quando, insieme al Presidente e all’intera giunta, rassegna le dimissioni. In seguito alle elezioni del 12 giugno 1966 è riconfermato nel V Mandato dell’Amministrazione provinciale e, eletto nuovamente alle consultazioni del 12 novembre 1967, nel VI Mandato.
Colpito all’età di 57 anni da un male incurabile, muore dopo dieci mesi di ricovero all’Ospedale Bufalini di Cesena, il 28 aprile 1970.
Nasce a Ciola di Mercato Saraceno, in provincia di Forlì-Cesena, nel 1912.
Orfano di guerra è avviato al lavoro di marmista al termine della sesta elementare. Dopo un periodo di lavoro come minatore in Belgio, torna a Cesena alla fine degli anni Trenta e diviene operaio nell’industria alimentare. Già segnalato come agitatore, nel 1942 è arrestato per aver partecipato a una sottoscrizione indetta dal Soccorso rosso in sostegno di un operaio comunista, e condannato a tre anni di carcere per associazione sovversiva.
L’iscrizione alla sezione giovanile del Partito Comunista d’Italia avviene durante la permanenza nel carcere di Regina Coeli, dove stringe amicizia con Mauro Scoccimarro. Liberato, partecipa alla Resistenza combattendo per l’VIII Brigata Garibaldi.
Eletto all’Assemblea Costituente, prende parte ai lavori nel gruppo parlamentare comunista. Nel 1947 succede a Luciano Lama alla Segreteria della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) forlivese, e mantiene la carica sino al 1952. Successivamente è Segretario regionale CGIL nelle Marche. All’attività sindacale affianca l’impegno nella politica locale come capogruppo consiliare nel comune di Cesena dal 1947 al 1964.
Muore a Cesena nel 1970.