Alessandro Coppi

Alessandro Coppi

  • 09.07.1894
  • 30.08.1956
  • Maschio
  • Avvocato
  • Modena
  • Mantova
Sommario

    Biografia

    1894-1943 - L’impegno nelle file del Partito Popolare Italiano

    Alessandro Coppi nasce a Modena il 9 luglio 1894 da Giuseppe e Maria Pia Parenti, primogenito di dodici fratelli. È originario di una famiglia di Fiumalbo di salde tradizioni cattoliche, con vincoli di fedeltà con il ducato di Modena e legata da stretti rapporti di parentela con eminenti famiglie cattoliche. Nel 1912, dopo aver completato gli studi liceali, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e partecipa attivamente alle attività della Federazione universitaria cattolica italiana, seguendo l’esempio e le direttive dello zio avvocato Giuseppe Casoli, poi deputato in Parlamento. 

    Il suo spazio di impegno più significativo è nella zona appenninica da cui è originaria la famiglia, dove si fa promotore di diverse realtà associative a carattere religioso, culturale e sociale. In quello stesso anno, in occasione del terzo Congresso dei cattolici del Frignano svoltosi a Palagano, le sue sollecitazioni in merito alla costituzione di circoli giovanili capaci di offrire una formazione integrale alle nuove generazioni sono accolte e approvate dai presenti. Qui riceve l’incarico di realizzare un giornale destinato ai cattolici dell’Appennino modenese: nasce, così, il settimanale «Il Frignano», pubblicato dal 30 marzo 1913. La rivista raccoglie gli ideali cristiani propugnati principalmente all’inizio del secolo e sostiene la causa del «popolo lavoratore» contro le deformazioni della propaganda socialista, ancora incontrastata nella bassa modenese, e la cappa della “tirannide” massonica, che grava sulle possibilità di sviluppo della zona attraverso il controllo clientelare. 

    Dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come ufficiale di fanteria, riprende la sua attività politica e giornalistica e porta a termine gli studi in giurisprudenza, laureandosi nel 1922. Nel 1919 è tra i più convinti aderenti al Partito Popolare Italiano (PPI) di don Luigi Sturzo e l’anno successivo, al II Congresso della neonata formazione politica, è eletto segretario provinciale a Modena, con Francesco Luigi Ferrari vicepresidente della sezione. Coppi si butta «nel combattimento con il cuore, con tutto il cuore; con la mente, con tutta la mente; con decisione, con coraggio, con audacia». È verosimile che il suo impegno di cattolico nella politica gli derivi dal clima familiare del tutto peculiare e dalla comunanza di ideali che lo legano, relativamente giovane e ancora studente, a uomini molto esperti che ne segnano e ne seguono la formazione. 

    Sotto la sua guida e grazie anche all’attiva propaganda de «Il Frignano» − di cui Coppi resta direttore − il PPI provinciale conosce una diffusione rapida e capillare, soprattutto nei comuni montani: raggiunge rapidamente i 3.000 iscritti e acquisisce una fisionomia politica rinnovata. Il periodico è in prima linea nel contrastare i metodi gentiloniani, in vista delle elezioni amministrative, sposando la linea progressivamente riformatrice risultata vincente alla seconda assise del partito lontana sia dalle suggestioni socialiste, sia dalla teoria liberale. L’orientamento di fondo si palesa nella sollecitazione del segretario a «sostenere un programma chiaro, preciso di riforme e di progresso civile» nei comuni, soffocati «dalla tutela e dalla invadenza governativa», per perseguire un autentico rinnovamento delle comunità locali. Nel 1920, sempre ad opera di Coppi e con l’apporto di un gruppo di studenti locali, prende vita l’associazione “Il Giovane Frignano”. 

    La vittoria del PPI, in larga parte dei centri dell’Alto modenese, accompagnata dalla sconfitta della coalizione clerico-moderata nel capoluogo, rafforza la linea seguita da «Il Frignano», messa, però, a dura prova dall’ascesa del fascismo. Di fronte a questa presenza incombente, il PPI è costretto a fare chiarezza sulle differenti posizioni interne riguardo al giudizio storico sulla natura del fascismo: l’assoluta intransigenza di sinistra incarnata da Francesco Luigi Ferrari è mitigata dalla maggioranza centrista di Coppi, che si riconosce nella corrente della segreteria nazionale. Il segretario provinciale — riconfermato nel 1921 e nel 1922 —, pur censurando fermamente l’«ambiente saturo di odio» creato dallo squadrismo, nel corso del 1922 si dimostra possibilista sull’evoluzione del partito fascista, con il quale non esclude che si «possa fare della strada insieme» se rientra «nell’orbita della legge».

    I rapporti con il  Partito Nazionale Fascista (PNF), già tesi per le continue violenze squadriste ai danni di sindacalisti e attivisti politici cattolici, diventano aspri nell’autunno del 1922; poi la Marcia su Roma spazza via ogni residua illusione. Alle elezioni per il rinnovo dei Consigli nei Comuni commissariati prevale la linea suggerita da Ferrari, il quale, constatando le oggettive condizioni dell’ordine pubblico che espongono i militanti alle rappresaglie dello squadrismo, invita il partito ad astenersi dalla competizione. Commentando la decisione assunta dagli organi dirigenti del partito, Coppi sottolinea il valore simbolico della scelta: 

    «Non è per viltà o per timore che abbandoniamo la lotta: ci ritiriamo in disparte perché non crediamo di avere diritto di esporre i migliori nostri amici alle violenze di chi vuole vincere ad ogni costo anche là dove sa di essere infima minoranza. […] ci ritiriamo perché le elezioni sono concepibili ed hanno un valore solo in regime di libertà».

    Sostituito alla testa del partito nel 1923 per il prevalere di elementi meglio allineati col partito fascista e perduto il controllo de «Il Frignano», Coppi intensifica il suo impegno politico assumendo la presidenza della sezione cittadina di Modena. Il rallentamento dell’attività politica gli permette di conseguire anche la laurea in scienze sociali all’Istituto superiore “Cesare Alfieri” di Firenze. 

    Nel marzo 1924, dopo che la stampa cattolica ha abbandonato al suo destino il partito popolare, fonda con Ferrari il settimanale autonomo «La Voce Popolare», da cui prende ripetutamente posizione contro i soprusi fascisti e costruisce la propaganda a sostegno della sua candidatura alle elezioni politiche di quell’anno. Nonostante esca sconfitto dalla competizione politica, Coppi torna a occupare la carica di segretario provinciale, mantenendosi su posizioni nettamente antifasciste.


    All’indomani del delitto Matteotti scrive: «La verità è molto semplice: chi tace o vorrebbe far tacere si rende complice, volontario o no, poco importa, dei facinorosi e dei delinquenti». La netta presa di posizione fa da preludio al sequestro continuo dei numeri del giornale, a boicottaggi e a profonde censure da parte delle squadre fasciste.


    Le pubblicazioni vengono interrotte nel settembre del 1925, finché il foglio è messo definitivamente a silenzio con le Leggi fascistissime del 1926, che liquidano la libertà di stampa e sopprimono tutti i partiti di opposizione.


    Fermo nei suoi principi, Coppi è costretto all’inattività politica e si ritira a vita privata per dedicarsi completamente alla professione di avvocato negli studi di Modena e Pavullo.


    Punto di riferimento degli ex popolari, non si iscriverà mai al PNF e per questo motivo verrà tenuto sotto stretta sorveglianza dagli organi di polizia durante l’intero ventennio. 

     

    La resistenza e l’immediato dopoguerra


    Subito dopo la caduta del fascismo, viene contattato dal comunista Carlo Baroni per entrare, in rappresentanza del mondo cattolico, nel comitato interpartitico «Italia libera», nel primo tentativo di creare una base condivisa tra le forze antifasciste modenesi. Il gruppo di cui fa parte si impegna nella sistemazione e nel trasferimento dei prigionieri alleati evasi dai campi di prigionia italiani dopo l’armistizio dell’8 settembre.


    Nell’ottobre 1943, con la costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) modenese, Coppi diviene rappresentante del gruppo cattolico. Con il nome di battaglia Tommaso, garantisce un confronto plurale nella salvaguardia dei valori condivisi. A causa dell’eccessiva visibilità cui è soggetto per il ruolo ricoperto, il 20 marzo 1945 viene arrestato e rilasciato nove giorni dopo. A seguito di questa esperienza, lascia Modena per rifugiarsi in campagna, dove continua a curare i contatti con la Resistenza clandestina in pianura. 

    All’indomani della liberazione di Modena è formalmente eletto presidente del CLN locale all’interno del quale cerca, da una parte, di garantire la sintesi delle posizioni tra le forze politiche e i valori della Resistenza e, dall’altra, di ricostruire il tessuto morale e materiale del territorio. Il ritorno alla normalità e il governo della provincia nei primi mesi dopo la Liberazione pongono problemi complessi: l’insediamento delle amministrazioni popolari e il superamento dei personalismi, il mantenimento dell’ordine pubblico e il ripristino della giustizia, la repressione delle violenze e delle vendette e il sostegno alle popolazioni provate dalle condizioni della guerra. Nelle sue carte si legge: 

    «Per quasi due anni abbiamo incitato il popolo alla disobbedienza e alla ribellione; per quasi due anni spinto gli operai a non lavorare o a lavorare il meno possibile; per quasi due anni i nostri partigiani sono stati costretti a procurarsi il necessario con mezzi non perfettamente regolari e non sempre e da tutti si è saputo conservare il senso del limite; per quasi due anni la guerra civile con le sue ferree necessità e anche con i suoi eccessi deplorevoli ha abituata la gente alla violenza e all’indifferenza per il sangue sparso. Era ed è dunque utopistico pensare che con un colpo di bacchetta magica si potesse e si possa ristabilire l’ordine, la disciplina, il rispetto dell’autorità e della legge».

    Coppi continua a difendere l’autorità, la natura e le funzioni del CLN provinciale anche davanti ai sospetti dei suoi colleghi di partito. Ne «La Gazzetta di Modena» del 22 aprile 1949, dichiara: 

    «Quando tutto era andato a pezzi, l’esistenza di organismi investiti di autorità — superfluo discutere se di diritto o di fatto — rappresentò in moltissimi casi una garanzia, relativa fin che si vuole, ma pur sempre una garanzia. I CLN non evitarono molti disordini, ma ci salvarono dal caos. […] Per mio conto sono orgoglioso di aver appartenuto al Comitato di Liberazione Nazionale e ascrivo a mio onore l’azione che in seno ai medesimi ho avuto la possibilità di svolgere». 

    È fra coloro che facilitano il processo di formazione della Democrazia Cristiana (DC); gli ex-popolari da lui guidati si uniscono con i giovani formatisi nell’associazionismo ecclesiale raccolto intorno alla figura di Ermanno Gorrieri. Grazie all’ex leader popolare vengono gettate le basi dei principi ispiratori e del programma della DC modenese, che fungono da punti di riferimento a livello locale fino all’arrivo nella provincia delle Idee ricostruttive ispirate da De Gasperi. Scrive Coppi in un documento diffuso nell’autunno del 1944: «Non è vero che siamo il “partito dei preti”: non si chiede a nessuno, per entrarvi, la fede di battesimo […]; quel che si richiede è soltanto che siano condivise le nostre idee politiche e sociali». Queste vengono poi specificate intorno ai principi «del rispetto della libertà e della dignità della persona umana; della valorizzazione della famiglia come organismo base della società; dell’accentuazione della funzione sociale della proprietà privata, che entro certi limiti è un diritto di natura; della difesa del lavoro e dei suoi diritti; dell’accordo internazionale dei popoli, contro ogni imperialismo che porti a nuove guerre». 

     

    Gli ultimi anni 

    Nell’autunno del 1945 viene designato presidente del Comitato provinciale della DC; prende parte al fervente dibattito sulle caratteristiche politiche che questa avrebbe dovuto avere entro il nuovo quadro democratico. Entrato nel Consiglio comunale del capoluogo come capogruppo democristiano, alle elezioni del 2 giugno 1946, Coppi è il primo dei candidati modenesi eletti all’Assemblea costituente con 25.316 preferenze nel collegio di Parma. 

    Il suo apporto, in sede costituente, si limita alle discussioni plenarie e si concentra, senza successo, nella presentazione di un emendamento a quello che diventerà l’articolo 102 sulla partecipazione popolare all’amministrazione della giustizia. Eletto nuovamente alla Camera dei deputati nel 1948 con 30.003 preferenze, svolge un’intensa attività parlamentare e dal 1949 al 1953 è segretario della Commissione Difesa. Dal 1951 al 1953 è anche presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere.


    La sua attività parlamentare, concentrata prevalentemente in iniziative per promuovere gli interessi della comunità locale, si interrompe nel 1953, quando – entrato in contrasto con i dirigenti nazionali della DC – non è più rieletto alla Camera, nonostante la popolarità di cui ancora gode nel territorio modenese.


    La nomina alla presidenza della Cassa di risparmio di Modena non vale a mitigare l’amarezza per la sconfitta subita. Sempre più defilato dalla vita di partito, continua comunque a offrire testimonianza dei valori della Resistenza nelle manifestazioni pubbliche.

    L’aggravamento della malattia che ne aveva da tempo minato la salute lo costringe a un ricovero prolungato nell’ospedale di Modena, dove muore il 30 agosto 1956. Ai funerali la sua bara viene avvolta dalla bandiera del partito popolare della sezione di San Venanzio, gelosamente custodita durante gli anni della dittatura fascista.

    In un ricordo di Pietro Paolo Severi a cinque anni dalla morte, si legge:

    «Parlatore piacevole e scrittore efficacissimo capace di assumere pesanti responsabilità e di assolverle, così come sapeva essere ascoltatore attento, contraddittore caustico e documentato, cortese e fermo nelle decisioni».

    Sintesi biografica

    Nasce a Modena nel 1894. Di professione avvocato, nel 1913 fonda il settimanale cattolico «Il Frignano», con l’intenzione di arginare gli effetti della propaganda socialista nelle zone dell'Appennino modenese.

    Nel 1919 aderisce al Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo e l’anno successivo ne diviene segretario provinciale. Sotto la sua guida il partito conosce una diffusione capillare, messa in crisi dall’avvento del fascismo (nel 1923 lascia, infatti, l’incarico provinciale per assumere la presidenza della sezione cittadina).

    Perso il controllo de «Il Frignano», nel 1924 fonda con Francesco Luigi Ferrari il settimanale autonomo «La Voce Popolare», ridotto definitivamente al silenzio con le Leggi fascistissime (1925-1926).  

    Punto di riferimento degli ex popolari, dopo la firma dell’armistizio coordina il gruppo di lavoro raccolto intorno a Ermanno Gorrieri per la stesura del programma della Democrazia Cristiana (DC) modenese. Guida del Comitato di Liberazione Nazionale in città, dopo la Liberazione ne diviene ufficialmente presidente.

    Sua anche la carica di Presidente del Comitato provinciale della DC. Dopo aver fatto parte del Consiglio comunale nel capoluogo, è eletto all'Assemblea Costituente nel collegio di Parma.

    Deputato nel 1948, dal 1949 è segretario della Commissione Difesa e dal 1951 presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere.

    La sua attività parlamentare si interrompe nel 1953.

    Muore a Modena nel 1956.

    Strumenti bibliografici

    Bibliografia