Di origini pugliesi, Achille Pellizzari nasce a Maglie, vicino a Lecce, il 26 novembre 1882. Studente vivace e promettente, a soli vent’anni consegue brillantemente la laurea in Lettere alla Normale di Pisa e a ventisette diviene professore universitario: per lui molto più che un semplice lavoro, un’autentica vocazione, vissuta con l’autorevolezza e la lungimiranza di chi sente che solo con la cultura si può promuovere nelle giovani generazioni l’autonomia di giudizio e lo spirito critico. Risale, invece, al 1919 il suo trasferimento a Genova che segna una svolta nella sua biografia politica ed esistenziale.
Nel capoluogo ligure, che diventerà la sua patria d’adozione, Pellizzari esce dalle aule universitarie per affacciarsi alla politica, associando all’attività di docente e letterato la militanza in campo cattolico. Aderisce al Partito Popolare Italiano (PPI) e, grazie al suo indiscusso spessore culturale, diviene l’uomo di punta del partito in Liguria.
Nel 1921 viene eletto alla Camera e vi siederà fino al 1924, negli anni cruciali in cui la progressiva involuzione del panorama politico liberale culmina con la marcia su Roma. Dopo il delitto Matteotti, Pellizzari dà vita, sempre a Genova, al Primo Comitato Antifascista e poi al gruppo clandestino «Tempesta», che si riunisce due volte al mese proprio in casa sua. È questo il primo atto della sua lotta silenziosa contro il nuovo assetto del potere politico: un impegno instancabile portato avanti in maniera celata, ma non per questo meno incisivo, sulle coscienze di tanti giovani che in questi anni frequentano le sue lezioni e subiscono il fascino del suo carisma.
La sua attività clandestina non sfugge, però, all’occhio delle autorità fasciste. Già dal 1927 il suo nome risulta inserito nel Casellario Politico Centrale, schedato come «antifascista» e iscritto come «noto oppositore» alla Rubrica di frontiera, e per circa un decennio viene tenuto sotto stretta sorveglianza dal regime che ne registra scrupolosamente ogni attività e spostamento. Egli rifiuta, inoltre, di prendere la tessera del Partito Fascista e questo lo espone all’isolamento, a pressioni e minacce, alla rinuncia alle brillanti affermazioni della carriera accademica.
Pellizzari è, però, innanzitutto un educatore – nel senso più alto del termine – ed è proprio sul piano della formazione delle nuove generazioni che si concentra il suo sforzo di promozione del dissenso e dell’autonomia intellettuale. In una fase storica in cui la scuola e l’Università sono luoghi opprimenti di conformismo e di propaganda culturale, strumento efficace di consenso e di fascistizzazione della società, le sue lezioni rappresentano uno spazio prezioso di libertà. Nel novembre del 1942, mentre la guerra infuria in tutta l’Europa, Pellizzari tiene all’Università di Genova una lezione inaugurale del nuovo anno accademico in cui risuona forte la sua voce in difesa della libertà di pensiero, contro ogni tentativo di svilire la spontaneità e lo spirito critico delle giovani generazioni:
«È finito per voi il tempo di soltanto ascoltare; è giunto quello di “fare”, con attività liberamente indagatrice e critica. Che cosa vuol dire critica? Controllo di valori, analisi, valutazione selettiva. Essa è il contrario della credulità. Una volta dovevate accettare la nozione quale vi veniva dalla bocca del maestro; adesso dovete valutarla prima di accettarla; dovete vivere nel dubbio, gradire il dubbio, che desta, che stimola: abituarvi a non ricevere la verità dagli altri, ma a conquistarla voi con le vostre forze e con la vostra volontà».
Anche in un momento in cui è forte la tentazione di cedere al pessimismo e alla rassegnazione, Pellizzari guarda al futuro, incoraggia i propri allievi a coltivare l’amore per la verità e la capacità di dissentire e si sforza di “costruire” laddove altri cercano di “distruggere”. Al tempo stesso, non smette di rivendicare con forza la libertà di insegnamento dei docenti che operano nella scuola e nell’Università.
Quando il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo vota la sfiducia a Mussolini, saluta con speranza la caduta del regime e si fa promotore tra i colleghi della sottoscrizione di un «ordine del giorno» del quale più tardi, quando sarà chiamato a rispondere di fronte alle autorità repubblichine, si accollerà la piena responsabilità politica.
È un gesto di insubordinazione e di rivolta intellettuale per cui paga un caro prezzo. Con ordine immediato del ministro dell’Educazione Nazionale viene sospeso dall’ufficio, escluso dall’insegnamento e privato dello stipendio. Pochi giorni più tardi, il 4 maggio 1944, gli viene, inoltre, notificato un mandato di comparizione di fronte al Tribunale Provinciale Straordinario di Genova.
È allora che Pellizzari, già da qualche settimana allontanatosi dal capoluogo ligure, matura la scelta partigiana. Come scrive un suo allievo, Franco Franchini, che vive da vicino il travaglio di quella scelta e, di lì a poco, la condividerà in prima persona, «egli era convinto che le grandi battaglie si combattono con le armi dello spirito, le sole che penetrano in profondità e resistono all’azione del tempo. Ma quando sentì che la battaglia da combattere imponeva argomenti più rapidi e concreti, raggiunse, in piena occupazione nazista, la montagna ove lo attendevano altre coscienze libere e forti».
Ormai ultrasessantenne, «oppresso dagli anni e corroso dagli acciacchi», Pellizzari prende, così, la via dei monti e si unisce alle formazioni partigiane del Nord Emilia, in mezzo a quei giovani in cui ha sempre riposto le sue speranze e di cui, malgrado l’età avanzata, condivide l’entusiasmo e l’ardore giovanile. Nell’estate del 1944, il Professor Prussia – questo il suo primo nome di copertura – viene chiamato a far parte del Comando italo-britannico per il coordinamento delle formazioni partigiane attive nell’area dell’alta Val Taro, quale diretto responsabile dell’organizzazione civile dei territori liberati dall’occupazione tedesca. Tra il giugno e il luglio del 1944, contribuisce così a determinare l’assetto del Territorio libero del Taro, designando i capi delle nuove amministrazioni comunali della valle, provvedendo alle distribuzioni annonarie e riorganizzando i servizi di polizia e di tutela dell’ordine pubblico. Anche in questo difficile frangente, mantiene integro il suo profilo di educatore e uomo di cultura: nel clima della libertà temporaneamente riconquistata, cerca di far rivivere il respiro dell’Italia pre-fascista, facendosi promotore della stampa e della diffusione del primo giornale libero dell’Italia settentrionale, «La Nuova Italia». Ma è proprio in questi giorni di intensa attività partigiana che inizia ad accusare i sintomi di quel male terribile che, di lì a qualche anno, l’avrebbe portato alla morte.
A fine agosto, a seguito del fallimento della breve esperienza dei Territori liberi e del grande rastrellamento messo in atto dai nazifascisti, i comandanti e i commissari delle varie brigate attive ad Ovest della Cisa si riuniscono a Borgotaro ed eleggono un nuovo organo di coordinamento, il Comando Unico Operativo per la Provincia di Parma, che, pochi giorni dopo, viene riconosciuto anche dalle brigate della zona Est. Come comandante unico viene scelto Giacomo di Crollalanza, nome di battaglia Pablo. Accanto a lui, in qualità di commissari politici, vengono eletti due uomini che, al prestigio di partigiani, uniscono la rappresentatività di diverse tendenze politiche: l’avvocato bercetese Primo Savani, Mauri e, ancora una volta, Pellizzari, che ha nel frattempo assunto il nome partigiano di Poe. Il professore torna, così, al suo posto di battaglia, con il fisico provato, ma con lo spirito più ardente che mai, pronto a ricominciare la lotta sui monti. E soprattutto Pellizzari, unico anziano tra tanti giovani, non viene mai meno al suo compito di educatore e, anche nella durezza della vita sui monti, rappresenta per molti un punto di riferimento.
Il 17 ottobre 1944, quando la sede del Comando Unico viene assaltata da un reparto mobile tedesco forte di circa 200 uomini, è anche lui a Bosco di Corniglio ed è solo grazie alla prontezza di un compagno che lo aiuta a saltare dalla finestra al pianterreno, che riesce a scampare al terribile eccidio compiuto dai nazifascisti. Gli eventi di Bosco di Corniglio, ferita profonda nella storia della Resistenza parmense, segnano in modo indelebile anche l’animo di Poe.
Il dolore per l’ingiusto sacrificio di quelle giovani vite non fiacca, però, la sua fede: seppure duramente provato dalla perdita dei compagni, il suo pensiero si rivolge immediatamente alle sorti della lotta partigiana e subito mette mano alla riorganizzazione del Comando. Sotto la guida di Giacomo Ferrari, Arta,e dello stesso Poe, le formazioni partigiane affrontano il difficile inverno del 1944, resistendo a pesanti rastrellamenti e conducendo una serie di vittoriose azioni militari contro i tedeschi. Il 25 aprile 1945 la guerra della Resistenza può dirsi finalmente conclusa. La fine della guerra vede Poe entrare vittorioso a Parma, alla testa delle formazioni partigiane: «modesto, senza nulla chiedere, ma fierissimo, con la giacca al vento e con la testa eretta quasi volesse simboleggiare la grandezza del movimento partigiano», come ricorderà Giacomo Ferrari in un discorso del 1956, pronunciato al Passo della Cisa.
Dopo la Liberazione, malgrado il rapido progredire della malattia, l’anziano professore sarà, ancora una volta, in prima linea nell’opera impegnativa di ricostruzione dell’Italia democratica e di formazione della coscienza politica delle nuove generazioni.
Durante il I Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, nell’aprile del 1946, in una storica «mozione» proclama a gran voce la necessità di continuare ad adoperarsi per la difesa della libertà e della giustizia sociale e si batte con forza a favore della soluzione repubblicana. Ed è proprio durante quel Primo Congresso Nazionale che Pellizzari viene eletto membro del Consiglio nazionale del partito grazie ai voti ottenuti dai delegati . Eletto all’Assemblea Costituente nelle fila della Democrazia Cristiana con 26.311 preferenze nel Collegio di Genova-Imperia-La Spezia-Savona, terzo della lista per numero di voti dopo Paolo Cappa e Paolo Emilio Taviani, entra a far parte della Commissione per i Trattati internazionali.
In garbata polemica con il programma presentato dal Governo De Gasperi, Pellizzari esprime la propria preoccupazione per la scarsa attenzione, accanto ai problemi più urgenti della ricostruzione economica e materiale, alla delicata questione della vita morale e culturale del popolo italiano e, in particolar modo, alla «rieducazione dei giovani all’alto e nobile senso del lavoro e del dovere», nella ferma convinzione che non vi possa essere autentica libertà senza cultura e formazione alla vita democratica. Nonostante l’età avanzata, accetta inoltre di buon grado la nomina a Rettore dell’Università di Genova, offertagli con voto unanime già dal 1945 da quegli stessi colleghi che avevano avuto prova del suo coraggio e della sua integrità morale nella difficile congiuntura della guerra. Sempre nel contesto dell’Assemblea Costituente, Pellizzari si occupa delle problematiche legate al pagamento delle tasse universitarie da parte dei reduci dei campi di concentramento.
In questi anni delicati, segnati dal graduale delinearsi dello scenario internazionale della Guerra fredda, mantiene inalterata, a dispetto del crescente divaricarsi delle rispettive posizioni politiche, la profonda amicizia stretta con Giacomo Ferrari durante i lunghi mesi della lotta di Liberazione. Quando, il 21 marzo 1948, il cancro avrà ragione delle sue ultime forze sarà Ferrari a consegnare agli onori della cronaca la memoria dell’amico scomparso, in un commosso articolo pubblicato su «Il progresso d’Italia», in cui lo descrive così: «Noi lo abbiamo amato sui monti. Per noi è l’indimenticabile Poe, Commissario di guerra del nostro Comando Unico. Forse era il più vecchio dei Partigiani della nostra provincia. Con tutti i capelli bianchi e con le rughe nella fronte, ma con la mente vivissima e col cuore da ragazzo».
Pellizzari è ricordato da un monumento commemorativo eretto al Passo della Cisa per volontà dei partigiani di area cattolica del Parmense. Ha scritto il testo della lapide commemorativa dell’eccidio di Bosco di Corniglio.
Nasce a Maglie in provincia di Lecce nel 1882. Studente promettente, a vent'anni consegue la laurea in Lettere alla Normale di Pisa; a ventisette è già professore universitario. Nel 1919 si trasferisce a Genova, qui aderisce al Partito Popolare Italiano e diviene l'uomo di punta del partito in Liguria.
Nel 1921 viene eletto alla Camera. Dopo il delitto Matteotti, dà vita al primo Comitato antifascista e poi al gruppo clandestino Tempesta. Il suo attivismo non sfugge alle autorità fasciste: già dal 1927 risulta schedato come «antifascista» e «noto oppositore».
All’indomani del 25 luglio 1943 si fa promotore di un manifesto apertamente antifascista del quale è chiamato a rispondere di fronte alle autorità repubblichine. Con ordine immediato è sospeso dall'ufficio, escluso dall'insegnamento e privato dello stipendio.
Già ultrasseantenne prende, allora, la via dei monti e si unisce alle formazioni partigiane del Nord Emilia. Nell'estate del 1944 il “Professor Prussia” (il suo primo nome di copertura, poi cambiato in “Poe”) è chiamato a far parte del Comando italo-britannico per il coordinamento delle brigate attive nell'area dell'alta Val Taro. È anche Commissario politico del Comando Unico Operativo per la Provincia di Parma. Alla Liberazione entra a Parma, alla testa delle formazioni partigiane locali.
Durante il I Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana (1946) prende posizione a favore della soluzione repubblicana. Eletto all'Assemblea Costituente, non manca di esprimere la propria preoccupazione per la scarsa attenzione rivolta alla questione della vita morale e culturale del popolo italiano.
Muore a Genova nel 1948.